il Fisco ha sbagliato le domande


La sentenza 4759/2026 boccia un accertamento fatto chiedendo a un chatbot: le domande erano sbagliate. L’Agenzia avvia un audit.

C’è una riga, verso la fine della sentenza 4759/2026 della Corte di giustizia tributaria di secondo grado della Campania, che quasi tutti hanno letto di corsa. Dice che le domande poste all’intelligenza artificiale si erano dimostrate errate. Non le risposte: le domande. Un ufficio dell’agenzia delle Entrate doveva decidere se una centralina antifurtocostruita da un’azienda fosse davvero nuova, e quindi se il credito d’imposta ricerca e sviluppo fosse dovuto. Invece di cercare brevetti, cataloghi, riviste di settore, ha aperto un chatbot e ha chiesto. Ma ha chiesto male. La notizia, in questi giorni, è l’audit interno avviato dall’Agenzia e il fatto che un dirigente e un funzionario siano stati sollevati dall’incarico. A me interessa quella riga, perché dice una cosa che la storia dell’AI nel Fisco tende a nascondere: la macchina può essere anche una scatola nera, ma la mano che scrive la domanda è ancora una mano umana. E quella mano, qui, ha sbagliato.

Che cosa ha deciso la sentenza 4759/2026 sull’uso dell’AI negli accertamenti?

In un capannone c’è una centralina antifurto. È una scatola con dei fili, delle schede, un firmware. L’azienda che l’ha progettata ha chiesto per quel progetto il credito d’imposta ricerca e sviluppo e lo ha usato in compensazione, cioè lo ha scalato dalle tasse da pagare. Per capirci: se devo versare 50.000 euro di imposte e ho un credito di 20.000, ne pago 30.000. L’ufficio dell’agenzia delle Entrate che ha eseguito il controllo ha detto che quel credito non era dovuto e che la compensazione era indebita. Il motivo: mancava la novità assoluta che la normativa richiede. Una centralina così, secondo l’ufficio, esisteva già.

Per sostenere questa tesi, come scrivono i giudici, l’ufficio ha formulato una serie di quesiti a sistemi di intelligenza artificiale disponibili online. Voleva verificare la datazione storica e l’effettiva diffusione commerciale delle singole soluzioni tecniche indicate dal contribuente. In parole piane: ha chiesto a un chatbot da quanto tempo esistono quei componenti e quanto sono comuni. E ha allegato le risposte alle motivazioni dell’accertamento.

La Corte di giustizia tributaria di secondo grado della Campania, a Napoli, ha detto una cosa semplice: nel giudizio tributario le risposte fornite dall’intelligenza artificiale non possono avere valore probatorio. Fine. Non valgono come prova perché questi sistemi lavorano su calcoli statistici appresi da una mole enorme di dati, ma il percorso con cui arrivano alla risposta non è spiegabile. Sono modelli black box, scatole nere. Non sanno dire perché hanno risposto così e non offrono alcuna garanzia di accuratezza, né di fedeltà storica rispetto a quello che è davvero successo.

Perché l’Agenzia delle Entrate ha avviato un audit interno?

Quando la vicenda è diventata pubblica, l’agenzia delle Entrate, interpellata sul caso, ha risposto subito. Ha fatto sapere di avere immediatamente avviato un audit interno per accertare i fatti e adottare tutte le misure che dovessero rendersi necessarie. La formula usata è questa: l’intelligenza artificiale è un’opportunità, ma va governata con estrema cautela, perché la trasparenza e la lealtà verso i cittadini sono valori non negoziabili.

L’audit riguarda due persone, un dirigente e un funzionario, cioè chi ha seguito la pratica. Ed è arrivato in ottemperanza alle linee guida sull’AI emanate dal direttore dell’Agenzia, Vincenzo Carbone. Quelle linee guida hanno uno scopo preciso: dare garanzie sulle verifiche fiscali eseguite con la supervisione dei funzionari. Voglio dire che non è stata la sentenza a inventare il divieto. Il divieto c’era già, scritto dentro l’Agenzia, e l’ufficio lo ha scavalcato.

Lo so che qualcuno pensa: un audit su due dipendenti per una chiacchierata con un chatbot sembra troppo. Ma quell’accertamento era un atto che toglieva soldi a un’impresa, e le prove di quell’atto erano frasi generate da una macchina che non sa spiegarsi.

Che cosa dice la direttiva 2025 dell’Agenzia sull’intelligenza artificiale?

Esiste una linea di indirizzo interna, la direttiva 2025, che i giudici napoletani hanno richiamato in sentenza. Vieta espressamente l’utilizzo di strumenti di intelligenza artificiale generativa non validati dall’Agenzia stessa per due cose: la redazione di atti impositivi e la gestione del contenzioso, giudiziale ed extragiudiziale. Un atto impositivo, per dire, è l’avviso di accertamento che arriva a casa di un artigiano e gli dice che deve 18.000 euro in più. Il contenzioso è la causa che l’artigiano fa per non pagarli.

Per la Corte, l’ufficio si è posto in aperta violazione di due cose insieme: i principi generali di trasparenza dell’azione amministrativa e le direttive interne di autolimitazione impartite dal vertice dell’Agenzia. Cioè ha violato la legge e, in più, il regolamento di casa propria.

I giudici non hanno demonizzato gli algoritmi. Hanno scritto che l’ingresso di strumenti algoritmici avanzati e di modelli predittivi nei procedimenti amministrativi e tributari è una realtà in continua evoluzione, pensata per avere più equità e uniformità nella selezione dei contribuenti a più alto rischio di evasione. Per capirci: usare un modello per decidere chi controllare, tra diecimila partite Iva, è un conto. Usare un chatbot per decidere se una centralina è nuova è un altro conto. Nel quadro normativo generale, come ha ricordato anche l’ufficio in giudizio, questi sistemi possono avere solo un ruolo strumentale e di supporto. Non decidono. Aiutano chi decide.

Come era andata la causa sul credito d’imposta ricerca e sviluppo?

L’azienda, assistita dallo studio di Francesco Grammatico, aveva già vinto in primo grado. I giudici di primo grado avevano considerato poco motivate le ragioni dell’Agenzia. Cioè il problema dell’accertamento non era solo il chatbot: era che l’ufficio non aveva spiegato abbastanza perché quella centralina non fosse nuova. E l’AI, in qualche modo, era servita a riempire quel vuoto di motivazione con delle risposte pronte.

Poi la vicenda è approdata alla Corte di giustizia tributaria di secondo grado di Napoli, che ha confermato il risultato e ha aggiunto il punto che oggi fa notizia. Nelle conclusioni i giudici hanno scritto che le domande poste all’intelligenza artificiale si erano dimostrate errate e avevano portato a una conclusione non corretta sulla verifica fiscale.

Questa è la riga da cui sono partito. Chi usa un chatbot sa che la risposta dipende dalla domanda. Se chiedo “da quanto esistono le centraline antifurto”, la macchina mi dirà decenni. Se chiedo “esiste già una centralina con queste specifiche, questa architettura, questo firmware”, la risposta cambia, se mai arriva. L’ufficio, stando alla sentenza, ha fatto la prima domanda credendo di fare la seconda. La scatola nera ha fatto quello che fa: ha risposto. Il problema stava davanti allo schermo.

Che cosa ha detto Vincenzo Carbone sull’uso dell’AI nel Fisco?

Il direttore dell’Agenzia, Vincenzo Carbone, aveva già detto in più occasioni pubbliche che serve un approccio garantista. Due regole, ripetute: divieto assoluto di usare l’intelligenza artificiale per redigere atti amministrativi, e obbligo di supervisione umana a 360 gradi quando queste funzioni, comunque integrate negli strumenti di lavoro, servono solo alla produttività individuale. Per dire: un funzionario può farsi riassumere un documento da un assistente interno validato, ma deve rileggere tutto, e non può far scrivere alla macchina l’avviso che manda al contribuente.

Il caso di Napoli, a quanto consta, è il primo emerso. E l’Agenzia ha scelto il massimo rigore: nessuna deviazione dal perimetro tracciato dalle norme e dalle direttive interne, anche se questo ha significato una linea dura verso i propri dipendenti. I sindacati hanno preso posizione, facendo sapere che le due persone che hanno seguito la pratica, il dirigente e il funzionario, sono state sollevate dall’incarico.

Qui mi fermo un attimo su un fatto. L’Agenzia aveva una direttiva, aveva un direttore che la ripeteva in pubblico, e un ufficio ha fatto l’opposto. Giuro. Il che non è una notizia sull’AI, è una notizia su come le regole scritte in alto arrivano, o non arrivano, alle scrivanie in basso.

Che cosa ci insegna la riga sulle domande sbagliate?

Torniamo alla centralina antifurto, la scatola con i fili dentro un capannone. Per decidere se era nuova, qualcuno ha aperto un chatbot e ha scritto una domanda. E la domanda era sbagliata. Tutto il resto, l’audit, i due sollevati dall’incarico, la direttiva 2025, i valori non negoziabili, viene dopo e viene da lì.

Si parla molto del rischio che l’intelligenza artificiale decida al posto nostro. A me sembra che questo caso mostri un rischio più modesto e più vero. La macchina qui non ha deciso niente. Ha dato risposte statistiche a domande umane, e le domande erano fatte male. Il pericolo dell’AI negli uffici pubblici non è la macchina che pensa, ma la persona che smette di farlo. Quando il lavoro di verifica, che vuol dire cercare un catalogo, un brevetto, una data vera, viene sostituito da una domanda digitata in fretta, la scatola nera diventa l’alibi perfetto: ha risposto lei.

I giudici hanno detto che quelle risposte non valgono come prova. Bene. Ma la lezione più scomoda sta prima della prova. Sta nel momento in cui un funzionario, davanti a una centralina che non sa valutare, invece di chiedere a un ingegnere ha chiesto a un programma. E il programma, che non sapeva nulla di quella centralina, gli ha risposto con sicurezza.

C’è una riga nella sentenza 4759/2026 che quasi tutti hanno letto di corsa. Dice che le domande erano sbagliate. Non le risposte. Le domande.




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