L’editoriale di lunedì scorso del collega Michele Germani ha richiamato opportunamente l’attenzione sul tema delle scale-up cioè delle start-up innovative ad alta crescita. Si tratta di una questione rilevante: le Marche mostrano una notevole vivacità nella nascita di start-up innovative; un dato certamente positivo. Tuttavia, non basta avere un numero elevato di start-up che nascono. Affinché queste iniziative possano contribuire alla diversificazione del sistema produttivo e determinare un impatto significativo su occupazione e reddito, è necessario che una parte di esse cresca rapidamente. È il fenomeno che nel gergo dell’innovazione viene definito “scale-up”.
La nascita di molte start-up resta comunque un elemento essenziale. Nelle fasi iniziali nessuno è in grado di prevedere con sicurezza quali avranno successo. Anche gli investitori più esperti sanno che occorre finanziare numerosi progetti con la consapevolezza che soltanto una piccola percentuale produrrà risultati significativi. Tuttavia, quella piccola percentuale deve esserci. In assenza di imprese capaci di crescere rapidamente, l’impatto complessivo del fenomeno rimane limitato. Come osserva Michele Germani, per avere delle scale-up il contesto territoriale è ancora più importante di quanto non lo sia per le fasi di avvio. Tale contesto si fonda sull’interazione di tre categorie di attori.
La prima è costituita dagli operatori specializzati nel sostegno alle start-up: incubatori, acceleratori, fondi di venture capital, ecc. La seconda comprende le imprese di media e grande dimensione, che possono diventare partner industriali, clienti o acquirenti delle imprese innovative. La terza è rappresentata dalle istituzioni pubbliche. I fondi pubblici intervengono soprattutto nelle fasi iniziali attraverso il cosiddetto seed capital, le risorse necessarie all’avvio e alla prima sperimentazione dell’idea imprenditoriale.
Gli investitori privati tendono infatti ad evitare questa fase, caratterizzata da livelli di rischio particolarmente elevati. Per questo motivo il sostegno pubblico, o quello fornito da fondazioni e istituzioni non orientate al profitto, svolge una funzione decisiva nelle fasi di avvio delle nuove iniziative. Per la crescita diventa più importante il ruolo degli altri attori, fra i quali le imprese già presenti sul mercato. Gli investitori, come i fondi di venture capital, operano infatti con una logica finanziaria: il loro obiettivo è accompagnare la crescita dell’impresa e successivamente monetizzare l’investimento.
L’uscita avviene normalmente attraverso la quotazione in borsa oppure mediante la cessione della start-up a un’impresa più grande. La presenza di aziende capaci di assorbire innovazione rappresenta quindi un tassello fondamentale dell’ecosistema. Come ricorda Michele Germani, in Italia questo modello trova la sua espressione più efficace nell’area milanese, dove si concentra una quota rilevante delle scale-up nazionali. La ragione risiede nell’accumulo di risorse che caratterizza quel territorio: università di eccellenza, capitali privati, operatori specializzati e amministrazioni pubbliche dotate di competenze e risorse.
Gli economisti descrivono questo fenomeno con il concetto di “economie di agglomerazione”: la concentrazione geografica di persone, competenze e organizzazioni aumenta la produttività degli attori coinvolti e attrae ulteriori risorse, generando un circolo virtuoso di crescita. I protagonisti dell’ecosistema sono consapevoli di questi vantaggi e agiscono per rafforzarli. L’accordo recentemente avviato tra Politecnico di Milano e Università Bocconi per integrare le rispettive strutture di incubazione rappresenta un esempio significativo in questa direzione. È possibile replicare un simile ecosistema nelle Marche? Una risposta realistica impone prudenza.
Milano può contare su una massa critica di popolazione, capitali, imprese e competenze difficilmente riproducibile in un territorio policentrico come quello marchigiano. Non si tratta soltanto di distanza geografica ma di capacità di concentrare risorse e creare un’identità comune. Anche volendo immaginare un unico incubatore regionale promosso dai quattro atenei marchigiani, sarebbe difficile individuare una sede che non venisse percepita come penalizzante per altri territori. Spesso si critica la dispersione delle risorse pubbliche in una molteplicità di interventi.
È una critica fondata, ma occorre riconoscere che tale dispersione riflette anche la struttura sociale e territoriale della regione. Concentrare le risorse significa inevitabilmente favorire alcuni luoghi rispetto ad altri, una scelta che incontra resistenze politiche e culturali radicate. La soluzione proposta più frequentemente è quella del “fare rete”. Un’espressione suggestiva ma spesso vaga nei contenuti e poco efficace nella pratica. Se Milano, con la più elevata concentrazione italiana di capitale finanziario e imprenditoriale, compete con difficoltà con i principali poli europei e internazionali dell’innovazione, pensare che le Marche possano replicarne il modello appare poco realistico.
Ciò non significa rinunciare. Significa piuttosto partire dalle condizioni esistenti per individuare strumenti capaci di rafforzare le connessioni tra università, imprese, investitori e istituzioni e consentire al sistema di sviluppare massa critica. L’obiettivo è semplice nell’enunciazione ma difficile da mettere in pratica.
Le università condividono alcuni programmi di formazione imprenditoriale e di promozione delle start-up ma potrebbero mettere maggiori risorse in comune in questo ambito. Negli ultimi anni alcune associazioni imprenditoriali hanno promosso iniziative per avvicinare imprese e start-up ma anche in questo ambito il lavoro da fare è ancora molto. Le amministrazioni pubbliche potrebbero intervenire non solo per sostenere le start-up ma anche per promuovere la collaborazione fra i diversi attori del sistema. Qualunque siano le soluzioni proposte occorre che siano condivise.
Questo giornale è il luogo adatto per raccogliere le diverse proposte al fine di verificare se è possibile delineare una strategia comune per favorire la crescita delle start-up innovative. Un ambito sempre più decisivo per le prospettive di sviluppo e diversificazione del sistema produttivo regionale.
* * Docente di Economia Applicata all’Università Politecnica delle Marche
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