È il 22 giugno 2008. La chiesa di Santa Sofia, in Padova, è gremita. Si contano cinquecento persone. Sono lì, perché sta per compiersi un “evento” nella storia di Medici con l’Africa Cuamm: don Luigi Mazzucato, che ha diretto l’organizzazione non governativa – la prima in campo sanitario riconosciuta in Italia – per 53 anni, passa il testimone a don Dante Carraro, che gli è stato vice per 14 anni. «Uno snodo strategico – racconta Francesco Jori nel volume Nulla da lasciare. L’eredità di don Luigi per il futuro del Cuamm (2025) pubblicato a dieci anni dalla scomparsa – che don Luigi ha voluto accompagnare con due regali altamente simbolici a chi stava per raccogliere il testimone del suo impegno». Jori – che nel libro fa parlare don Luigi – lascia a lui la spiegazione dei doni: «Erano una stola rossa proveniente dall’Etiopia, segno della preghiera sacerdotale, del sacrificio e dell’amore, elementi qualificanti per la vita del direttore; e una bicicletta… perché con quella si può passare attraverso la gente senza disturbare, ci si può fermare quando si vuole per parlare, per salutare, si dà l’idea di un mezzo povero,
della scelta di servire i poveri; con la bicicletta bisogna pedalare e non stancarsi». Don Luigi dona a don Dante non tanto oggetti, ma la sua stessa esperienza. La sua stessa vita.
In privato, racconta don Dante, don Luigi gli disse, riferendosi al colore della stola: «È il rosso del sangue dei martiri». «Non era un riferimento generico – racconta Jori – ma un richiamo a un fatto specifico, uno dei più traumatici nella storia del Cuamm»: la morte di Maria Bonino, il 24 marzo 2005, a Luanda, in Angola. Quando la pediatra si ammalò del virus del Marburg, della famiglia dell’Ebola, don Dante volle assisterla negli ultimi giorni. «Fu proprio quel gesto che don Luigi gli ricordò nel consegnargli la stola rossa: “Tutti sapevamo che l’Ebola è una malattia che uccide. Ma tu non hai avuto paura di partire per starle accanto… Lì ho capito che eri la persona giusta: chi dirige il Cuamm dev’essere pronto a dare la vita, per i volontari e per la tanta gente povera”».
E la bicicletta? Don Dante racconta di averla usata fino al 2024 per andare in stazione «dove prendeva il treno per Roma, da cui poi volare nei Paesi africani in cui il Cuamm era presente». E poi gli è stata rubata…
Aveva 81 anni, don Luigi Mazzucato, quel 22 giugno 2008. Si sarebbe ritirato volentieri dopo 53 anni al Cuamm, dove era giunto – lo racconta lui stesso – senza sapere bene cosa fosse. L’obbedienza gli aveva fatto dire «sì» al vescovo Girolamo Bortignon, fondatore nel 1950 – insieme al prof. Francesco Canova – del Cuamm. Esercitò la stessa obbedienza, diciamo così, quando don Dante gli disse: «Se vai via tu, vado via pure io». E così restò, chiedendo di non essere chiamato direttore emerito. «Gli chiesi – racconta don Dante – in particolare di affiancarmi nel gestire i rapporti con i donatori e con i volontari». Ma don Luigi non fece solo questo: assunse spontaneamente l’incarico di distribuire la posta, «perché mi dava l’opportunità di salutare ogni giorno le persone dei vari uffici e servizi».
53 anni al Cuamm, 120 viaggi in Africa (il primo parecchio sofferto, nel 1968, perché il vescovo Bortignon, non era convinto che dovesse andare), migliaia di telefonate a tarda sera per “prendersi cura” dei volontari e anche delle loro famiglie. Don Luigi ha dedicato la vita al Cuamm, dove è rimasto quasi fino all’ultimo giorno. «Finché ti senti di farlo, resta qui – gli disse don Dante – e noi ci prenderemo cura di te». Quando le sue condizioni peggiorarono, venne ricoverato in una struttura. «Ti chiedo, solo, se possibile – disse a don Dante – che ogni tanto ci sia qualcuno con me». Non fu mai solo fino al giorno in cui è tornato alla casa del Padre, il 26 novembre 2015. Riposa nella sua terra di nascita, Creola.
«Non mi consta che egli sia mai entrato in crisi di rifiuto, neanche dopo 53 anni di direzione del Cuamm, e neppure dopo aver accolto la compagnia e la collaborazione di altre persone e di nuove situazioni, anche radicalmente innovative». È lo “sguardo” su don Luigi di mons. Mario Morellato, già vicario generale della Diocesi, intervenuto – il 23 maggio – al convegno promosso dal Cuamm “Don Luigi Mazzucato oggi. Chiesa e cooperazione internazionale: un pensiero generativo”. «Comprese subito e in pienezza che il Cuamm era il suo campo di lavoro, la sua parrocchia, il luogo santo della sua vocazione al sacerdozio, era il luogo della sua preghiera e della sua famiglia spirituale, perché lì lo voleva il Signore».
Andrea Borgato, vicedirettore di Medici con l’Africa Cuamm, che è stato accanto a don Luigi per trent’anni, sempre il 23 maggio ha richiamato queste parole del “suo” direttore: «Se fede e amore non verranno meno in noi, se la radice ecclesiale e la “ragione missionaria” resteranno intatte nelle finalità del Cuamm, se conserveremo come valore prioritario l’aspetto formativo e l’attenzione alle persone, se il Cuamm non perderà mai la sua caratteristica di comunità-famiglia, se continueremo a fare nostre, ovunque siamo, le sofferenze degli altri, troveremo sempre le motivazioni giuste, le strade possibili e le energie necessarie…».
Qual è l’eredità di don Luigi Mazzucato per questo tempo?
Don Andrea Toniolo, teologo, risponde così in primis: la natura della carità. «L’amore preferenziale per i poveri non si riduce mai a forme di assistenzialismo ma ha bisogno di essere governato e di tradursi in forme istituzionali». Altri due tratti della profezia di don Luigi per l’oggi sono: l’ascolto e il dialogo; la centralità del laicato missionario «grazie a una visione rinnovata di missione».
«Le persone mi hanno plasmato»
Giordana Canova, figlia del fondatore, nell’appuntamento del 23 maggio dedicato a don Luigi, ha sottolineato come «con il suo carisma sommesso, cordiale ma misteriosamente forte, non mancò mai di lasciare trasparire un’aura di sacralità nell’operato suo e del Cuamm, nel suo presentarsi nel consunto clergy grigio, nella messa quotidiana, nel breviario letto in ogni momento di tregua, nel rosario sempre recitato, nella fede ben percepibile anche se non conclamata».
Annamaria Dal Lago, figlia di Anacleto – il primo medico partito per l’Africa nel 1955 – presente anche lei all’appuntamento del 23 maggio, ha richiamato, con le parole di don Luigi, il suo porre al centro relazioni umane e il senso di famiglia che inevitabilmente ne scaturiva: «L’attenzione all’altro, il sentirsi partecipe delle sue vicende personali e familiari, sia nei confronti dei collaboratori che dei tantissimi medici, infermieri, tecnici che risposero alla “chiamata” del Cuamm e partirono, come anche dei tanti amici e sostenitori; una rete ricchissima di rapporti e di conoscenze che, se non mi hanno cambiato la vita, certamente l’hanno plasmata».
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Andrea Canton
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