A Cambridge Bay, nel Nunavut canadese, i ricercatori hanno bucato la banchisa, pompato acqua di mare dal basso e l’hanno lasciata congelare in superficie. A metà maggio, nelle aree trattate il ghiaccio era fino a 32 centimetri più spesso rispetto alle zone di controllo e, durante la fusione primaverile, risultava anche più brillante. È la prova sul campo più completa finora dell’idea di ricongelare l’Artico. Funziona su qualche pezzo di banchisa. L’Artico, però, è parecchio più grande.
Il risultato arriva da uno studio pubblicato su Earth’s Future, firmato da Edward Blanchard-Wrigglesworth dell’Università di Washington insieme ai ricercatori di Real Ice, del Centre for Climate Repair dell’Università di Cambridge e ad altri partner. L’esperimento ha seguito il ghiaccio per un’intera stagione, dalla crescita invernale alla fusione primaverile: un passaggio importante per una tecnica che, fino a pochi anni fa, viveva soprattutto dentro i modelli climatici.
Hanno allagato un quarto di chilometro quadrato di banchisa
Il campo di prova misurava un chilometro per un chilometro. Al suo interno i ricercatori hanno predisposto tre aree di controllo, lasciate indisturbate, e otto aree sperimentali. In totale sono stati allagati artificialmente 0,25 chilometri quadrati di ghiaccio, pompando sulla superficie acqua marina prelevata da sotto la banchisa. Alcune zone sono state trattate una volta, altre due, in momenti diversi dell’inverno 2024-2025.
Il meccanismo sfrutta una caratteristica molto poco spettacolare e piuttosto utile del ghiaccio. La neve accumulata sopra la banchisa funziona come una coperta e rallenta la dispersione del calore dell’oceano. Portando l’acqua marina in superficie durante l’inverno, la si mette direttamente a contatto con l’aria gelida: la neve si impregna, si forma nuovo ghiaccio dall’alto e cambiano anche le condizioni che regolano la crescita alla base. L’Advanced Research and Invention Agency britannica, ARIA, paragona il principio a quello già usato per costruire e rinforzare le strade di ghiaccio.
A maggio le aree allagate erano fino a 32 centimetri più spesse delle zone di controllo; quelle trattate due volte mostravano in genere l’aumento maggiore. Durante la stagione di fusione il ghiaccio artificiosamente ispessito appariva inoltre più chiaro e fondeva più lentamente. Per dare una misura al dato, gli autori osservano che 30 centimetri corrispondono grosso modo alla perdita di spessore registrata a Cambridge Bay nell’arco di mezzo secolo.
Quello che lo studio non dimostra è altrettanto importante: non sappiamo ancora se lo stesso meccanismo possa essere ripetuto efficacemente su centinaia di migliaia di chilometri quadrati, con quali consumi energetici, quali conseguenze ecologiche e quale comportamento del ghiaccio in condizioni diverse da quelle della baia canadese.
Un altro esperimento ha mostrato anche dove può incepparsi
La cautela non è decorativa. Nell’aprile 2026 un secondo studio pubblicato sul Journal of Geophysical Research: Oceans ha descritto un esperimento indipendente alle Svalbard. Lì l’allagamento artificiale di circa 1.500 metri quadrati ha prodotto 26 centimetri di ghiaccio aggiuntivo e ha ritardato di sei giorni la formazione del cosiddetto rotten ice, il ghiaccio ormai deteriorato dalla fusione. La banchisa trattata, però, è scomparsa in estate sostanzialmente insieme a quella di riferimento.
Due prove, dunque, raccontano una tecnica capace di ispessire il ghiaccio. La durata dell’effetto dipende da luogo, dimensioni dell’area, neve, temperature, salinità e stagione. Prima di immaginare una flotta di pompe impegnata a rifare il freezer dell’emisfero nord, c’è parecchia fisica da sistemare.
I robot subacquei passano anche da Pisa
La questione della scala spiega perché Real Ice stia lavorando anche sull’automazione. La società britannica immagina, per una eventuale applicazione futura, droni subacquei elettrici capaci di muoversi sotto la banchisa, praticare un foro dal basso e pompare l’acqua sulla superficie senza dover piazzare squadre e macchinari sopra il ghiaccio. Sul proprio sito Real Ice descrive un sistema alimentato da energia rinnovabile, con produzione di idrogeno verde o ammoniaca e hub ai quali i robot potrebbero tornare per ricaricarsi o rifornirsi. È ancora un’architettura in sviluppo, non una flotta già al lavoro nell’Artico.
Dentro questo pezzo della storia c’è anche l’Italia. L’Istituto di BioRobotica della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa collabora allo sviluppo della tecnologia e nei documenti dell’ateneo il progetto Real-ICE viene descritto in termini molto concreti: realizzare robot subacquei capaci di ospitare una pompa e una sorta di tubo-snorkel con cui perforare il ghiaccio ed espellere l’acqua sulla superficie. Nel 2026 la Sant’Anna ha aperto anche una selezione di ricerca dedicata proprio a un “robot subacqueo per la navigazione in ambiente artico e la tutela del ghiaccio marino”.
Il nuovo test vale quasi 10 milioni di sterline, ma non è una prova generale
Dal 2026 Real Ice partecipa inoltre al progetto Re-thickening Arctic Sea Ice, RASI, guidato dall’Università di Cambridge e finanziato da ARIA. Qui una precisazione evita di perdere qualche milione per strada: il finanziamento complessivo del progetto è di circa 9,9 milioni di sterline in 42 mesi; la quota indicativamente attribuita a Real Ice è di 3,5 milioni. Le prove coinvolgono anche Arctic Reflections e diversi gruppi universitari.
La nuova fase resta deliberatamente piccola: ARIA parla di esperimenti inferiori a un chilometro quadrato, progettati per misurare spessore, salinità, temperatura, riflettività e possibili effetti sulla vita microbica. Il lavoro a Cambridge Bay è stato concordato con la comunità locale, gli anziani e la Hunters and Trappers Organization, con residenti Inuit coinvolti anche nelle attività di ricerca. I risultati scientifici formali della campagna 2026 sono attesi più avanti: l’agenzia indicava la fine dell’anno come orizzonte probabile per le pubblicazioni.
L’Artico può diventare “senza ghiaccio”, ma il 2030 non è una data di scadenza
Anche qui serve togliere un po’ di fretta dai titoli. Dal 1979 l’estensione del ghiaccio marino artico di settembre, quando raggiunge il minimo annuale, è diminuita di circa il 13% per decennio; lo studio di Cambridge Bay riassume la perdita complessiva del periodo intorno al 40%.
Dire che i ghiacci polari “spariranno entro il 2030”, però, mette insieme cose diverse. Il National Snow and Ice Data Center considera “ice-free” un Artico con meno di un milione di chilometri quadrati di ghiaccio marino. Un singolo giorno sotto quella soglia potrebbe verificarsi già tra la fine degli anni Venti e gli anni Trenta; per un settembre mediamente privo di ghiaccio le proiezioni indicano più probabilmente il periodo entro metà secolo.
L’urgenza, quindi, rimane. La scorciatoia un po’ meno. La stessa ARIA scrive che l’ispessimento artificiale del ghiaccio, anche qualora risultasse sicuro e scalabile, potrebbe al massimo guadagnare tempo: senza un rapido taglio delle emissioni, nessuna quantità ragionevole di acqua pompata sopra la banchisa può impedire all’Artico di continuare a scaldarsi.
Per ora sappiamo che prendere acqua dall’oceano e farla congelare sopra il ghiaccio può renderlo più spesso e, almeno in alcune condizioni, rallentarne la fusione. Trentadue centimetri su un esperimento di un quarto di chilometro quadrato sono un risultato scientifico interessante. Tra quello e ricongelare l’Artico c’è ancora, letteralmente, un oceano.
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Ilaria Rosella Pagliaro
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