In una zona del Borneo indonesiano dove la foresta è ancora lavoro, cibo, rischio, abitudine e conflitto quotidiano, la tutela degli animali ha preso una forma molto semplice: una foto fatta bene, un audio caricato su un’app, una segnalazione verificata, un pagamento a fine mese. Succede nel distretto di Kapuas Hulu, nella provincia del Kalimantan occidentale, dentro un programma pilota chiamato KehatiKu, nome che gioca con parole indonesiane vicine all’idea di “cuore” e “biodiversità”. L’intuizione è quasi brutale nella sua praticità: chi vive accanto alla fauna selvatica ogni giorno può diventare osservatore, raccogliere dati e ricevere denaro per ogni avvistamento valido.
Il progetto nasce da Borneo Futures, società di consulenza scientifica guidata dal biologo Erik Meijaard, e prova a correggere una frizione che nella conservazione della fauna torna spesso: grandi fondi, molte strategie, risultati troppo lenti. Meijaard racconta di aver maturato l’idea dopo anni di insofferenza verso l’inefficienza del settore. Nel 2022 aveva lavorato a uno studio su vent’anni di interventi per salvare gli oranghi: tra il 2000 e il 2019 la conservazione degli oranghi aveva assorbito quasi un miliardo di dollari a livello globale, mentre nello stesso periodo sarebbero andati perduti circa 100mila individui. Una cifra enorme da una parte, una perdita enorme dall’altra. KehatiKu prova a spostare il denaro molto più vicino al punto in cui gli animali vivono davvero.
La foresta paga chi la osserva
Il meccanismo è lineare. I partecipanti scaricano gratis l’app, entrano nella foresta quando vogliono, registrano una foto, un video o un audio di ciò che vedono o sentono, poi inviano la segnalazione. Esiste una lista di specie per cui è previsto un compenso. Per uccelli comuni, come il cucal maggiore, il pagamento può partire da 5mila rupie indonesiane, circa 29 centesimi di dollaro. Per un orango del Borneo si arriva a 100mila rupie, pari a circa 5,84 dollari. Il programma riconosce un solo pagamento al giorno per lo stesso animale, così da ridurre i tentativi di doppia registrazione.
La verifica resta il passaggio più delicato. Ogni osservazione deve essere controllata prima del pagamento, e oggi il lavoro viene svolto da un gruppo di verificatori con base nel Brunei. Su scala più ampia servirà con ogni probabilità un sistema di riconoscimento assistito dall’intelligenza artificiale, perché i numeri stanno già diventando pesanti: il progetto riceve circa 300-400 osservazioni al giorno. In un anno di attività ha raccolto intorno a 175mila record, una quantità di informazioni molto rara per un’area forestale così estesa.
A fine mese arriva il denaro. La scena ha qualcosa di antico e insieme molto contemporaneo: un incaricato gira tra i villaggi con uno zaino che contiene circa 100 milioni di rupie, l’equivalente di 5.840 dollari, e distribuisce i pagamenti. Il programma coinvolge già nove villaggi e oltre 800 osservatori. Alcuni partecipanti incassano 100mila rupie al mese, altri arrivano fino a 5 milioni di rupie, circa 292 dollari. Nel Kalimantan una persona con un lavoro ordinario può guadagnare in media tra 2 e 3 milioni di rupie al mese, quindi per diversi residenti questa attività può diventare una fonte di reddito vera, addirittura prevalente. Syazwan Omar, responsabile dell’unità biodiversità di Borneo Futures, lo riassume senza romanticismi: dipende anche dall’impegno di ciascuno.
Dati, lavoro e animali vivi
Il costo complessivo, secondo Meijaard, resta molto basso rispetto ai programmi classici: meno di un dollaro per ettaro l’anno su un’area di studio di circa 200mila ettari, cioè quasi 500mila acri. Con quella cifra il progetto ottiene due cose insieme: coinvolgimento delle comunità locali e dati in tempo reale su molte specie. Nel database finiscono uccelli comuni, mammiferi elusivi e animali minacciati, tra cui il gatto dalla testa piatta, il bucero rinoceronte, l’orango del Borneo e il gibbone del Borneo.
Questi dati servono a costruire metriche di presenza delle specie, utili per capire dove gli animali si trovano, quanto spesso vengono osservati e come cambiano gli effetti degli interventi di tutela. Le informazioni restano accessibili alle comunità che le producono. Con il loro consenso, Borneo Futures punta anche a renderle disponibili a organizzazioni internazionali come il Global Biodiversity Information Facility, il grande archivio globale che raccoglie dati sulla biodiversità. Intanto i dati sono già stati messi a disposizione del governo indonesiano per la pianificazione della conservazione, anche in occasione di un workshop nazionale sui gibboni, con osservazioni grezze e statistiche di occupazione.
La parte più interessante, però, accade nei villaggi. In alcune comunità gli osservatori si sono organizzati in gruppi per cercare insieme uccelli e mammiferi. A Nanga Embaloh, Tomi ha trasformato quella che all’inizio era una curiosità in un lavoro a tempo pieno. Entrando spesso nella foresta, ha cominciato a vedere quante specie vivono intorno al villaggio, e oggi il programma è diventato per lui una fonte principale di sostentamento. Anche altri residenti partecipano con continuità.
Con i primi pagamenti è cambiato qualcosa anche nel modo di guardare la caccia. Alcuni villaggi hanno iniziato ad autoregolarsi, vietando caccia e trappole e installando cartelli per avvisare i visitatori. Susilawati, anche lei di Nanga Embaloh, racconta che all’inizio molti erano scettici. Poi sono arrivati i soldi, le adesioni sono aumentate e la comunità ha iniziato a discutere del divieto di caccia. La logica, nella sua semplicità, funziona: se gli animali vengono cacciati spesso, diventano più schivi, più difficili da vedere, meno utili anche per chi li osserva. Da quando il programma è partito, secondo lei, la caccia nel villaggio si è fermata.
L’orango smette di essere solo un problema
La conservazione della fauna vive spesso di immagini lontane: animali iconici, campagne internazionali, fotografie potenti, parole grandi. Nei villaggi del Borneo la questione ha una grana più ruvida. Un orango può mangiare frutta, entrare negli orti, rubare dai giardini. Per una parte delle comunità locali è un animale problematico, e in alcuni casi anche una fonte di carne. Meijaard lo dice in modo diretto: l’idea che gli oranghi vadano protetti a ogni costo viene spesso percepita come occidentale. Per chi subisce i danni, il beneficio immediato è poco visibile.
KehatiKu prova a cambiare proprio quel calcolo quotidiano. Un orango che entra in un’area coltivata può ancora creare fastidio, certo, però può anche diventare una segnalazione pagata. La rabbia lascia spazio a un gesto diverso: prendere il telefono, fotografare, inviare. Il valore dell’animale vivo diventa più concreto, meno astratto. La tutela smette di essere soltanto una richiesta esterna e comincia a entrare nel bilancio familiare.
Qui si misura anche la fragilità del progetto. Paul Ferraro, professore di comportamento umano e politiche pubbliche alla Johns Hopkins University, invita alla prudenza: programmi simili funzionano finché gli incentivi continuano. Nel breve periodo è relativamente facile coinvolgere persone e comunità; mantenere la motivazione nel tempo è tutta un’altra faccenda. Secondo Ferraro, iniziative di questo tipo producono di solito cambiamenti moderati sul piano della conservazione e vanno sommate ad altri strumenti, altri incentivi, altre forme di gestione locale. I dati sul lungo periodo diranno molto più dell’entusiasmo iniziale.
Meijaard sembra saperlo. Per lui il programma resta prima di tutto comunitario: le persone del posto lo fanno funzionare, lo possiedono, lo portano avanti oppure scelgono di lasciarlo cadere. Borneo Futures facilita il flusso finanziario, costruisce l’infrastruttura, organizza la verifica. La tenuta dipenderà dai villaggi, dalla fiducia, dai pagamenti, dalla capacità di trasformare gli avvistamenti in informazioni utili e gli animali vivi in una presenza economicamente riconoscibile.
Se i dati dimostreranno un effetto reale sulla fauna minacciata, KehatiKu potrebbe essere esteso in altre aree dell’Indonesia nel giro di pochi anni. Resta da vedere quanto il governo vorrà accompagnare questa strada. Intanto, nel Kalimantan occidentale, la conservazione della fauna passa anche da un uomo con uno zaino pieno di rupie, da un telefono puntato tra gli alberi, da un villaggio che appende un cartello contro la caccia. Niente epopea. Solo un animale che resta vivo abbastanza a lungo da valere più di una carcassa.
Fonte: Mongabay
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Ilaria Rosella Pagliaro
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