La Sicilia si prepara a rafforzare la Zona economica speciale con 200 milioni di euro di risorse regionali destinate a integrare il credito d’imposta per gli investimenti delle imprese. La misura è stata presentata dal governo Schifani come uno degli strumenti principali per attrarre capitali, aumentare gli investimenti e creare occupazione. Ad agosto 2026 la Regione ha avviato concretamente l’intervento con i primi 10 milioni, annunciando l’impiego successivo delle ulteriori risorse. [1]
Il problema è che gli incentivi fiscali sono ben lungi da costituire una, anche minima, politica industriale. Ridurre il costo di un investimento può renderlo più conveniente, ma non costruisce automaticamente le condizioni economiche, sociali e infrastrutturali necessarie perché quell’investimento produca sviluppo reale e duraturo.
In Sicilia, il problema è ancora più evidente per la strutturale mancanza di politiche di pianificazione industriale e per la oggettiva debolezza dell’ecosistema produttivo. La regione sconta ritardi nelle infrastrutture, nella logistica, nella formazione tecnica, nella ricerca applicata, nella collaborazione tra università e territori e nella disponibilità di competenze qualificate.
In questo contesto la ZES rischia di intervenire soprattutto sull’ultima fase del processo, quella relativa al costo dell’investimento, senza affrontare adeguatamente le condizioni che determinano la produttività delle imprese e del sistema economico regionale nel suo complesso.
Uno studio della Banca d’Italia sul credito d’imposta per gli investimenti nel Mezzogiorno ha rilevato effetti positivi sugli investimenti e sull’occupazione, ma non effetti apprezzabili sulla produttività e la qualità del lavoro. Ancora più significativo è il fatto che la maggiorazione specificamente prevista per le ZES non abbia mostrato uno stimolo aggiuntivo rispetto al credito d’imposta ordinario, già presente sia in Sicilia che in tutto il Mezzogiorno. [2]
Questo risultato ridimensiona l’idea che aumentare semplicemente gli incentivi possa produrre automaticamente un salto di qualità nell’economia meridionale. Un investimento agevolato non coincide necessariamente con un investimento aggiuntivo. Una parte delle imprese e dei privati può realizzare investimenti che avrebbero comunque effettuato, ottenendo attraverso il credito d’imposta una riduzione del costo e quindi un miglioramento della redditività dell’operazione ovvero semplicemente dei profitti.
È il problema dell’addizionalità, centrale nella valutazione delle politiche pubbliche. Non basta conteggiare gli investimenti effettuati dalle imprese beneficiarie. Occorre verificare quanti investimenti siano stati effettivamente generati dall’incentivo e quanti sarebbero stati realizzati anche senza il sostegno pubblico. La stessa discussione sulla ZES Unica mostra quanto sia importante questa distinzione.
La SVIMEZ ha evidenziato proprio questa debolezza mostrando che la ZES non può essere ridotta alla semplificazione amministrativa o alla concessione di incentivi. Deve diventare parte di una strategia industriale selettiva, individuando filiere strategiche e coordinando le risorse della politica di coesione con quelle destinate agli investimenti produttivi. [3]
Insomma, senza una politica industriale programmata, pianificata e implementata salvaguardando i diritti dei lavoratori e dei territori si finisce nel minare le tutele del lavoro, con la cosiddetta semplificazione amministrativa, e di lasciare campo libero ad investimenti miranti, esclusivamente, ai profitti. Una politica industriale non consiste nel rendere più conveniente qualsiasi investimento, indipendentemente dal settore e dalle ricadute territoriali. Consiste nel decidere quali trasformazioni produttive sostenere, quali filiere rafforzare, quali competenze sviluppare e quali infrastrutture realizzare per accompagnarle. Con tali incentivi, distribuiti “a pioggia”, la Regione rischia di assumere contemporaneamente il ruolo di finanziatore delle infrastrutture, sostenitore fiscale degli investimenti privati e soggetto che rinuncia a una parte delle proprie entrate, senza però esercitare una sufficiente funzione di indirizzo industriale. Paradossalmente, il rischio è che l’iniziativa privata, lasciata libera ad inseguire i profitti, abbia convenienza ad investire nella produzione di armi e strumenti di morte, anziché in agricoltura, in energie rinnovabili o reale sviluppo territoriale.
In altri termini, se il sistema riceve consistenti sostegni fiscali il decisore pubblico dovrebbe essere in grado di misurare quanta nuova occupazione stabile viene creata, quale formazione viene finanziata, quanta ricerca viene sviluppata, quanto valore rimane nelle filiere regionali e quale incremento di produttività viene generato. Viceversa, il pericolo è che una parte del beneficio pubblico si trasformi semplicemente in una riduzione del costo dell’investimento privato e, di conseguenza, in un aumento netto dei profitti privati a spese della collettività.
I 200 milioni della Super ZES sono risorse pubbliche e non sono investimenti produttivi realizzati direttamente dalla Regione, ma risorse utilizzate per aumentare il beneficio fiscale riconosciuto agli investimenti privati. [1]
Tale scelta politica, ammesso e non concesso che sia condivisibile, dovrebbe essere accompagnata da una rigorosa valutazione dei risultati. Non è sufficiente sapere quanto credito d’imposta viene riconosciuto o quanti investimenti vengono dichiarati. Bisogna sapere quale sarebbe stato il livello degli investimenti senza l’incentivo, quanti posti di lavoro sono realmente nuovi, quanto durano, che tipo di occupazione producono e quali salari generano e quale aumento di produttività creano.
La Sicilia ha già sperimentato per decenni politiche fondate su trasferimenti, incentivi e grandi investimenti pubblici senza riuscire a colmare stabilmente il divario produttivo con il resto del Paese. La lezione che arriva dalla storia economica del Mezzogiorno è che il capitale fisico, se non viene accompagnato da politiche sociali adeguate, qualità istituzionale, infrastrutture materiali e immateriali e capacità di innovazione, non garantisce la convergenza. [4]
In sintesi, senza una vera politica industriale e un intervento pubblico qualificato, capace di pianificare gli interventi e indirizzare le risorse verso filiere, infrastrutture, formazione, ricerca e innovazione, la ZES rischia di ridursi a un ulteriore sconto fiscale alle imprese, senza garantire nuove occupazioni, maggiore produttività o una reale trasformazione dell’economia siciliana. La misura non va quindi valutata sulla quantità di investimenti agevolati dichiarati, ma sulla sua capacità di generare capitale privato realmente aggiuntivo, lavoro stabile e qualificato, innovazione e valore produttivo. In assenza di questi risultati, le risorse pubbliche rischiano semplicemente di ridurre il costo degli investimenti privati senza produrre una ricaduta proporzionata sul territorio.
Nicola Candido – Direzione Nazionale
Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea
Note
[1] Regione Siciliana, SuperZes, la giunta Schifani stanzia 200 milioni per gli investimenti delle aziende e Super Zes, governo stanzia i primi 10 milioni per integrare il credito d’imposta, 2026. La Regione specifica che i primi 10 milioni servono ad avviare l’integrazione del credito d’imposta e che ulteriori 200 milioni di risorse extraregionali sono destinati al rafforzamento della misura. (Regione Siciliana)
[2] M. Andini, A. D’Ignazio, Banca d’Italia, Valutazione dell’impatto del credito d’imposta per gli investimenti nel Mezzogiorno nel periodo 2016-2020, Temi di discussione, 2025.
[3] Luca Bianchi, SVIMEZ, La ZES Unica: da strumento a strategia industriale per la competitività e la coesione, settembre 2025; e intervistaLe ZES non sono la mossa del cavallo, in Italia servono politiche industriali, agosto 2025.Bianchi sottolinea che la ZES deve essere accompagnata da selettività, coordinamento e una vera politica industriale. (Svimez)
[4] Banca d’Italia – Il divario Nord-Sud: sviluppo economico e intervento pubblico, 2022.
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roberto
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