In vista delle elezioni di metà mandato, Open racconta l’America di Trump attraverso le domande degli elettori. Il secondo capitolo è dedicato alla promessa che accompagna il presidente fin dal suo primo mandato: mettere in sicurezza la frontiera
Può essere considerato il vero risultato dell’amministrazione Trump: la messa in sicurezza del confine tra Stati Uniti e Messico, quei 3 mila chilometri di deserti, fiumi e montagne che dal Texas arrivano fino alla California. Un pilastro delle sue campagne elettorali, ma soprattutto l’ossessione di un uomo che, fin dal primo mandato, ha fatto della guerra agli immigrati uno degli obiettivi principali del governo.
Secondo gli ultimi dati del Dipartimento della Sicurezza Interna americano, luglio è stato il quindicesimo mese consecutivo con «zero releases» da parte della Border Patrol. Significa che nessuna delle persone fermate dopo aver attraversato irregolarmente il confine è stata rilasciata negli Stati Uniti in attesa di conoscere il proprio destino. Ma il risultato che l’amministrazione rivendica con ancora più orgoglio riguarda gli attraversamenti: nel 2025 i fermi ai valichi al confine con il Messico sono scesi al livello più basso dal 1970.
Una tendenza che trova conferma anche nei numeri quotidiani. Oggi gli agenti della Border Patrol, quelli che si occupano della sicurezza alla frontiera, devono gestire mediamente circa 328 fermi al giorno lungo tutto il confine con il Messico, contro i circa 4mila del 2024. Il confine, insomma, non è mai stato così difficile da raggiungere e attraversare. Ma come ha fatto Trump a “chiuderlo”?
Gli ordini esecutivi e la Big Beautiful Bill
Una messa in sicurezza del genere richiede soprattutto una quantità enorme di denaro. A differenza del primo mandato, questa volta Trump riesce a ottenerlo dal Congresso. Il 4 luglio 2025 il presidente firma la One Big Beautiful Bill, una maxi-legge fiscale che stanzia circa 191 miliardi di dollari complessivi per il Dipartimento della Sicurezza Interna, destinati a un vasto rafforzamento dell’enforcement migratorio. Di questi fondi, circa un terzo viene destinato alla protezione dei confini.
Oltre ai soldi, Trump viene aiutato dalla legge che interpreta e utilizza a suo piacimento. Il giorno dell’insediamento il presidente firma un pacchetto di ordini esecutivi e proclami presidenziali con cui cambia in poche ore l’architettura del controllo della frontiera. A cominciare dalla dichiarazione dello stato di emergenza nazionale al confine con il Messico, che gli permette di attivare specifici poteri straordinari, mobilitare riservisti e ampliare l’impiego delle Forze armate a sostegno delle autorità di frontiera: solo nel primo anno della seconda amministrazione Trump oltre 20 mila tra soldati, marinai, aviatori, Marines, membri della Space Force, Guardia Nazionale e Guardia Costiera si avvicendano nelle operazioni della neonata Joint Task Force–Southern Border.
Alla base di questa militarizzazione della frontiera c’è una controversa interpretazione della Costituzione americana. Trump mette insieme i flussi migratori registrati durante i quattro anni di Biden, il narcotraffico e le attività dei cartelli per dimostrare che al confine meridionale è in corso “un’invasione che minaccia la sovranità americana”. Una definizione giuridica contestata nei tribunali, ma fondamentale nella costruzione politica della nuova strategia: l’immigrazione non viene più trattata da Trump come una questione amministrativa e di polizia, ma come un problema di sicurezza nazionale e di difesa territoriale.
Grazie a questa nuova impostazione i migranti fermati alla frontiera non vengono più rilasciati su suolo americano ma devono attendere le decisioni dei tribunali nei centri di detenzione. Molti di loro scelgono di tornare indietro per evitare la prigione.
Ancora più radicale è la stretta sull’accesso all’asilo, che alla fine di giugno riceve anche la benedizione della Corte Suprema. Con 6 giudici favorevoli e 3 contrari, l’Alta corte allarga la categoria di coloro che non possono avviare la procedura alle frontiere, rendendo un miraggio la richiesta di asilo anche per coloro che ne avrebbero diritto. Uno scenario drammatico denunciato da molte organizzazioni per i diritti umani secondo cui la nuova politica sugli asili sarebbe in aperto contrasto non solo con la legge e la tradizione americana, ma anche con i trattati internazionali che obbligano gli Usa ad accettare migranti minacciati o perseguitati in patria.
Nonostante gli attraversamenti siano ai minimi storici, ancora oggi restano in vigore sia lo stato di emergenza che la minaccia di invasione – entrambi i proclami sono infatti a totale discrezione del presidente degli Stati Uniti che può rinnovarli all’infinito. Come ha scritto Jonathan Hafetz, professore di legge alla Seton Hall University: «Più si consolida una narrativa dell’emergenza, più queste forme di governo della crisi finiranno per radicarsi e normalizzarsi».
La cooperazione con il Messico
La cooperazione con il Messico si dimostra un’altra carta vincente della nuova politica delle frontiere. Già durante il primo mandato Trump scopre quanto possa essere efficace spostare il controllo della frontiera a sud del confine americano, di fatto esternalizzandolo. Nel 2019 minaccia dazi contro il Messico e ottiene dal governo di López Obrador un rafforzamento dei controlli e l’espansione del “Remain in Mexico”, un protocollo che costringe parte dei richiedenti asilo ad attendere in territorio messicano l’esito del procedimento negli Stati Uniti.
Biden abbandona quel programma, ma non la collaborazione con il Messico: quando gli attraversamenti raggiungono il record alla fine del 2023 , Washington torna a fare pressione su López Obrador perché fermi i migranti prima che raggiungano gli Stati Uniti. Il Messico intensifica così controlli, fermi e trasferimenti verso il sud del Paese fino a intercettare – nel 2024 – oltre 1,2 milioni di irregolari.
La nuova presidente Claudia Sheinbaum, anche a causa della forte pressione esercitata da Trump con la minaccia di dazi, ha rafforzato ulteriormente la cooperazione inviando migliaia di membri della Guardia Nacional alla frontiera e accettando il ritorno in Messico di decine di migliaia di persone – messicane e no – respinte dagli Stati Uniti.
E il muro?
Quando si tratta di confine, il progetto più simbolico e ambizioso del presidente resta la costruzione del muro. Un’opera iniziata dieci anni fa durante la prima amministrazione, in larga parte sospesa durante l’era Biden e ripartita con il secondo mandato.
Secondo il Government Accountability Office, durante la prima amministrazione Trump sono state installate circa 458 miglia (737 chilometri) di barriere primarie e secondarie. Nell’81 per cento dei casi, però, si trattava della sostituzione di strutture già esistenti. Soltanto 87 miglia sono state costruite ex novo, e di queste poco più di 50 erano pilastri di acciaio al confine con il Messico: il restante “muro” è costituito da un’altra barriera che corre parallela alla principale e che nelle intenzioni del governo dovrebbe aiutare la polizia a intercettare quei migranti che riescono a entrare negli Stati Uniti.
Al di là della propaganda, il governo ha capito velocemente che nessuna barriera può impedire del tutto l’attraversamento del confine: il vero obiettivo è dunque rallentarlo abbastanza da permettere agli agenti di intervenire. Tanto che oggi si parla di border wall system: «Un sistema – scrive Time Magazine – che integri barriere primarie e secondarie, strade di pattugliamento, illuminazione, telecamere, sensori e altre tecnologie di sorveglianza».
Eppure le difficoltà del primo mandato non hanno scoraggiato il presidente, che vuole terminare la prima cinta del muro entro la fine del 2027. E se è vero che questa volta i fondi federali non sono un ostacolo, restano le battaglie con proprietari dei terreni, comunità native, organizzazioni ambientaliste e amministrazioni locali di entrambi gli schieramenti: dalle proteste per il Big Bend National Park, nel Texas occidentale, a quelle della riserva indiana Tohono O’odham Nation, che ha fatto causa al governo per aver “invaso un territorio sovrano”; fino agli allevatori di bestiame del New Mexico,
Ma è davvero tutto merito di Trump?
Se è vero che negli anni successivi alla pandemia gli Stati Uniti hanno registrato livelli record di attraversamenti al confine, nel 2024 – con l’avvicinarsi delle elezioni – l’amministrazione Biden era riuscita a riportare ordine alla frontiera. Nel dicembre 2023, al picco della crisi, la Border Patrol aveva registrato quasi 250 mila ingressi dal Messico. Un anno dopo erano scesi a circa 47 mila e nel gennaio 2025, il mese in cui Trump torna alla Casa Bianca, a 29 mila. Trump non ha ereditato dunque una frontiera aperta, come sostenuto dalla propaganda Maga, ma – come scrive il Council of Foreign Relations – ha trasformato una politica di contenimento flussi in “un controllo militarizzato della frontiera”.
Questo articolo è il secondo di una serie sull’America di Trump in vista delle elezioni di Midterm. Il primo è dedicato ai dazi: La scommessa dei dazi di Trump: chi ha pagato davvero il prezzo delle tariffe
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Serena Danna
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