ecco la manovra del governo Meloni


Il tempo stringe e le scadenze sono già fissate sul calendario. Entro venerdì 2 ottobre il governo Meloni deve presentare e trasmettere alle Camere il documento programmatico di finanza pubblica (Dpfp) che ha sostituito la vecchia Nadef. È il documento di bilancio italiano nell’ambito del nuovo ciclo di programmazione economica adeguato alle regole europee: in poche parole, definisce le politiche economiche e finanziarie decise dal governo.

Poi, entro metà mese, il governo deve presentare e inviare alla Commissione europea il documento programmatico di bilancio (Dpb). Successivamente, entro il 20 ottobre, il Consiglio dei ministri deve approvare il disegno di legge di bilancio e trasmetterlo al Parlamento, che apre così la sessione di bilancio. La data ultima, comunque, rimane quella del 31 dicembre 2026, limite massimo per l’approvazione.

Le due priorità e i vincoli di spesa

Detto questo, cosa vuole o vorrebbe fare il governo Meloni? È chiaro che al momento si parla di ipotesi allo studio, e che tutto poi dipenderà dai costi effettivi dei provvedimenti e dal reperimento delle risorse finanziarie necessarie per attuarli. Qualcosa di concreto però c’è già, almeno nelle intenzioni. Sono sostanzialmente due le priorità per la prossima manovra: il taglio delle tasse per il ceto medio e un intervento sugli stipendi.

A ribadirlo, in questi giorni, è stato il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, anche dopo che i dati definitivi dell’Istat hanno confermato un rapporto deficit/Pil 2025 al 3,1%, troppo alto per un’uscita anticipata dell’Italia dalla procedura d’infrazione dell’Unione europea. Che tradotto significa che il governo non avrà molti margini di spesa per la prossima manovra, per i vincoli ben più stretti di politica economica. Giorgetti comunque ha assicurato di voler “tenere insieme i conti e la crescita”. La sintesi sulla manovra avverrà “a breve”, ha aggiunto, perché prima di tutto andrà aggiornato il quadro di finanza pubblica. “All’inizio del prossimo mese si saranno chiarite quali saranno le indicazioni strategiche e politiche da parte del governo”, ha anticipato il ministro.

L’ipotesi della riduzione dell’Irpef

Le retribuzioni sono al centro dei ragionamenti per la prossima legge di bilancio: in quella dello scorso anno, il pacchetto stipendi contava già diverse agevolazioni che scadranno a fine anno e che, quindi, richiedono nuovi stanziamenti per essere confermate. “Più volte il governo ha ribadito le priorità per quanto riguarda la prosecuzione del percorso di riduzione delle imposte sul reddito per il ceto medio”, ha detto Giorgetti, rispondendo al question time alla Camera e confermando che la revisione dello scaglione Irpef “è una delle finalità”. “Naturalmente sono scelte che dovranno convergere in una sintesi”, ha però sottolineato.

La riduzione dell’Irpef, dunque, dovrebbe riguardare anche il ceto medio, con un riferimento indiretto allo scaglione tra i 50 e i 60mila euro. L’obiettivo della maggioranza è quello di portare la fascia di reddito tra i 50 e i 60mila euro lordi nel secondo scaglione Irpef, applicandovi un’aliquota del 33% e non più del 43%, ha spiegato nel giorni scorsi il viceministro dell’Economia, Maurizio Leo.

“Siamo intervenuti nel corso del tempo, durante questa legislatura, innanzitutto per spostare il meccanismo delle aliquote da quattro a tre e poi, con la legge di bilancio dello scorso anno, l’aliquota del 35%, quindi quella che abbraccia lo spazio da 28 a 50mila euro, l’abbiamo portata al 33% – ha spiegato Leo -. Qual è l’ulteriore passo su cui vogliamo lavorare, compatibilmente con le risorse e con la condivisione da parte di tutti i componenti della nostra maggioranza? Ovviamente, tenendo conto che quest’aspetto già è stato da più parti sollecitato, è quello di abbracciare la fascia che va da 50 a 60mila euro e riportarla nell’ambito del secondo scaglione, quindi applicare su questa fascia di reddito, anziché il 43%, il 33%”.

Nel momento in cui scriviamo non ci sono dettagli ulteriori su questa ipotesi: i tecnici del ministero sono al lavoro per metterla nero su bianco, definendo costi concreti e coperture.

Ci sono agevolazioni in scadenza

Quel che è certo è che tra le agevolazioni in scadenza sulle retribuzioni c’è il trattamento integrativo per lavoro notturno e straordinari nei giorni festivi, riconosciuto a lavoratrici e lavoratori del turismo. Scade mercoledì 30 settembre: la misura è stata riconfermata più volte negli ultimi anni e ora per il 2027 serve una riprogrammazione. Inoltre, quest’anno è stata prevista anche la flat tax del 15% sulle indennità di turno e sulle retribuzioni per il lavoro svolto in orari notturni o festivi entro un massimo di 1.500 euro. Una misura che comporta un costo, in termini di minori entrate, di 534,8 milioni di euro in un anno.

Gli stipendi dei giovani, le tredicesime e gli autonomi

Ci sono altre promesse fatte negli ultimi mesi in tema stipendi, come la detassazione delle tredicesime e quella di un fisco più leggero per i giovani lavoratori. Almeno secondo quanto emerso finora, nel primo caso si punta a un’imposta sostitutiva al 15% (o al 10%) per chi ha redditi entro i 15mila euro, garantendo un risparmio netto in busta paga tra 200 e 500 euro. E l’ipotesi è quella di un intervento selettivo del valore di 500 milioni di euro.

Nel secondo caso, le proposte di intervento presentate lo scorso anno in Parlamento partono da un minimo di 200 milioni di euro. Giorgetti ha parlato di un’agevolazione fiscale sugli aumenti di stipendio per i giovani lavoratori, per favorire la crescita delle retribuzioni al di sotto di una determinata età, attraverso una tassazione più favorevole sugli aumenti riconosciuti dalle aziende. “Ricordo il grande successo che ha avuto l’iniziativa del governo, l’anno scorso, di riconoscere una tassazione flat tax al 5% sugli aumenti contrattuali – ha argomentato il ministro -. Penso che questo successo possa essere trasferito, con i dovuti accorgimenti, anche sugli eventuali aumenti di stipendio riconosciuti ai giovani nelle aziende”.

E i lavoratori autonomi? La prossima manovra potrebbe prevedere l’innalzamento della soglia a 100mila euro (da 85mila) per l’applicazione della tassa piatta (al 15%, o al 5% per le nuove attività). Intanto, Forza Italia ha proposto di innalzare da 35 a 40mila euro il tetto massimo di reddito da lavoro dipendente consentito per poter aprire una partita Iva aderendo al regime forfettario.

Caccia alle risorse

Lo abbiamo detto all’inizio, lo ripetiamo alla fine. Il tema, come sempre, è quello delle coperture finanziarie. Secondo i dati dell’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb), la flat tax che ipotizza il governo Meloni peserebbe 420 milioni di euro, ed è solo una delle tante misure da confermare per far sì che le buste paga non vengano penalizzate. Questo governo deve poi anche mantenere la recente promessa sull’eliminazione del bollo auto per alcune vetture: per un solo anno, il 2027, costerà ben 2,3 miliardi di euro. Toccherà fare i conti con la realtà.


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