C’era una volta un grande classico: il taglio, anzi la falcidia, delle spese fiscali, dei sussidi, delle detrazioni e dei vari bonus. Questo furore ordinatorio è passato di moda. Forse perché con quindici successivi interventi — del costo di più di 2 miliardi — il governo ha cercato di frenare l’aumento di benzina e gasolio. Con misure tanto inefficaci quanto contrarie all’impegno di ridurre i Sussidi ambientalmente dannosi (Sad). Forse perché oggi con il caro energia, la nuova fiammata dell’inflazione, la preoccupazione è quella di rassicurare le famiglie, non di inquietare i possibili destinatari del riordino delle tax expenditure.
Eppure, specie dopo la mancata uscita dell’Italia dalla procedura europea per eccesso di deficit (l’ormai mitico 3,08%), i margini di bilancio si restringono ed eventuali promesse — come la riduzione di tasse per il ceto medio — necessitano di valide coperture. La timidezza propositiva su questo fronte è sorprendente. C’è una spiegazione. Si è fatto così tanto riferimento in passato agli incassi salvifici dei tagli alle spese fiscali, poi rimasti sulla carta, che ogni effetto annuncio rischia di autoannullarsi. Nel 2022 tutti i partiti avevano nei loro programmi una riforma dei sussidi e degli incentivi. Con un uso attento dei verbi: razionalizzare anziché tagliare, rivedere al posto di ridurre. Anche la Lega, che oggi invoca per bocca del suo segretario, Matteo Salvini, un deciso scostamento di bilancio, metteva nella sua piattaforma elettorale un riordino a copertura della flat tax.
Oggi la musica è diversa. Sembra si vada nella direzione opposta. Nel loro programma, elaborato nell’assemblea milanese di Nova, i Cinquestelle propongono un taglio sull’Iva dei carburanti. Un altro sussidio. E, ancora una volta, in direzione contraria alla progressiva eliminazione dei Sad per scoraggiare l’uso delle fonti fossili. In passato avevano ipotizzato riduzioni «stellari» alle spese fiscali. Questa volta non se ne fa cenno. Il clima sembra cambiato un po’ per tutti.
La Confindustria aveva proposto, nell’ultima assemblea generale, una spending review selettiva sulle agevolazioni fiscali in modo da recuperare 20 miliardi per investimenti, scuola e sanità. Idea caduta nel vuoto.
Non siamo gli unici, tra i Paesi Ocse, ad avere un elevato livello di spese fiscali. Ma l’Italia detiene un record poco invidiabile. Ne ha ufficialmente 573 (a dicembre 2025) e perlopiù di valore medio molto basso e con un ridotto numero di beneficiari. Il costo complessivo è di oltre 110 miliardi.
Eccetto alcune misure che hanno un carattere strutturale, e dunque sono legate al funzionamento complessivo delle imposte, le spese fiscali sono in prevalenza regimi particolari per gruppi di interesse piccoli ma di grande potere corporativo. Ed è questo il nocciolo politico della questione.
Le spese fiscali in Italia hanno poco a che fare con obiettivi di efficienza o con intenti distributivi. Rispondono — come dimostrato in The political economy of tax expenditures in Oecd countries, a cura di Marè, Porcelli e Vidoli — a una merce di scambio. La loro natura prevalente è quella di un price subsidy al consumo o alla fruizione di alcuni beni o attività. I bonus edilizi e i vari crediti d’imposta hanno questa particolarità. Ma nel caso italiano c’è di peggio. Oltre agli usi impropri e alle frodi (abbondanti e senza scandalo alcuno) sono emersi negli anni effetti distorsivi e perversi. Una revisione corretta dovrebbe quindi porsi non solo l’obiettivo di ridurne il costo ma anche di capirne le finalità ormai in larga parte oscure.
Le tax expenditure sono vere e proprie termiti. Corrodono la struttura democratica dei regimi tributari. Se non si interverrà presto con misure adeguate e coraggiose le termiti ridurranno i sistemi fiscali a un coacervo di condizioni di favore per le varie constituency. Che cosa abbiamo imparato da proposte, tentativi e correzioni degli ultimi anni? Intervenire voce per voce è inutile. Ogni agevolazione ha beneficiari concentrati e organizzati mentre il vantaggio di un taglio delle spese è diffuso e poco percepito. I primi hanno maggiore peso politico dei tanti secondi. Anche la soluzione opposta, ovvero il taglio lineare, ha mostrato i suoi limiti. La clausola del 2011, che prevedeva una riduzione proporzionale di tutte le agevolazioni, non è mai stata applicata ed è stata sostituita da aumenti dell’Iva. Il taglio orizzontale colpisce allo stesso modo misure efficaci ed inefficaci. E, peggio, rischia di essere percepito come un semplice aumento delle tasse.
La strategia più praticabile potrebbe far leva su tre strumenti. Il primo è un tetto complessivo alle detrazioni per contribuente che decresca all’aumentare del reddito (sempre che venga dichiarato). È la strada aperta dalla legge di Bilancio del 2025 per i redditi sopra i 75 mila euro. L’aspetto negativo, ma che rappresenta anche un vantaggio, è che nessuna voce viene abolita e quindi non vi sono categorie, anche piccolissime, che si sentono penalizzate o tradite. Si riduce però il beneficio aggregato soprattutto là dove è meno giustificato.
Il secondo strumento è il riordino per blocchi funzionali, ad esempio famiglia, casa, salute, istruzione, lavoro, imprese. Per ciascun comparto si fissa un obiettivo di spesa e si accorpano le misure frammentate in poche agevolazioni semplici o, meglio, in trasferimenti diretti. L’assegno unico è l’esperimento più riuscito. Ha assorbito detrazioni per figli e assegni familiari in un solo strumento raggiungendo anche gli incapienti. Lo stesso schema potrebbe valere anche per i bonus edilizi, dopo la costosa sbornia di questi anni.
Il terzo intervento è rappresentato da un’indispensabile clausola di scadenza. Ogni agevolazione, nuova o confermata, dovrebbe avere una durata limitata e soggetta a una valutazione d’impatto obbligatoria prima dell’eventuale rinnovo. Si inverte così l’onere della prova. Non è più chi vuole tagliare a doversi giustificare. È il beneficiario che deve dimostrare l’efficacia della misura. Decisivo però è il modo in cui il «pacchetto» verrebbe presentato. La riforma deve essere uno scambio esplicito e contestuale. Le risorse recuperate vanno tradotte automaticamente in una riduzione delle aliquote Irpef (finanziando per esempio l’aliquota abbassata al 33%) privilegiando il ceto medio.
È la logica suggerita dall’Ocse: «Allargare la base contributiva e abbassare le aliquote». Senza una compensazione qualunque disboscamento della giungla delle spese fiscali sarà percepito, piaccia o no, come un inasprimento fiscale. E dunque destinato al fallimento. Anche il timing è essenziale. L’operazione va fatta a inizio legislatura, rispettando impegni e promesse che, una volta disattesi — come è accaduto negli ultimi anni — diventano poi difficilmente riproponibili.
*economista, ordinario di Scienza delle Finanze, Luiss
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