Overshoot. È questa la parola destinata a entrare sempre più spesso nel lessico della crisi climatica. Significa superare temporaneamente la soglia di 1,5°C di riscaldamento globale rispetto ai livelli preindustriali, raggiungere un picco e poi, se le politiche climatiche saranno abbastanza rapide e ambiziose, riportare gradualmente le temperature verso il basso.

È questo lo scenario al centro di Limiting Overshoot, il nuovo rapporto del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP), appena pubblicato e che avverte: il mondo è destinato a superare 1,5°C, probabilmente già nei prossimi anni. Ma ciò non significa che ogni scenario sia ormai equivalente o che non abbia più senso agire.

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Al contrario, secondo l’UNEP, la differenza tra fermarsi a 1,8°C, superare i 2°C o restare sopra 1,5°C per decenni può tradursi in conseguenze enormemente diverse per persone, ecosistemi ed economie.

Cos’è l’overshoot e perché è così importante

Con il termine overshoot si indica una traiettoria nella quale il riscaldamento globale supera temporaneamente 1,5°C, raggiunge un livello massimo e successivamente diminuisce. L’obiettivo, dunque, non è accettare una nuova soglia climatica, ma rendere il superamento il più basso e breve possibile.

Lo scenario più ottimistico preso in esame dal rapporto prevede un picco di circa 1,8°C sopra i livelli preindustriali. Molti altri scenari, però, indicano temperature superiori ai 2°C. La traiettoria che l’UNEP considera oggi la migliore opzione rimasta viene definita overshoot, peak and decline: superamento, picco e declino. Più basso sarà il picco e meno tempo passeremo sopra 1,5°C, minori saranno i danni.

@UNEP

Ogni decimo di grado in più aumenta i rischi

Il rapporto insiste su un punto: ogni frazione di grado conta.Oltre 1,5°C aumentano progressivamente la frequenza e la gravità degli eventi meteorologici estremi, la perdita di ecosistemi e i rischi per salute, disponibilità di acqua, sicurezza alimentare, infrastrutture ed economie.

Tra le aree più vulnerabili ci sono i piccoli Stati insulari e le città costiere a bassa quota, sempre più esposte all’innalzamento del livello del mare. A crescere è anche la probabilità di oltrepassare i cosiddetti tipping points, soglie oltre le quali alcuni cambiamenti climatici potrebbero diventare irreversibili o autoalimentarsi.

L’UNEP cita, tra gli altri, la destabilizzazione delle grandi calotte glaciali, il degrado della foresta amazzonica e possibili alterazioni dell’Atlantic Meridional Overturning Circulation, il sistema di correnti oceaniche che contribuisce a regolare il clima dell’Atlantico e di vaste regioni del pianeta.

Inoltre, il rapporto sottolinea anche che il net zero non è il punto finale. Per far scendere le temperature dopo il picco, infatti, il mondo dovrà arrivare a una fase in cui dall’atmosfera venga rimossa più CO2 di quanta ne venga emessa. Qui entra in gioco la Carbon Dioxide Removal (CDR), cioè la rimozione dell’anidride carbonica dall’aria attraverso sistemi naturali e tecnologici, dalla riforestazione ad altre forme di stoccaggio del carbonio.

carbon dioxide removal

@UNEP

L’UNEP, però, mette in guardia da un possibile equivoco: rimuovere CO2 non può diventare un alibi per continuare a emettere. La CDR può contribuire al ritorno sotto 1,5°C solo se le emissioni vengono prima ridotte in modo drastico e continuativo e se il picco di riscaldamento resta ben al di sotto dei 2°C.

Mitigazione e adattamento

Il rapporto chiarisce inoltre che non basta ridurre le emissioni. Poiché una parte degli impatti climatici è ormai inevitabile, mitigazione e adattamento devono procedere insieme.

mitigazione e adattamento

@UNEP

Le città e le comunità dovranno prepararsi a ondate di calore più intense, siccità, alluvioni, eventi estremi e rischi che potrebbero manifestarsi in maniera improvvisa e non lineare.

L’UNEP invita quindi a privilegiare interventi capaci di produrre contemporaneamente benefici di mitigazione e adattamento, come le soluzioni basate sulla natura per ridurre le temperature urbane. Accelerare la transizione dai combustibili fossili alle energie rinnovabili avrebbe inoltre vantaggi immediati: aria più pulita, migliori condizioni di salute, costi energetici più bassi e maggiore accesso all’elettricità.

Tornare sotto 1,5°C non cancellerà tutti i danni

Anche nello scenario in cui il pianeta riuscisse a riportare il riscaldamento sotto 1,5°C, alcuni cambiamenti saranno comunque permanenti. Il rapporto avverte che comunità intere potrebbero dover trasferirsi, modificare le proprie attività economiche o adattarsi a condizioni climatiche completamente diverse. Per questo la crisi dell’overshoot è anche una questione di giustizia climatica.

I Paesi che hanno contribuito maggiormente alle emissioni storiche, sottolinea l’UNEP, dovrebbero agire più rapidamente e con maggiore ambizione, mentre equità, accesso alle risorse e protezione delle comunità vulnerabili dovrebbero essere al centro delle decisioni.

In ogni caso, dicono gli esperti, superare 1,5°C non significa che sia troppo tardi. Il superamento di 1,5°C, cioè, non deve essere interpretato come una resa o come la prova che gli obiettivi climatici non servano più.

È vero il contrario: ogni decimo di grado evitato può ridurre i danni, ogni anno trascorso in meno sopra 1,5°C può limitare il rischio di cambiamenti irreversibili e ogni tonnellata di CO2 non emessa rende più semplice invertire la traiettoria.

La nuova frontiera della crisi climatica, dunque, è già qui: limitare l’overshoot, raggiungere il picco il prima possibile e far scendere le temperature. Ma, avverte l’UNEP, questa possibilità esiste solo se le decisioni vengono prese adesso.

QUI trovi il report completo.


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Germana Carillo

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