di Andrea Filloramo
C’è una domanda che molti si pongono che diventa ogni giorno più difficile eludere: Papa Leone XIV sta davvero continuando il pontificato del suo predecessore Francesco, oppure ne sta lentamente correggendo la traiettoria o addirittura sta tornando – come qualcuno sostiene – al pontificato di Pio XII, Papa che governò la Chiesa dal 1939 al 1956, cioè prima di Giovanni XXIII che indisse il Concilio Vaticano II° ?
All’inizio sembrava quasi scontato che il nuovo Papa dovesse essere letto nella categoria della continuità. Francesco, infatti, ha lasciato una Chiesa profondamente trasformata e l’elezione di Leone XIV poteva apparire come la scelta di un successore, destinato a raccoglierne l’eredità, ma il tempo è il peggior nemico delle interpretazioni costruite nelle prime ore di un pontificato.
Oggi, a distanza di più di un anno dalla sua elezione, il quadro appare molto più complesso. Leone non sembra voler demolire l’eredità di Francesco, ma neppure sembra disposto a considerarla intoccabile. La sua operazione è molto più sofisticata: egli conserva alcune delle intuizioni di Francesco, ma cambia il modo di esercitare il papato.
Ed è proprio qui che comincia a comparire – come qualcuno pensa – l’ombra di Pio XII e, quindi, a prima del Concilio, che si è posto l’biettivo di rinnovare il cattolicesimo e di aprirsi al dialogo con il mondo moderno.
Nel 2013 Francesco si presentò al mondo con un semplice “Buonasera”. Era quasi un manifesto programmatico: il Papa che scendeva dal piedistallo, che riduceva la distanza, che preferiva la familiarità alla solennità. Leone XIV ha scelto un’altra formula: “La pace sia con tutti voi”.
In queste due formule non c’è stata soltanto una differenza linguistica, ma una diversa rappresentazione del ruolo. Mentre Francesco, con il suo “Buonasera” sembrava dire: sono qui con voi. Leone con la formula che augurava e implorava la pace, sembrava dire: sono qui per esercitare il ministero che mi è stato affidato. Così facendo mentre Francesco desacralizzava il papato, Leone lo istituzionalizzava.
Ma non si è trattato solo di formule che possono essere lette interpretate in modo diverso ma di immagine, che ha sempre bisogno di tempo per consolidarsi.
Basta osservare: mentre Francesco progressivamente ha ridotto molti degli elementi esteriori associati alla tradizionale immagine del pontefice. Non amava, infatti, l’eccesso di cerimoniale, evitava alcune forme di distanza, cercava deliberatamente un linguaggio immediatamente comprensibile, la sua immagine pubblica era quella di un Papa accessibile, imprevedibile, spesso spiazzante. Leone XIV appare diverso, più sobrio che spontaneo, più istituzionale che personale, più diplomatico che improvvisatore, più attento alla forma senza per questo essere schiavo della forma.
Tutto questo conta e conta molto, perché il modo in cui un Papa si presenta non è soltanto comunicazione ma è anche teologia del potere. Un Papa che accentua la propria prossimità comunica una certa idea dell’autorità. Un Papa che recupera maggiormente la solennità comunica un’altra idea: l’autorità non appartiene alla persona, ma all’ufficio che essa occupa.
È precisamente questo il punto nel quale il confronto con Pio XII diventa molto interessante. Pio XII rappresentava un modello di papato fortemente centrato sull’autorità universale del Pontefice. Era il Papa della diplomazia, dei grandi conflitti internazionali, delle crisi storiche nelle quali Roma cercava di parlare a governi e popoli.
Leone XIV sembra riscoprire quella dimensione. Non necessariamente con gli stessi strumenti e certamente non nella stessa situazione storica. Ma con la stessa intuizione di fondo: il Papa non è soltanto il pastore dei cattolici; è anche una figura diplomatica e morale sulla scena mondiale.
È proprio qui che la distanza da Francesco comincia a diventare evidente.
Francesco aveva una straordinaria sensibilità per le vittime della storia. Leone sembra aggiungere una domanda diversa: chi può contribuire a governare la storia? È la differenza tra la denuncia e la mediazione, tra la testimonianza e la diplomazia. Nel primo caso il Papa va verso la realtà per ascoltarla. Nel secondo, la realtà viene chiamata a confrontarsi nuovamente con un’autorità ecclesiale riconoscibile.
Se Francesco sembrava considerare il Pontefice soprattutto come un pastore capace di accompagnare una Chiesa in uscita, Leone sembra considerarlo anche come il garante di un’istituzione millenaria che cerca di mantenere una voce riconoscibile nel caos contemporaneo.
Questo significa probabilmente che il pontificato di Leone XIV ha una traiettoria precisa: non cancellare Francesco, ma superarlo, prendere ciò che è stato fatto, conservare quello che si ritiene essenziale e correggere ciò che viene considerato insufficiente.
Pio XII diventa, così, non un modello ma uno specchio, attraverso il quale si può comprendere ciò che sta cambiando e cioè il ritorno della diplomazia, la valorizzazione dell’istituzione, una maggiore solennità, una maggiore centralità dell’ufficio petrino, la ricerca di una voce universale, la convinzione che la Chiesa non debba soltanto accompagnare il mondo, ma anche proporsi nuovamente come soggetto capace di orientarlo.
Sono tutti questi gli elementi che rendono Leone XIV diverso da Francesco. Forse questa diversità è destinata a diventare sempre più evidente. Perché Francesco ha cambiato il volto del papato, Leone potrebbe essere il Papa che cerca di stabilire che cosa debba rimanere di quel cambiamento. Se il suo progetto sarà davvero questo, allora il suo pontificato non sarà né una semplice continuazione né una restaurazione, ma qualcosa, per certi versi, più difficile da classificare: un ritorno dell’autorità dopo la stagione della prossimità.
Forse proprio per questo che, più passa il tempo, più Leone XIV sembra assomigliare a Pio XII e sempre meno a Francesco.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
roberto
Source link



