Roberto Strano è un fotografo documentarista originario di Caltagirone, celebre per il suo stile graffiante in bianco e nero che indaga con sensibilità la condizione umana. Nel 2026 ha conquistato la scena mondiale trionfando al prestigioso Photojournalism Prize con il reportage “Sul filo del mondo”, un’intensa opera d’inchiesta che restituisce dignità alle vite sospese dei giovani emarginati. A BE Sicily Mag si è raccontato in occasione della Giornata Mondiale della Fotografia.

Roberto Strano e la sua fotografia scandita dal tempo
“Il rapporto tra un fotografo e il tempo è singolare. Ci sono immagini che richiedono attesa e altre in cui devi anticipare gli eventi, prevedendo ciò che sta per accadere. Devi essere pronto a immortalare un istante di vita che, un millesimo di secondo dopo, avrebbe già un significato diverso”, esordisce così Roberto Strano nel raccontare come l’attesa scandisca la sua vita e il suo lavoro. “Il mio approccio si basa sull’anticipazione e sull’essere dentro la scena. Quando capita di trovarsi in contesti complessi, in cui bisogna allontanarsi rapidamente, meno ti mostri, più preservi la naturalezza della situazione. Divento allora un rapinatore di tempo, di sguardi e di immagini. Se invece ho la possibilità di fermarmi in un luogo, preferisco instaurare un legame umano. Aspetto e non inizio a fotografare subito, a meno che non si verifichi un imprevisto che accenda la mia curiosità”.
Una visione condivisa con i grandi della fotografia. “Bisogna trattare il tempo con rispetto. Lo diceva Cartier-Bresson e uno dei complimenti più belli che ho mai ricevuto è stato proprio questo. È una consapevolezza che impari negli anni, lavorando in camera oscura, studiando con umiltà i libri e le mostre dei grandi maestri e chiedendoti cosa potresti mai raccontare più di loro. Oggi, invece, si fanno migliaia di scatti in vacanza e si guardano subito sul monitor. Si torna a casa convinti di aver fatto un reportage, si pubblica sui social per raccogliere qualche like. E soprattutto, come diceva l’amico Sebastião Salgado, non si stampa più. Senza stampa non ci sarà memoria storica. La tecnologia è fantastica e va usata, ma certi passaggi restano fondamentali, soprattutto per chi vuole essere un artigiano fotografo e non un artista. Ai miei allievi dico sempre: stampate e toccate la fotografia, scomponetela con le mani, soffermatevi sui dettagli”.

La carriera
Quella di Roberto Strano è una passione iniziata presto e diventata col tempo una professione. “Ho iniziato come ragazzo di bottega giovanissimo, a 13 anni passavo intere nottate in camera oscura. Nonostante i tempi si siano evoluti, il mestiere di fotografo lo faccio nello stesso modo di tanti anni fa. Quando non uso la pellicola, la mia camera oscura è il monitor del computer. Sono cresciuto con Giuseppe Leone, sono stato a parlare e a confrontarmi tantissimo con fotografi come Gianni Berengo Gardin, Tano D’amico e Thomas Roma a New York. Mi sento ancora un ragazzo di bottega. Mi emoziono ancora quando visito una mostra, quando entro in camera oscura o quando vedo uscire una stampa da un plotter. Il filo conduttore è proprio questo: aver mantenuto la stessa passione dell’adolescenza e la stessa curiosità nel confrontarmi con i colleghi”.
L’etica e il rapporto umano sono sempre stati alla base di tutto e lo ha imparato proprio nel corso della sua carriera. “Il mondo della fotografia è pieno di situazioni in cui forse ci si sarebbe dovuti fermare per dare priorità al supporto umano. A me è capitato spesso di documentare storie forti e dolorose: la morte, i soccorritori al lavoro o contesti di estrema miseria. In quei momenti non ho mai dimenticato il rispetto. Ho saputo aspettare che il corpo di una vittima venisse coperto o che un bambino smettesse di piangere in una baracca delle favelas. Ho preferito attendere per restituire la dignità di una madre povera di mezzi, ma ricca di anima, ritraendola con fierezza mentre abbracciava suo figlio, senza cercare mai lo scatto che spettacolarizzasse il dolore o la miseria”.
Il critico Pietro Collini ha scritto che le sue fotografie arrivano come un pugno nello stomaco, ma che somigliano per delicatezza a quelle di Sebastião Salgado. “È un’affermazione che mi riempie d’orgoglio, prima come essere umano che come fotografo. A volte ho preferito abbassare la macchina fotografica, custodire nel cuore quell’immagine non realizzata e scegliere di regalare un sorriso, un abbraccio o di piangere insieme a loro. La buona fotografia, se deve arrivare, arriverà comunque”.

Il Photojournalism Prize 2026
A coronare la sua storia è stato il Photojournalism Prize 2026. “Quando ho ricevuto la notizia sono scoppiato a piangere; ero incredulo. Subito dopo sono arrivate tantissime telefonate da amici e da colleghi con alcuni abbiamo pianto insieme al telefono. È stato un momento di gioia immensa anche per i miei allievi in giro per il mondo. Questo premio ripaga ogni singolo sacrificio fatto in questi anni: i confini armati che ho dovuto attraversare, lo studio e il lavoro costante, ogni giorno, 365 giorni all’anno. Per me rappresenta la conferma definitiva di ciò in cui ho sempre creduto: la fotografia come testimonianza e racconto. Il lato estetico è solo l’ultimo tassello che mi interessa”.
Da buon fotografo-artigiano, non ha mai perso l’umiltà e neanche l’amore per le sue origini. “La mia arma vincente è stata tornare a Caltagirone, aprire uno studio, fare anche dei lavori commerciali, spesso partire per fare cronaca importante e poi tornare. Certo, da qui è tutto molto più faticoso. Si crea una sorte di legame con la propria terra di amore-odio, di Sicilitudine come diceva Gesualdo Bufalino. Il mio ultimo libro, Storie di Sud: parla del mio parroco e dei bambini dei vicoli siciliani, identici a quelli che ho fotografato nei Balcani o nelle favelas in Brasile. Hanno tutti lo stesso sogno e la stessa voglia di riscatto. Gli abbracci più belli li ho ricevuti proprio nei luoghi di maggiore miseria e dolore. Nel silenzio della notte, mi capita ancora di risentire le loro voci. L’odore della miseria è uguale dappertutto, ma porto dentro di me i loro sguardi e la fiera dignità con cui continuano ad amare la propria terra, tra le mille difficoltà”.

I prossimi obiettivi
“Con la fotografia non si cambia il mondo – ha concluso Roberto Strano – ma sono convinto che una singola immagine possa dare un contributo enorme, raccontando a volte più di mille parole. Cerco una fotografia che scuota le coscienze, che metta in luce le storie profonde di persone semplici – vicende che potrebbero appartenere a ciascuno di noi – o frammenti di ordinaria quotidianità. Il giorno in cui smetterò di credere in questo potere della fotografia, sarà il giorno in cui smetterò di scattare. Il mio prossimo obiettivo è realizzare un nuovo libro con un editore di alto livello, qualcosa che possa restare nel tempo e nella memoria”.
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Omar Gelsomino
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