Ventiquattro schegge di pietra, abbandonate vicino alla riva di un lago circa 60-50 mila anni fa, stanno spostando un po’ più a sud la possibile geografia dei Neanderthal. Arrivano da Jebel Katefeh-1, nel deserto del Nefud, nel nord dell’Arabia Saudita. La loro forma assomiglia molto più agli strumenti associati ai Neanderthal che a quelli attribuiti a Homo sapiens. Abbastanza da far pensare che anche i nostri parenti più prossimi siano arrivati fin qui. Abbastanza, però, non significa prova definitiva: in Arabia non sono stati trovati né fossili di Neanderthal né DNA antico.
È questa la parte più interessante del nuovo studio pubblicato su Quaternary Science Reviews da James Blinkhorn, Huw S. Groucutt e colleghi. Gli archeologi non hanno semplicemente guardato una pietra e deciso chi l’avesse scheggiata. Hanno confrontato centinaia di manufatti e costruito modelli statistici cercando di separare l’effetto dell’ambiente, delle materie prime e del tipo di sito da quello della popolazione che li aveva prodotti. Il risultato rafforza l’ipotesi di una presenza neanderthaliana nell’Arabia settentrionale, molto più a sud del Levante dove la loro presenza è documentata direttamente.
Quelle schegge somigliano soprattutto a quelle dei Neanderthal
Il gruppo di ricerca ha raccolto un database di 704 schegge Levallois complete provenienti dall’Africa nord-orientale, dall’Arabia e dal Levante e datate tra circa 100 mila e 50 mila anni fa. Levallois indica un modo piuttosto raffinato di lavorare la pietra: prima si prepara accuratamente il nucleo, poi si stacca una scheggia con forma e dimensioni già in buona parte previste. Una specie di progettazione prima del colpo, parecchio lontana dall’immagine del sasso preso a martellate a caso.
La tecnica, da sola, non basta a riconoscere chi impugnasse la pietra. Homo sapiens e Neanderthal conoscevano entrambi sistemi Levallois. I ricercatori hanno quindi analizzato le differenze nella forma delle schegge e verificato diverse possibili spiegazioni: età dei reperti, ambiente, materia prima utilizzata, composizione dell’insieme archeologico, tipo di sito e storia delle popolazioni. Nel modello dello studio, proprio la storia delle popolazioni spiega meglio la variabilità osservata.
Quando il sistema è stato testato sugli assemblaggi di riferimento, quelli associati a Homo sapiens e quelli collegati ai Neanderthal sono stati distinti con un accordo superiore al 93%. Poi è arrivato il turno delle 24 schegge di Jebel Katefeh-1.
Per queste, la probabilità mediana di classificazione nel gruppo neanderthaliano è risultata del 78%. Solo quattro manufatti su 24 sono stati classificati con maggiore probabilità nel gruppo associato a Homo sapiens; quasi un quarto ha superato il 95% di probabilità di associazione statistica ai Neanderthal. Anche sette reperti del vicino sito di Al Marrat-3 mostrano affinità simili, sebbene con numeri troppo piccoli per appoggiarci sopra grandi conclusioni.
Quel 78%, però, va tenuto al suo posto: non significa che esista il 78% di probabilità che i Neanderthal vivessero in Arabia. È il risultato con cui un modello statistico classifica la forma di quei manufatti rispetto agli insiemi utilizzati per costruirlo. Da qui a dichiarare trovata una popolazione umana manca ancora qualcosa di piuttosto materiale.
Il “deserto” di 55 mila anni fa aveva un lago
Anche l’immagine dei Neanderthal che attraversano il Nefud attuale sotto un sole impietoso ha bisogno di qualche aggiustamento. Jebel Katefeh-1 sorge accanto ai resti di un antico lago e le nuove datazioni collocano l’occupazione proprio durante il passaggio verso condizioni più umide.
I ricercatori hanno usato la luminescenza otticamente stimolata, una tecnica che permette di stimare quando i granelli di sedimento furono esposti alla luce per l’ultima volta. Le nuove misure restringono una precedente cronologia molto larga e collocano il sito grosso modo tra 60 mila e 50 mila anni fa.
Che il Nefud sia stato più volte molto diverso dal deserto che vediamo oggi lo sappiamo già da tempo. Uno studio pubblicato su Nature nel 2021 ha ricostruito almeno cinque espansioni di popolazioni umane nell’interno dell’Arabia negli ultimi 400 mila anni, tutte coincidenti con brevi finestre climatiche più umide. Una di queste risale proprio a circa 55 mila anni fa.
Ancora prima, nel 2012, una ricerca pubblicata su PLOS ONE aveva documentato siti del Paleolitico medio lungo le rive dell’antico lago di Jubbah. Il paesaggio ricostruito era fatto di praterie, qualche albero e acqua sufficiente ad attirare animali e gruppi di cacciatori-raccoglitori nell’interno della penisola.
Jebel Katefeh-1, inoltre, non è comparso ieri sulla mappa degli archeologi. Un precedente studio dedicato al sito aveva già descritto il suo ricco insieme di strumenti Levallois e sottolineato le somiglianze con tradizioni del Paleolitico medio africano e levantino. La nuova ricerca prova a fare un passo ulteriore: capire chi possa averli prodotti.
Il deserto rimane quindi importante nella storia, però va guardato con gli occhi di 55 mila anni fa. Laghi, vegetazione e animali potevano aprire per periodi limitati corridoi attraverso territori che durante le fasi più secche diventavano molto più difficili da attraversare.
Manca ancora la prova che potrebbe chiudere la questione
Se l’attribuzione sarà confermata, Jebel Katefeh-1 allargherebbe considerevolmente verso sud il territorio frequentato dai Neanderthal e mostrerebbe una capacità di muoversi in ambienti aperti e caldi maggiore rispetto alla vecchia caricatura dell’ominino europeo inchiodato al freddo e alle grotte. Gli autori suggeriscono inoltre che l’Arabia possa essere stata uno dei territori in cui diverse popolazioni umane si sono incontrate durante il Pleistocene.
C’è però un limite metodologico piuttosto concreto. Nel database utilizzato per il confronto mancano siti neanderthaliani all’aperto perfettamente comparabili con Jebel Katefeh-1. Il tipo di sito può influenzare gli strumenti prodotti e abbandonati e, sebbene gli autori abbiano cercato di separarne statisticamente l’effetto da quello della popolazione, la cautela rimane necessaria.
La conferma più solida avrebbe una forma molto meno astratta: un osso, un dente oppure DNA antico proveniente dallo stesso contesto archeologico. Materiali difficili da conservare per decine di migliaia di anni alle basse latitudini, ed è anche per questo che in Arabia le pietre stanno facendo gran parte del lavoro.
Per ora possiamo dire che qualcuno lavorava la pietra sulle rive di un lago nel nord dell’Arabia circa 55 mila anni fa e che il modo in cui lo faceva assomiglia sorprendentemente a quello osservato nei siti neanderthaliani. Il nome di chi teneva quelle schegge tra le mani è diventato molto più plausibile. Scritto sulla pietra, però, ancora non c’è.
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Ilaria Rosella Pagliaro
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