di Andrea Filloramo

Rispondo a un giovane seminarista che mi scrive: “Mi inquieta la notizia trasmessa da un post di Facebook del fenomeno dell’abbandono del ministero sacerdotale avvenuta dalla conclusione del Concilio Vaticano Secondo a oggi di ben cento mila preti. Vuole gentilmente aiutarmi a dare una spiegazione al fatto che molti preti hanno lasciato e lasciano il sacerdozio che loro liberamente scelto?”

Premetto dicendo che i dati comunicati dalle diocesi alla Santa Sede e pubblicati da “La Civiltà Cattolica” sono i seguenti: tra il 1964 e il 2004, i sacerdoti che hanno lasciato il ministero sono 69.063. Dal 2004 a oggi, per quanto risulta dalle fonti pubblicamente disponibili, non c’è una statistica mondiale aggiornata in modo omogeneo. Si parla, tuttavia, di altri 35.000 abbandoni. Basta fare una somma e il risultato supera anche i cento mila.

Bisogna, però, distinguere tra chi abbandona di fatto il ministero, tra chi ottiene la dispensa dagli obblighi sacerdotali, chi viene dimesso dallo stato clericale e chi successivamente viene riammesso.  Questo significa anche che le cifre di 100.000 abbandoni in 60 anni sono da giudicare inesatte, ma probabilmente non lontane dalla realtà.

Occorre chiarire che l’abbandono del ministero sacerdotale non è un fenomeno nato con il Concilio vaticano II, ma è diventato particolarmente evidente negli anni successivi alla sua conclusione, soprattutto tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta. In quel periodo numerosi sacerdoti lasciarono il ministero o chiesero la dispensa dagli obblighi sacerdotali e il fenomeno anche se in modo meno intenso continua fino ad oggi.

Papa Giovanni Paolo II cercò attivamente di frenare l’abbandono del sacerdozio e di irrigidire la concessione della dispensa dagli obblighi sacerdotali. Appena eletto nel 1978, impose un blocco temporaneo all’esame delle domande di secolarizzazione presentate dai sacerdoti. Il 14 ottobre 1980, tramite la Lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede, furono emanate nuove regole severissime. La dispensa non era più considerata un semplice atto amministrativo di “misericordia”, ma un’eccezione straordinaria. Salvo casi eccezionali o di grave infermità, fu stabilito che nessun sacerdote al di sotto dei 40 anni potesse ottenere la riduzione allo stato laicale, imponendo un lungo periodo di riflessione per indurlo a riconsiderare la scelta.

Per comprendere il fenomeno dell’abbandono del ministero, è necessario evitare una spiegazione semplicistica. Non fu allora il Concilio, in quanto tale, a provocarlo. Il Vaticano II si inserì piuttosto in una fase di profondi cambiamenti della società e della Chiesa, che modificarono anche il modo di vivere e di concepire la vocazione sacerdotale.

La prima causa va ricercata nel grande cambiamento culturale degli anni Sessanta, che ancor oggi continua. L’autorità tradizionale viene messa in discussione, così come i modelli di famiglia, di matrimonio e di vita religiosa. La società diventa sempre di più secolarizzata e il sacerdote perde progressivamente quella posizione centrale che nel passato aveva avuto nella comunità.

Anche la scelta sacerdotale è vissuta in modo diverso. Non è più sostenuta automaticamente dall’ambiente sociale, ma deve confrontarsi con una cultura che propone modelli di vita molto differenti.

A questo si aggiunge una trasformazione interna anche se lenta e progressiva nella Chiesa. Il Concilio vaticano II, infatti, promosse una rinnovata visione della Chiesa, valorizzando maggiormente i laici e modificando il rapporto tra clero e comunità. Tale valorizzazione e tale modifica sono ancora in divenire,

In sintesi, la Chiesa tende a concepirsi sempre più come una comunità in cui clero e laici sono corresponsabili, superando una distinzione troppo rigida tra chi “guida” e chi semplicemente “partecipa”. Questo cambiamento ha effetti profondi anche sull’identità del sacerdote.

Per alcuni è l’occasione per riscoprire un ministero più vicino alle persone e al mondo contemporaneo. Per altri, invece, produce incertezza.

Da qui nasce, in alcuni casi, una vera crisi dell’identità sacerdotale.

Tra le cause più evidenti dell’abbandono vi fu allora e continua ad esserci ancora certamente la difficoltà di vivere il celibato. Anzi, si può dire che in questi anni una serie di scandali, emersi all’interno della Chiesa, dal fenomeno della pedofilia a un’omosessualità dilagante quanto ripudiata, abbiano messo in luce l’intrinseca difficoltà del mantenimento del celibato.

Negli anni successivi al Concilio la questione divenne particolarmente discussa. Alcuni sacerdoti allora come ancora oggi, arrivano a mettere in dubbio la possibilità di conciliare il ministero con una vita affettiva.

Recentemente, durante il Cammino sinodale tedesco, un’ampia maggioranza di vescovi e laici ha approvato un testo per ridiscutere il legame tra la consacrazione e l’obbligo del celibato.  È stata avanzata la proposta di valutare l’ordinazione di uomini sposati (viri probati) e di consentire ai sacerdoti già ordinati di potersi sposare senza rinunciare al ministero. Cardinali come Reinhard Marx hanno sostenuto la necessità di aprire un dibattito profondo sulla disciplina ecclesiastica

Il celibato, però, non può essere considerato una spiegazione unica. In molti casi rappresenta piuttosto il punto nel quale emergono problemi più profondi: bisogno di una relazione affettiva, difficoltà personale o perdita della motivazione spirituale.

In sintesi: l’abbandono del ministero sacerdotale deve quindi essere letto come il risultato dell’intreccio di diverse cause: la secolarizzazione, la trasformazione culturale, la crisi dell’autorità, le difficoltà nel vivere il celibato, le relazioni affettive, una formazione talvolta insufficiente e, in alcuni casi, una vera e propria crisi della fede.

Ciò vuol dire che non tutti i sacerdoti che hanno lasciato il ministero lo hanno fatto per le stesse ragioni.

Il fenomeno non può essere considerato soltanto come una somma di vicende individuali. Quando, però, in uno stesso periodo storico, un numero significativo di sacerdoti mette in discussione la propria vocazione, il fenomeno diventa anche una questione ecclesiale.

L’abbandono del ministero sacerdotale dopo il Vaticano II racconta, infatti, qualcosa di più ampio: il passaggio da una Chiesa profondamente inserita nella società tradizionale a una Chiesa chiamata a confrontarsi con una società secolarizzata, e in rapido cambiamento.

Per questo il fenomeno non può essere spiegato semplicemente dicendo che «il Concilio ha provocato l’abbandono del sacerdozio». Più correttamente, il Concilio rappresentò uno dei momenti di una trasformazione storica molto più vasta, nella quale anche il significato stesso della vocazione sacerdotale venne profondamente ripensato.

Per ridurre l’abbandono del ministero, la Chiesa dovrebbe sostenere maggiormente i sacerdoti, ascoltando le loro difficoltà e aiutandoli nei momenti di crisi. È importante anche evitare che i preti siano troppo soli o sovraccarichi di lavoro. Una maggiore collaborazione con i laici potrebbe aiutare a dividere le responsabilità e a rendere il servizio più sostenibile. Inoltre, sarebbe utile creare comunità in cui i sacerdoti si sentano accompagnati, valorizzati e parte di un gruppo.

Al giovane seminarista occorre dire di non idealizzare il sacerdozio. Deve mettere in conto che se sarà prete ci saranno incomprensioni, solitudine, fallimenti e giornate difficili. È importante desiderare il sacerdozio senza costruirsi un’immagine romantica del sacerdote.

Soprattutto egli deve rammentare di non avere fretta di essere ordinato. Deve riflettere sul fatto che, nelle vesti di chi è vuol essere “l’alter Christus”, c’è sempre un uomo che sperimenta il limite, la stanchezza e la necessità di sostegno e che, quindi, chiede aiuto.


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roberto

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