Nel nuovo libro di Roberto Malini e Steed Gamero l’Espressionismo non è soltanto una stagione dell’arte europea, ma una forma di resistenza della percezione. Dalla Entartete Kunst alla Shoah, dall’arte yiddish alle nuove tecnologie e all’attivismo contemporaneo, un saggio che interroga il rapporto fra immaginazione, potere e libertà.
C’è un modo tradizionale di raccontare l’Espressionismo. Dresda, Monaco, Berlino, Vienna; la nascita di Die Brücke, il colore liberato dalla rappresentazione naturalistica, la linea frantumata, il volto deformato, il paesaggio trasformato in stato d’animo. E poi c’è il modo scelto da Roberto Malini e Steed Gamero in Espressionisti contro nazisti. Saggi sull’arte della libertà, volume di 184 pagine pubblicato da Lavinia Dickinson Edizioni e appena entrato nei principali circuiti librari italiani. Il loro punto di partenza è storico, ma la domanda è interamente contemporanea: che cosa accade quando l’arte smette di obbedire?
Il volume nasce precisamente nel punto in cui storia dell’arte e storia politica smettono di procedere su binari separati. Nella lettura proposta dagli autori, l’Espressionismo non è soltanto una stagione compresa entro date determinate, ma un’attitudine della coscienza, il rifiuto della superficie rassicurante del reale, la ricerca di ciò che si agita dietro le apparenze, lo stravolgimento come strumento di conoscenza. Malini arriva a definirlo “espressionismo civile”, un’energia che può riaffiorare quando l’artista oppone la complessità dell’essere umano alle semplificazioni del potere.
È qui che il titolo, apparentemente combattivo, rivela il proprio significato critico. I nazisti compresero benissimo la forza politica implicita nell’autonomia delle forme. Dopo il 1933, attraverso la Gleichschaltung, la cultura tedesca venne progressivamente sottoposta al controllo dello Stato; la Reichskulturkammer regolò arti visive, letteratura, teatro, musica, cinema e radio, mentre ebrei e personalità considerate politicamente o artisticamente inaffidabili venivano espulse dalle istituzioni culturali. Nel 1937, con la mostra Entartete Kunst di Monaco, il regime trasformò l’arte moderna in imputata. Espressionismo, astrazione e avanguardie furono presentati come sintomi di degenerazione, disordine, “bolscevismo culturale” e contaminazione ebraica. Più di ventimila opere furono confiscate dai musei tedeschi; migliaia furono vendute e oltre cinquemila vennero successivamente distrutte.
Di fronte a quella macchina di normalizzazione, la linea espressionista era già, per sua natura, un corpo estraneo. Quando nel 1905 Ernst Ludwig Kirchner, Erich Heckel, Karl Schmidt-Rottluff e Fritz Bleyl fondarono Die Brücke, cercavano esplicitamente una forma “diretta e autentica” di espressione, rifiutando il peso dell’accademia e le convenzioni della società borghese. La xilografia, l’incisione, il disegno nervoso, il colore innaturale non erano semplicemente scelte formali, ma ricollocavano il gesto individuale al centro dell’opera. Il MoMA individua proprio nella fondazione di Die Brücke uno dei momenti inaugurali dell’Espressionismo tedesco e sottolinea quella ricerca di libertà, immediatezza e autenticità che ne costituì il programma.
Malini e Gamero seguono questa corrente attraverso Kirchner, Heckel, Schmidt-Rottluff, Franz Marc, Kandinsky, Klee, Kokoschka, Schiele, Käthe Kollwitz, Chagall, Otto Freundlich e numerosi altri protagonisti e compagni di strada dell’avanguardia europea. Ma uno dei meriti di una lettura contemporanea consiste nel non trasformare quella costellazione in un’agiografia. Il caso di Emil Nolde è emblematico della complessità del rapporto fra artista, opera e potere. Pur essendo stato brevemente membro di Die Brücke e pur avendo subito nel 1937 la confisca di ben 1.052 opere, Nolde fu politicamente vicino al nazionalsocialismo e rimase sostenitore del regime fino alla sua caduta; nel 1941 fu tuttavia espulso dalla Reichskammer der bildenden Künste e colpito da divieto professionale. È una contraddizione illuminante che dimostra come una dittatura possa temere perfino il linguaggio di un artista che cerca di esserle vicino, quando quel linguaggio conservi una libertà immune alla disciplina.
Ben diverso, e tragicamente radicale, è il destino di Otto Freundlich, ebreo, astrattista, europeista, la cui scultura Der Neue Mensch divenne uno degli emblemi propagandistici dell’arte definita “degenerata”. Dopo anni di persecuzioni e clandestinità in Francia, Freundlich fu deportato nel 1943 in un campo di sterminio polacco e assassinato il giorno stesso del suo arrivo. Qui il conflitto estetico diviene letteralmente persecuzione dell’essere umano.
Ed è in questo passaggio che Espressionisti contro nazisti acquista una fisionomia particolare rispetto a molti studi dedicati alle avanguardie. L’arte ebraica e yiddish non viene trattata come una nota laterale alla storia del modernismo, ma come parte di una geografia culturale che la Shoah tentò di cancellare insieme alle persone che l’avevano prodotta. L’espulsione degli ebrei dalla vita culturale, la dispersione delle collezioni, la distruzione delle opere, la deportazione e l’assassinio degli artisti produssero infatti anche una voragine nella storia dell’arte europea. Il libro mette in relazione quella frattura con una ricerca durata decenni sulle opere sopravvissute, sugli artisti dimenticati e sulla cultura figurativa degli shtetl, dei ghetti, dell’esilio e dei campi.
Ma la vera originalità del volume emerge quando il 1937 smette di essere soltanto il 1937. Per Malini e Gamero la questione posta dalla Entartete Kunst non è conclusa con il crollo del Terzo Reich. Cambiano le forme del controllo, cambiano le tecnologie e i soggetti perseguitati, ma permane la domanda fondamentale. Quanto spazio una società concede all’individuo che rifiuta il conformismo, mette in discussione il potere, difende una minoranza, un territorio, una persona respinta ai margini? È per questo che il libro conduce il lettore fino alla contemporaneità, ai diritti umani, alle persecuzioni dei rom, alle migrazioni e ai profughi, alla povertà, alla crisi ambientale, alla difesa degli attivisti e dei liberi pensatori. E arriva persino all’intelligenza artificiale, interrogandola dal punto di vista espressionista. La perfezione algoritmica rischia di diventare una nuova accademia se l’artista rinuncia all’errore, alla vulnerabilità, all’imprevisto, cioè precisamente a ciò che rende irripetibile il gesto creativo. Nel volume la tecnologia non viene demonizzata, ma interrogata. La macchina può essere strumento, non dovrebbe diventare la nuova misura del possibile.
Questa continuità teorica diventa pratica nell’esperienza di Watching the Sky, il percorso artistico e civile al quale hanno partecipato negli anni, fra gli altri, insieme proprio a Malini e Gamero, Dario Picciau, Fabio Patronelli, Rebecca Covaciu e altri. Un esempio recente è Sprich auch du, il trittico multimediale dedicato a Paul Celan e realizzato da Roberto Malini, Dario Picciau e Fabio Patronelli, presentato nel 2025 alla Biblioteca Universitaria di Genova nell’ambito di Segrete – Tracce di Memoria. Pittura digitale, intelligenza artificiale e sound design vengono messi al servizio non della spettacolarità tecnologica, ma della memoria e della responsabilità dello spettatore. Ed è ancora questa idea di arte come azione nello spazio pubblico che permette agli autori di collegare installazioni, performance, fotografia, manifesti e campagne civili alle battaglie contemporanee per l’ambiente e i diritti. Non si tratta di sostenere facili equivalenze fra il presente e il nazismo — operazione storicamente impropria — ma di riconoscere un meccanismo più profondo, vale a dire che quando un interesse politico o economico pretende obbedienza, la libertà di rappresentare, documentare e dissentire torna a essere decisiva.
È un terreno che Malini conosce direttamente. Nell’attuale conflitto civile attorno al progetto GNL di Pesaro, la mobilitazione ambientale è stata accompagnata da una causa penale per diffamazione aggravata e da una richiesta risarcitoria civile di due milioni di euro contro Roberto Malini e Lisetta Sperindei. La distanza dagli anni Trenta è storicamente enorme; la questione posta dal libro, però, resta riconoscibile. Quanto è libera una società se il dissenso diventa troppo pericoloso o costoso da esercitare? Ecco perché Espressionisti contro nazisti non è soltanto un libro sull’Espressionismo. È un libro sulla funzione dell’arte. Kirchner resta contemporaneo non perché continuiamo a imitarne le strade viola e i volti appuntiti, ma perché ci ha insegnato che una linea può disobbedire. Kandinsky perché ha sottratto la forma all’obbligo di rappresentare. Marc perché ha immaginato un altro rapporto fra vivente e mondo. Klee perché ha costruito alfabeti alternativi alla realtà. Freundlich perché ha pensato un’umanità diversa mentre l’Europa precipitava verso la disumanizzazione. Kollwitz perché ha restituito corpo e dignità a chi normalmente rimane fuori dalla storia ufficiale.
E così l’Espressionismo torna a essere ciò che il libro propone fin dalle sue prime pagine, oltre il repertorio di segni, forme e colori, una pedagogia della libertà. Una corrente che attraversa il Novecento e arriva fino a noi, chiedendoci continuamente da quale parte intendiamo stare quando la cultura viene ridotta a propaganda, l’essere umano a categoria, il territorio a valore economico e la sofferenza a statistica. La battaglia evocata nel titolo, allora, continua davvero, senza quartiere e su un campo che riguarda spazio, tempo e mente. Senza affermare che la storia si ripeta identica, ma che la libertà di percepire e maturare idee deve essere conquistata in ogni epoca. Ed è questo l’elemento più interessante e “attivo” dell’opera di Malini e Gamero: la pulsione a trasformare l’esperienza dell’Espressionismo da capitolo concluso della modernità a strumento vivo per leggere il presente, cercando di impedirgli di diventare ancora una volta oscuro e inevitabile.
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