La tassa invisibile prodotta dal fiscal drag potrebbe sottrarre fino a 12,74 miliardi di euro a lavoratori e pensionati nel biennio 2026-2027. Gli aumenti riconosciuti per compensare l’inflazione rischiano di tradursi in imposte più alte, poiché scaglioni, soglie e detrazioni Irpef restano fermi.
Un lavoratore con 35 mila euro di imponibile potrebbe perdere oltre mille euro in due anni pur ricevendo aumenti sufficienti a recuperare l’inflazione. Il reddito nominale cresce, il potere d’acquisto resta invariato e il prelievo fiscale aumenta. È uno degli effetti del fiscal drag, il drenaggio prodotto dalla mancata indicizzazione di scaglioni, soglie e detrazioni Irpef.
Le simulazioni degli economisti Marco Leonardi e Leonzio Rizzo stimano per il biennio 2026-2027 un maggiore prelievo compreso tra 8,1 e 12,74 miliardi di euro. La cifra dipenderà dall’andamento dei prezzi e dalla quota di inflazione recuperata tramite stipendi e pensioni.
L’aumento che finisce al Fisco
Il fiscal drag entra in funzione quando un reddito viene adeguato al costo della vita e i parametri dell’Irpef restano fermi. Gli aumenti ottenuti con rinnovi contrattuali, adeguamenti delle pensioni, promozioni o straordinari servono a compensare prezzi più alti. Il Fisco, però, li considera reddito aggiuntivo.
La progressività dell’Irpef fa crescere il prelievo anche senza il passaggio da uno scaglione all’altro. Una parte del reddito viene tassata con aliquote marginali superiori oppure diminuiscono le detrazioni e le agevolazioni collegate all’imponibile. La busta paga lorda aumenta più rapidamente di quella disponibile.
Il fenomeno viene spesso definito una tassa invisibile. Le aliquote restano formalmente uguali e il contribuente riceve una somma più alta. Una parte dell’adeguamento destinato a recuperare l’inflazione viene però assorbita dalle imposte.
Il caso di un reddito da 30 mila euro
Le proiezioni diffuse a giugno dalla Banca d’Italia indicano un’inflazione del 3,1% nel 2026 e del 2% nel 2027. L’aumento cumulato dei prezzi nei due anni arriverebbe al 5,162%.
Un dipendente con 30 mila euro di imponibile che recuperasse interamente l’inflazione passerebbe a 30.930 euro nel 2026 e a 31.549 euro nel 2027. Il maggiore reddito gli permetterebbe soltanto di conservare il precedente potere d’acquisto.
Applicando l’Irpef vigente, il drenaggio fiscale ammonterebbe a circa 254 euro nel primo anno e a 424 euro nel secondo. Il maggiore prelievo complessivo raggiungerebbe quindi 678 euro rispetto alla somma dovuta con una struttura fiscale indicizzata.
Il dipendente riceverebbe più denaro e pagherebbe più tasse, pur disponendo dello stesso reddito reale di partenza.
L’ingorgo intorno ai 35 mila euro
Il peso maggiore, tra i cinque redditi esaminati, ricade su chi parte da un imponibile di 35 mila euro. Il fiscal drag arriverebbe a 443 euro nel 2026 e a 695 euro nel 2027, per un totale di circa 1.138 euro.
La ragione si trova nella concentrazione di soglie fiscali in questa fascia. La detrazione ordinaria da lavoro dipendente diminuisce con la crescita dell’imponibile. L’incremento aggiuntivo di 65 euro termina sopra i 35 mila euro. L’ulteriore detrazione da mille euro rimane piena fino a 32 mila euro, poi si riduce e scompare al raggiungimento dei 40 mila.
Il contribuente che parte da 35 mila euro può quindi subire un drenaggio superiore a quello applicato a redditi più alti. Con un imponibile iniziale di 40 mila euro, il maggiore prelievo sarebbe di circa 590 euro nel biennio. Per chi parte da 50 mila o 60 mila euro arriverebbe a circa 644 euro.
Un conto fino a 12,74 miliardi
Leonardi e Rizzo hanno calcolato gli effetti complessivi partendo dalle stime di Bankitalia. Con un aumento cumulato dei prezzi del 5,2%, il fiscal drag raggiungerebbe 8,1 miliardi di euro. Circa 6 miliardi ricadrebbero sui lavoratori dipendenti e 2 miliardi sui pensionati.
Un’inflazione cumulata del 6% porterebbe il conto a 9,35 miliardi. Nell’ipotesi più severa, con prezzi cresciuti dell’8,2%, il maggiore prelievo arriverebbe a 12,74 miliardi. Circa 9 miliardi sarebbero pagati dai dipendenti e quasi 4 miliardi dai pensionati.
Il metodo di calcolo è stato applicato anche a un’inflazione del 2%. Il risultato, pari a 3,18 miliardi, risulta vicino ai 3,2 miliardi stimati dall’Ufficio parlamentare di bilancio.
Le somme indicate rappresentano un possibile incremento del prelievo e non risorse già disponibili per nuove spese. L’effetto sui conti pubblici resta favorevole perché il gettito cresce senza un aumento formale delle aliquote.
I 25 miliardi del 2022 e del 2023
Il forte rialzo dei prezzi registrato nel biennio 2022-2023 avrebbe già prodotto circa 25 miliardi di euro di maggiore prelievo, secondo Leonardi e Rizzo. L’effetto si è ridotto nei due anni successivi grazie al rallentamento dell’inflazione.
«Quei 25 miliardi con una mano il governo li ha presi, con l’altra li ha restituiti con gli sgravi, cioè il taglio del cuneo ai redditi più bassi», ha osservato Leonardi. «Ma non agli stessi contribuenti. Sopra i 35 mila euro ci hanno perso».
Il fiscal drag colpisce soprattutto lavoratori dipendenti e pensionati soggetti all’Irpef progressiva. Una parte degli altri redditi beneficia invece di regimi sostitutivi o della flat tax.
Anche i ritardi nei rinnovi contrattuali incidono sulla distribuzione delle perdite. Ogni mese trascorso senza un adeguamento riduce il salario reale e abbassa temporaneamente il costo del lavoro per le imprese. Ne deriva un incentivo economico a rinviare i rinnovi.
Quando interviene il drenaggio fiscale
L’aumento dei prezzi produce fiscal drag soltanto nella misura in cui stipendi e pensioni vengono adeguati. Se l’inflazione sale del 5% e il reddito resta fermo, il contribuente perde potere d’acquisto senza pagare più Irpef per effetto della crescita nominale.
Nicola Curci e Antonella Tomasi hanno adottato questo criterio nello studio pubblicato a gennaio dalla Banca d’Italia. La quota di inflazione priva di un corrispondente recupero salariale provoca una perdita reale, senza generare drenaggio fiscale. Il maggiore prelievo nasce dalla parte effettivamente trasferita sul reddito nominale.
Le modalità di misurazione possono cambiare. La Cgil confronta le imposte applicate con le regole vigenti con quelle che deriverebbero da una piena indicizzazione dell’Irpef. Bonus, assegno unico e altre misure di welfare restano fuori dal calcolo perché considerate strumenti separati dal prelievo.
Lo stesso criterio viene seguito nelle simulazioni sui cinque redditi. Il calcolo isola gli effetti della mancata indicizzazione di scaglioni, soglie e detrazioni.
Una valutazione basata esclusivamente sull’Irpef individuale può fornire risultati diversi da quella riferita al reddito disponibile dell’intera famiglia, comprensivo di bonus e trasferimenti. Da qui derivano molte delle differenze tra le stime circolate sul costo complessivo del fiscal drag.
Le cifre associate ai singoli redditi descrivono ciò che accadrebbe a un lavoratore capace di recuperare tutta l’inflazione prevista. Rappresentano una simulazione e non una previsione degli aumenti che saranno inseriti nelle buste paga.
Le ipotesi per la prossima manovra
Il tema torna nel confronto sulla legge di Bilancio. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha indicato la riduzione delle imposte sul ceto medio tra le priorità del governo.
Una delle ipotesi prevede di estendere fino a 60 mila euro l’aliquota Irpef del 33%, applicata oggi fino a 50 mila euro. La misura richiede coperture finanziarie e dovrà trovare posto nell’accordo complessivo sulla manovra.
Il drenaggio fiscale è entrato anche nei documenti relativi all’assestamento del bilancio. La relazione tecnica richiama il diverso metodo adottato dalla Commissione europea per valutare il gettito collegato al fenomeno.
Secondo il dossier parlamentare, il nuovo trattamento ha contribuito a ridurre i tassi di crescita della spesa netta calcolati per il 2024, il 2025 e il 2026, migliorando il saldo complessivo rispetto alle stime inserite nel Documento di finanza pubblica di aprile.
Maria Cecilia Guerra, responsabile Lavoro del Partito Democratico, ha sintetizzato la propria posizione affermando che «il fiscal drag fa bene ai conti pubblici». Secondo Guerra, il mancato adeguamento dell’Irpef ha trasferito una parte dell’aggiustamento su dipendenti e pensionati.
La relazione tecnica si limita agli effetti contabili. Conferma però che il gettito prodotto dal drenaggio fiscale incide sui calcoli previsti dalle nuove regole europee di bilancio.
L’indicizzazione dell’Irpef
L’intervento diretto consiste nell’indicizzare, interamente o in parte, scaglioni, soglie e detrazioni. Gli aumenti destinati a compensare i prezzi eviterebbero così di trasformarsi automaticamente in maggiore pressione fiscale.
Banca d’Italia ha esaminato questa soluzione anche in relazione alla precedente fiammata inflazionistica. I risultati mostrano che l’adeguamento dei parametri fiscali modifica gli effetti dell’Irpef e dei trasferimenti sul reddito disponibile.
La valutazione di un aumento salariale richiede quindi tre elementi. Occorre considerare la crescita nominale, la perdita prodotta dall’inflazione e la quota assorbita dal Fisco. Una busta paga più alta può lasciare al lavoratore lo stesso potere d’acquisto, con un prelievo superiore.
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