Il contributo di prosperità richiesto ai pochissimi titolari di enormi patrimoni suscita spesso reazioni difensive fondate su un equivoco: le persone comuni temono di essere chiamate in causa, un timore alimentato in gran parte dalla propaganda populista.È bene, dunque, sgombrare il campo dagli equivoci. Secondo le stime di Ener2Crowd, in Italia le persone con più di 5 milioni di euro sono circa 88.000 e quelle con più di 30 milioni circa 5.800: equivalgono, rispettivamente, ad appena lo 0,15 e lo 0,01 per cento della popolazione italiana. Sulla base di questi dati, un modello matematico consente di stimare in circa 31.000 le persone che possiedono almeno 10 milioni di euro: poco più dello 0,05 per cento della popolazione italiana, all’incirca una ogni 1.900 abitanti.
Ciò detto, la proposta può assumere la forma di un’imposta progressiva sui grandissimi patrimoni netti: una quota interamente esente fino a 10 milioni di euro, un’aliquota dell’1 per cento sulla parte compresa tra 10 e 100 milioni e un’aliquota del 2 per cento soltanto sulla parte che supera i 100 milioni.
Le aliquote si applicherebbero dunque per scaglioni, non all’intero patrimonio: chi possiede 10 milioni non pagherebbe nulla; chi ne possiede 15 pagherebbe 50.000 euro; chi ne possiede 100 pagherebbe l’1 per cento su 90 milioni, cioè 900.000 euro. Nella fascia più alta si tratta di cifre rilevanti, ma commisurate a patrimoni eccezionali e tali da lasciarne intatta la parte largamente prevalente, consentendo loro di continuare a crescere. L’imposta non toccherebbe la quasi totalità dei contribuenti: ne resterebbero escluse, per esempio, le persone che possiedono un’abitazione di valore, una seconda casa, risparmi consistenti e un buon piano pensionistico. Riguarderebbe soltanto una platea ristrettissima, non certo il ceto medio né quello medio-alto e benestante.
L’obiezione più frequente è la fuga dei capitali: non va trascurata ma nemmeno drammatizzata. Un prelievo del 2 per cento si colloca ben al di sotto del rendimento di questi colossali patrimoni, rendimento che, secondo l’EU Tax Observatory, supera in media il 7 per cento annuo, al netto dell’inflazione, da quarant’anni: un miliardario continuerebbe ad arricchirsi, e parlare di esproprio è solo un riflesso ideologico, non certo una descrizione economica. Il rischio dipende anche dalle scelte politiche e può essere ridotto attraverso il coordinamento internazionale, lo scambio di informazioni e l’adozione di regole comuni, come mostra la minimum tax del 15 per cento sui profitti dei grandi gruppi multinazionali. Nel gennaio 2026 i 147 membri dell’Inclusive Framework dell’Ocse e del G20 hanno concordato un nuovo pacchetto che ne facilita l’applicazione, pur introducendo deroghe e regimi semplificati. L’esempio conferma che il coordinamento è possibile, anche se il compromesso necessario per raggiungerlo può ridurre l’ambizione iniziale.
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Passiamo ora a un versante della distribuzione della ricchezza rimasto troppo a lungo in ombra: quello di chi povero non è, ma vive senza margine. Sono persone che lavorano, pagano le tasse, sostengono un affitto o un mutuo, mantengono figli o genitori anziani e arrivano a fine mese in equilibrio precario. È il cosiddetto ceto medio, che sta diventando sempre più pericolosamente un ceto esposto. Basta una cura non rinviabile, la perdita temporanea del lavoro, un aumento dell’affitto o la necessità di assistere un familiare perché quell’equilibrio si spezzi; ricostruirlo costa molto più che proteggerlo.
Servono interventi strutturali (salari più alti, meno tasse sul lavoro, servizi pubblici efficienti, sanità accessibile, politiche serie per la casa) che nessun fondo può sostituire. Accanto a essi si può però immaginare una misura concreta, difficile da liquidare come slogan: un Fondo nazionale contro gli imprevisti della vita, finanziato dalla tassazione progressiva dei grandissimi patrimoni. La sua funzione sarebbe impedire che un evento grave e imprevisto trascini nella povertà chi vive del proprio reddito e non ha riserve sufficienti. Non distribuirebbe denaro senza condizioni: presupposto dell’intervento sarebbe un bisogno oggettivo, grave e non rinviabile, come una spesa sanitaria essenziale non coperta dal servizio pubblico, il rischio di perdere la casa per un affitto o per utenze non pagate, l’assistenza urgente a un familiare non autosufficiente, una riparazione indispensabile per continuare a vivere o a lavorare.
Il meccanismo decisivo riguarderebbe i pagamenti: il Fondo non verserebbe il denaro al richiedente, ma pagherebbe direttamente la prestazione alla farmacia, alla struttura sanitaria, al proprietario dell’alloggio, al fornitore di energia o all’impresa incaricata della riparazione. Questo non eliminerebbe ogni abuso, ma ne ridurrebbe molto il rischio. Servirebbero categorie di spesa limitate, fatture digitali, prezzi di riferimento, controlli a campione e sanzioni serie — e creative, per inciso, perché il carcere è sempre meno idoneo a produrre un’effettiva dissuasione — per chi partecipa alle frodi.
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La ragione più forte per discutere di prosperità condivisa sta però altrove. Una democrazia vive di un patto implicito: chi sta in basso accetta le regole, compresa la possibilità di perdere, perché ha una ragione concreta per credere che il sistema gli restituirà qualcosa in prosperità e in possibilità di migliorare la propria condizione. Quando la promessa cade, il consenso si consuma. Da una parte cresce la rabbia di chi si sente escluso, che finisce per affidarsi a chi promette di rompere le regole; dall’altra chi sta in alto, temendo quella rabbia, chiede ordine e repressione. Le due strade portano nello stesso posto: una società in cui la violenza, sociale e poi politica, diventa lo strumento ordinario del conflitto, e la democrazia perde le sue garanzie una dopo l’altra.
Daron Acemoglu, economista del MIT e premio Nobel 2024, sostiene nel libro del 2026 Che cosa è successo alla democrazia liberale? (Rizzoli) che la crisi delle democrazie dipende in buona parte da questo: il liberalismo ha smesso di mantenere la promessa materiale su cui si era costruito, cioè prosperità condivisa e potere reale delle persone comuni sulla propria vita. Acemoglu guarda soprattutto agli Stati Uniti, ma la crisi delle democrazie non segue ovunque lo stesso copione: religione, identità nazionale, immigrazione e trasformazione dei media pesano in misura diversa da paese a paese. Esiste però un nucleo essenziale comune: quando la disuguaglianza si cristallizza, e dunque si aggrava, la promessa democratica perde credibilità, non soltanto agli occhi di chi sta in basso.
Abbiamo chiarito che, in una società in cui molti non hanno l’indispensabile, il superfluo è un fatto politico, perché la distribuzione delle risorse dipende da scelte fiscali, normative e politiche, ferma restando la piena legittimità della ricchezza privata acquisita nel rispetto delle regole. Quelle scelte, tuttavia, non sono neutre. In Italia, secondo uno studio pubblicato quest’anno da economisti della Scuola Superiore Sant’Anna e della Bicocca, lo 0,1 per cento più ricco paga un’aliquota effettiva media stimata intorno al 33 per cento, contro circa il 45 per cento di un lavoratore dipendente del ceto medio. La stima dipende da come si imputano i redditi da capitale e vale come ordine di grandezza. Se ogni sistema fiscale redistribuisce, il nostro, in quel tratto, lo fa verso chi ha di più.
Il punto di partenza è garantire a tutti l’indispensabile. Una società che sceglie di farlo deve trovare le risorse e decidere se usare un piccolo frammento di ricchezze enormi, spropositate, perché nessuno sia lasciato solo davanti alla malattia, alla perdita del lavoro, al rischio di perdere la casa e la dignità.Ciò che accade a chi resta indietro riguarda tutti: dice quale società siamo e quale società vogliamo diventare. Prima ancora che della nostra idea di politica, dice della nostra idea di umanità.
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