La prima associazione che facciamo pensando al volontariato è “quella bella cosa che si fa quando si ha un po’ di tempo libero”. Leave Your Mark parte da un’idea decisamente meno romantica ma molto interessante: il tempo conta, ma anche sapere cosa farne.
C’è una certa ironia nel fatto che, proprio mentre il mondo manageriale moltiplica corsi sulla leadership, sull’impatto e sulla purpose, qualcuno abbia pensato di fare una cosa piuttosto semplice:
Prendere le competenze manageriali e metterle al lavoro dove servono davvero.
Si chiama Leave Your Mark ed è il progetto promosso da POLIMI Graduate School of Management insieme all’Associazione Gianluca Spina. Nato nel 2021, arriva alla sesta edizione con un’ambizione nuova: smettere di essere soltanto un programma di volontariato professionale e diventare, progressivamente, una rete internazionale di competenze al servizio del no-profit.
Detta così, sembra una bella iniziativa, punto. Guardando i numeri, si capisce che è qualcosa di più strutturato.
In cinque edizioni sono state coinvolte 44 organizzazioni non-profit, avviati 59 progetti e mobilitate 268 persone tra Alumni, faculty e staff. Nel solo 2025 sono stati sviluppati 20 progetti con 15 organizzazioni, grazie a oltre 120 partecipanti che hanno dedicato complessivamente più di 1.250 ore di consulenza pro bono.
Non esattamente il classico volontariato della domenica mattina.
Per molto tempo abbiamo raccontato il rapporto tra competenze manageriali e terzo settore secondo uno schema piuttosto semplice: da una parte le aziende, con soldi, strumenti e professionisti; dall’altra le organizzazioni sociali, con grandi cause e risorse inevitabilmente più limitate.
Il problema è che questa rappresentazione è diventata troppo piccola per la realtà.
Le organizzazioni no-profit oggi gestiscono persone, raccolte fondi, comunicazione, dati, tecnologia, partnership, processi, relazioni con istituzioni e comunità. Devono crescere senza perdere la propria identità, innovare senza poter sempre contare su grandi budget, misurare l’impatto e, soprattutto, dimostrare che quell’impatto può durare nel tempo.
In altre parole: hanno problemi manageriali. Solo che, spesso, hanno meno possibilità di permettersi un management team da manuale.
Ed è qui che un’iniziativa come Leave Your Mark diventa interessante. Non porta semplicemente volontari. Porta competenze. Fundraising, marketing, digitalizzazione, sviluppo organizzativo, innovazione, comunicazione. Business plan, modelli organizzativi, strategie di crescita, policy.
Insomma, niente scatoloni da trasportare e nessuna t-shirt da distribuire all’ingresso.
Il volontariato professionale parte da un presupposto molto concreto: ciò che una persona ha imparato facendo il proprio lavoro può avere un valore enorme anche fuori dal perimetro dell’azienda che le paga lo stipendio.
E questa è una delle evoluzioni più interessanti del concetto di corporate purpose: non limitarsi a chiedersi quanto denaro posso destinare a una causa, ma anche quale competenza posso mettere a disposizione.
Il vantaggio, peraltro, non è necessariamente a senso unico.
È facile raccontare il volontariato professionale come un gesto di generosità da parte di chi “restituisce” qualcosa alla società. Ma Leave Your Mark suggerisce una dinamica più interessante: chi insegna e chi impara possono cambiare posto più volte durante lo stesso progetto.
Un manager abituato a ragionare in termini di crescita, KPI e mercato entra in un’organizzazione che magari deve affrontare problemi molto diversi: come convincere una comunità a fidarsi, come costruire una rete di volontari, come raccogliere fondi senza snaturare la propria missione, come trasformare una buona idea in un modello replicabile.
Sono problemi manageriali, certo. Ma sono anche problemi che obbligano il manager a rimettere in discussione alcune delle proprie certezze.
E qui arriva una parola che nel mondo delle business school piace parecchio: leadership.
La leadership non si misura soltanto dalla capacità di far crescere un’organizzazione. Anche dalla capacità di capire per chi la si sta facendo crescere, perché e con quali conseguenze.
Il fatto che a Leave Your Mark partecipino alumni, docenti, tutor e rappresentanti delle organizzazioni crea proprio questo cortocircuito virtuoso: persone abituate a ragionare con strumenti manageriali si confrontano con realtà nelle quali il successo non può essere ridotto a un conto economico.
E questo può essere un ottimo antidoto a una certa idea di management che, occasionalmente, rischia di confondere una dashboard con la realtà.
I risultati raccontati dal progetto mostrano inoltre che non si tratta soltanto di formazione reciproca.
Tra le esperienze sviluppate negli anni ci sono quelle di Liberi Dentro, che ha trasformato un’esperienza di volontariato in carcere in un modello organizzativo più strutturato fino alla costituzione di un Ente del Terzo Settore; di FightTheStroke Foundation, che ha lavorato su innovazione, partnership e connessioni tra istituzioni, professionisti e comunità; e di Dynamo Camp, impegnata a rafforzare la propria rete di volontari e le strategie di fundraising.
Sono casi diversi, ma hanno un elemento comune: la competenza non rimane nella stanza dove viene erogata.
Produce qualcosa che può continuare a funzionare anche dopo la fine del progetto. Ed è probabilmente questo il passaggio più importante per Leave Your Mark.
Inoltre, l’ingresso di interlocutori come UPF Barcelona School of Management e di realtà come JEMP, la Junior Enterprise del Politecnico di Milano, porta il progetto fuori dal perimetro originario e apre alla costruzione di una rete europea. È un passaggio interessante perché sposta la domanda da “quante organizzazioni possiamo aiutare?” a una domanda molto più ambiziosa: quante competenze possiamo mettere in circolo?
La differenza non è semantica.
Una singola business school può sviluppare decine di progetti. Una rete di business school, alumni e comunità professionali può costruire un’infrastruttura permanente di competenze. E quando si parla di terzo settore, questa infrastruttura può diventare particolarmente preziosa.
Stiamo entrando in una fase in cui la carriera non è più necessariamente una linea retta che va dall’università all’azienda, dalla posizione junior a quella senior e, infine, alla pensione con qualche premio alla carriera e una discreta collezione di badge LinkedIn.
Le competenze possono muoversi.
Possono uscire dall’azienda, entrare in una fondazione, tornare in aula, attraversare un’organizzazione internazionale, contaminare una startup, finire dentro un progetto sociale. E ogni passaggio può aggiungere valore.
Per una business school, questo significa anche ripensare il proprio ruolo. Non soltanto formare manager capaci di far funzionare le organizzazioni, ma creare comunità capaci di mettere quelle competenze in circolo.
È una differenza sottile, ma sostanziale.
Perché alla fine “lasciare il segno” è una formula che abbiamo consumato parecchio. La usiamo per tutto: dai master ai profumi, dalle campagne pubblicitarie alle presentazioni aziendali.
Qui, invece, potrebbe tornare ad avere un significato piuttosto concreto.
Lasciare il segno significa che, quando te ne vai, qualcosa funziona meglio di prima.
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