Non è la Francia, ma anche la finanza pubblica del Belgio non se la passa troppo bene. Anzi. Nonostante gli sforzi fatti dal governo per tagliare il bilancio e avvicinarsi ai desiderata della Commissione e puntare entro il 2029 a una uscita dalla procedura per deficit eccessivo, il conto continua a crescere e il rapporto deficit/pil, ormai al 5,2%, è al top dell’Eurozona, con quello francese appena sopra. Il sistema economico non è in gran spolvero pur se mostra di essere resiliente. “L’economia belga – osservava il rapporto di primavera della Ue, uscito a maggio – è cresciuta dell’1% nel 2025, principalmente guidata da robusti consumi privati. Tuttavia, gli investimenti hanno rallentato e il contributo delle esportazioni nette è rimasto negativo. Il Pil reale è aumentato dello 0,2% nel primo trimestre del 2026. Nel complesso, la crescita del PIL reale dovrebbe rallentare allo 0,7% nel 2026, prima di aumentare allo 0,9% nel 2027”.
Il problema a Bruxelles sono i conti pubblici, nonostante le recenti sforbiciate allo stato sociale. “Nel 2025 – si osserva nel rapporto di primavera della Commissione – il disavanzo delle amministrazioni pubbliche è aumentato in modo significativo al 5,2% del PIL, rispetto al 4,4% del 2024. Ciò è stato determinato da un forte calo delle entrate, principalmente dalle imposte sul reddito e sulla ricchezza, in combinazione con una maggiore spesa in particolare per la difesa e le prestazioni sociali. Si prevede che il disavanzo si stabilizzerà al 5,2% del PIL nel 2026 principalmente a causa delle misure adottate dai governi federale e regionale per contenere la spesa e aumentare le entrate”. La Francia è poco sopra, con uno stratosferico 5,4%. “L’aumento delle spese per i pagamenti della difesa e degli interessi – prosegue la Commissione – è in parte compensato dalle riduzioni della spesa corrente per le prestazioni sociali, i sussidi e i salari del settore pubblico. La diminuzione della spesa corrente deriva da una serie di riforme e misure di consolidamento che riguardano le pensioni e il reinserimento del mercato del lavoro. Allo stesso tempo, le entrate in percentuale del PIL dovrebbero aumentare, rimbalzando rispetto al minimo del 2025, come conseguenza delle misure fiscali sull’IVA, dell’imposta sulle plusvalenze e della tassazione del settore finanziario. Nel 2027, si prevede che il disavanzo si allargherà nuovamente al 5,4% del PIL, trainato da una maggiore spesa. Il debito lordo delle amministrazioni pubbliche si è attestato al 107,9% del PIL alla fine del 2025. I deficit pubblici generali strutturalmente elevati sono il principale driver dell’aumento previsto del rapporto debito/PIL al 112,8% nel 2027”. Nell’intera zona euro, solo la Francia (116% con un 119,3% atteso a fine anno e un 121,7% temuto nel 2027), l’Italia (137%) e la Grecia (146%) fanno peggio. Ma va ricordato che il rapporto deficit/PIL dell’Italia è del 3,1%. Non abbastanza per uscire dalla procedura di infrazione, certo, ma un altro mondo rispetto a Francia e Belgio.
Come ha osservato a febbraio il Fondo Monetario Internazionale, “gli sforzi del governo belga volti alla riduzione del disavanzo sono positivi”, ma “non determinano ancora l’adeguamento necessario per ridurre il disavanzo e la vulnerabilità del debito”. Servirebbe di più. “La riduzione dell’elevato debito pubblico _ osserva l’Ocse nella parte dedicata al Belgio dell’Economic Outlook dello scorso giugno – richiede ulteriori misure credibili di risanamento a medio termine. Una maggiore efficienza della spesa, anche nei settori della sanità e dell’assistenza a lungo termine, un più forte coordinamento di bilancio tra il governo federale e quelli regionali, nonché regole di spesa vincolanti rimangono essenziali per garantire la disciplina fiscale. Ridurre l’intensità energetica e la dipendenza dai combustibili fossili è fondamentale per salvaguardare la competitività e la sicurezza energetica. Ciò richiede una chiara strategia di transizione energetica, che includa un maggiore sostegno all’innovazione verde, un percorso credibile di tariffazione del carbonio e la graduale eliminazione dei sussidi dei combustibili fossili. Ridurre gli oneri amministrativi e snellire le procedure di autorizzazione contribuirebbe a stimolare gli investimenti nelle energie rinnovabili”. È una agenda complessa da mettere in cantiere e ancor più da attuare e le agenzie di rating mostrano una qualche sfiducia.
“La sfida fiscale che il Belgio si trova ad affrontare sembra ora superare la capacità politica e istituzionale disponibile per affrontarla”, ha affermato Moody’s. “Il governo ha varato un pacchetto di riforme sostanziale e politicamente difficile, ma le misure adottate non sono ancora sufficienti a stabilizzare il debito”. E così ad aprile Moody’s ha abbassato Il rating ad A1, sei livelli al di sopra del livello “junk”, con un’prospettiva stabile. Si tratta di un punteggio equivalente a quello assegnato da Fitch Ratings, che già lo scorso anno aveva abbassato il rating del regno ad A+ (che è la classificazione utilizzata da Standard & Poor’s e Fitch equivalente all’A1 di Moody’s). Anche l’agenzia di rating europea Scope, che aveva abbassato il rating lo scorso novembre da AA- , è stabile su A+. “I rating creditizi del Belgio – osserva Scope – sono messi alla prova da: un debito pubblico elevato e in aumento, dovuto agli ingenti disavanzi di bilancio, in un contesto di incertezze sui piani di risanamento fiscale e di pressioni strutturali sulla spesa; persistenti difficoltà di governance, tra cui rigidità istituzionali e un elevato livello di frammentazione e polarizzazione politica a livello federale e regionale; e sfide economiche strutturali, dovute al rallentamento della crescita della produttività e alle strozzature del mercato del lavoro”.
Il governo della variopinta coalizione “Arizona “ guidato dal nazionalista fiammingo Bart De Wever, che unisce forze fiamminghe (nazionaliste, cristiano-democratiche e socialiste) e francofone (liberali e centristi) dovrà lavorare di buona lena e già lo scorso anno ha presentato un piano piuttosto ambizioso, specialmente sui tagli. E l’impatto sull’opinione pubblica è stato notevole, con oltre sedici manifestazioni contro l’austerità indette dalla nascita del governo ad oggi. Negli ultimi venticinque anni la mancanza di governance si è sentita. Nel 2010 il Paese rimase senza esecutivo per 541 giorni, vacatio replicata tra il dicembre 2018 e l’ottobre 2020, quando il Belgio è stato 652 giorni senza un governo, stabilendo un record mondiale per una nazione democratica in tempo di pace, e si è ripetuto per 236 giorni tra le elezioni del 9 giugno 2024 e il giuramento del 3 febbraio 2025. Anche basta.
Per (provare a) rimettere in carreggiata un Paese serve qualcuno che se ne assuma la responsabilità. Il primo ministro belga Bart De Wever ha ancora tre settimane di tempo per trovare 10 miliardi di euro con cui colmare il deficit del bilancio federale. Le idee si incrociano e il governo sembra aver raggiunto un consenso su una prima fonte di nuove entrate: tassare le organizzazioni senza scopo di lucro con un’aliquota simile a quella applicata alle società a scopo di lucro. L’imposta proposta potrebbe essere applicata sotto forma di imposta sulle società o di imposta sugli utili commerciali e frutterebbe oltre 100 milioni di euro all’anno. Ma non basta. In cantiere c’è una ristrutturazione dell’IVA, l’ipotesi di una tassa sui patrimoni, ovviamente divisiva, e un nuovo giro di vite per la sanità, che non piace ad almeno metà della coalizione mentre l’80% della popolazione, secondo un sondaggio del quotidiano ”Le Soir” si dice preoccupato per l’austerità. La gente sa che i soldi da qualche parte il governo deve pur trovarli e teme di pagarne un caro prezzo. Il termine ultimo per raggiungere un accordo è il 13 ottobre, data in cui la Commissione Europea attende la proposta di bilancio del Belgio e in cui il Primo Ministro dovrebbe tenere il suo discorso sullo stato dell’Unione davanti al Parlamento. Auguri a lui e ai belgi.
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