L’articolo53 e la progressività
Il richiamo alla Costituzione e ai suoi valori è oggi un esercizio assai diffuso e il recente referendum sulla giustizia ne è stato l’ultimo chiaro esempio. C’è un punto tuttavia sul quale la Costituzione e i suoi valori non solo non vengono osservati, ma non sono nemmeno richiamati dai tanti fedeli ammiratori della stessa.
Mi riferisco all’articolo 53 della Costituzione che è bene riportare integralmente:
Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva.Il sistema tributario è informato a criteri di progressività.
Lasciando da parte il problema dell’evasione, che pure l’articolo con tutta evidenza pone, dal combinato disposto dei due commi si ricava che tutti dovrebbero contribuire in base a un criterio di progressività.
Ora se c’è una cosa del tutto evidente nel nostro sistema fiscale attuale è che la progressività non è applicata a tutti i cittadini e a tutti i redditi, ma solo ad alcuni, violando così con tutta evidenza l’articolo 53 senza che dai tanti ardenti difensori della Costituzione si alzi un grido, un appello o quant’altro per richiedere il rispetto del principio costituzionale violato.
La cosa che poi colpisce è che tra i temi di polemica tra le forze politiche di maggioranza e di opposizione questa tema non abbia alcuna rilevanza, con una maggioranza che ormai sembra aver dimenticato l’idea di una riforma fiscale e una opposizione che insegue mitiche patrimoniali, magari a livello europeo, o slogan come “Tax the Rich”, che certamente possono anche rispondere a esigenze reali ma che sono di difficile realizzazione e che tralasciano di intervenire immediatamente nella situazione concreta di sistemi fiscali che sempre più, non solo in Italia, gravano sul lavoro dipendente e sui pensionati.
Fin dalla sua introduzione l’Irpef, l’imposta sui redditi delle persone fisiche cui era affidata la progressività del nostro sistema fiscale, non comprendeva i redditi da capitale assoggettati ad una imposta sostitutiva proporzionale. Negli anni successivi tuttavia, la sua base imponibile è stata progressivamente erosa sottraendo alla progressività dell’imposta plusvalenze e dividendi, redditi catastali relativi alla prima casa, redditi da locazione, redditi da lavoro autonomo fino a 85.000 euro, redditi catastali da imprenditori agricoli.
Ai redditi non soggetti all’Irpef si applicano aliquote proporzionali che variano dal 12,5% sugli interessi e sulle plusvalenze sui titoli pubblici, al 15% sul reddito da lavoro autonomo in regime forfettario, al 10% o al 21% per i redditi da locazione, al 26% per i dividendi, gli interessi e le plusvalenze da capitale.
I lavoratori dipendenti, i pensionati e gli autonomi non in regime forfettario sono gli unici a cui oggi è applicato un sistema progressivo tramite l’Irpef con aliquote del 23%, del 33% e del 43% a cui vanno aggiunte le addizionali Irpef regionali e comunali che invece non gravano sui redditi non soggetti a Irpef.
Questo vuol dire che per il nostro sistema fiscale la capacità contributiva di un dipendente/pensionato/autonomo non forfettario per incrementi di reddito sopra i 28.000 euro (limite dove scatta l’aliquota del 33%) è pari a 2,2 volte quella di un autonomo in flat tax (tassato al 15%), o a 1,3 volte quella di un percettore di dividendi (tassato al 26%). Questi valori salgono rispettivamente a 2,65 e a 1,65 se passiamo ad aumenti di reddito sopra i 50.000 euro per i quali per chi è in regime progressivo scatta l’aliquota del 43%.
Se poi considerassimo anche le addizionali regionali e comunali la differenza sarebbe ancora maggiore.
Se c’è quindi un articolo della Costituzione che è ampiamente violato è certamente l’articolo 53.
I pensionati, i contribuenti meno tutelati
Dipendenti, pensionati e autonomi non forfettari sono gli unici soggetti a un regime fiscale progressivo. Tuttavia la loro Irpef non è uguale, sono identiche le aliquote e gli scaglioni, ma differiscono, e di molto, le detrazioni e altri elementi che rendono diverso il carico fiscale effettivo.
Una prima differenza si ha nella definizione dell’imponibile. Per i pensionati non vi è differenza con il valore della pensione, per i dipendenti dalla retribuzione lorda vanno sottratti i contributi, per gli autonomi dai ricavi vanno sottratte le spese sostenute, compresi i contributi previdenziali. Si arriva così all’imponibile e alla determinazione dell’imposta lorda (vi possono essere naturalmente altri oneri deducibili in base a caratteristiche individuali, ma sono appunto individuali e non generalizzabili).
Si può discutere su queste modalità di calcolo dell’imponibile, sulle spese degli autonomi ad esempio, ma calcolato l’imponibile l’imposta lorda in base ad aliquote e scaglioni è uguale per le tre tipologie di reddito.
Poi scattano le differenze. Diversa è la no tax area, ossia il reddito non soggetto a tassazione, più bassa per gli autonomi e soprattutto si fanno sentire i tanti interventi che a partire dal bonus Renzi hanno favorito i redditi da lavoro dipendente di importo medio-basso.
Per i soli dipendenti oggi abbiamo il TIR (trattamento integrativo) per i redditi fino a 28.000 euro con un importo massimo di 1.200 euro annui e una detrazione aggiuntiva per i redditi tra 28.000 e 40.000 euro.
Queste due misure fanno sì che per gli importi di reddito fino a 50.000 euro di imponibile i pensionati (e gli autonomi non forfettari) hanno un reddito al netto dell’Irpef inferiore a quello dei dipendenti.
Vi sono poi altre particolarità che differenziano anche i lavoratori dipendenti tra di loro, oltre che a differenziarli ulteriormente con pensionati e autonomi non forfettari. Se una parte del reddito di un lavoratore dipendente è costituito da un premio di risultato ottenuto con accordo contrattuale, questa parte non è soggetta a Irpef ma a imposta sostitutiva (dell’1% nel 2026) sfuggendo alla progressività. Non sfugge invece se il premio non è frutto di un accordo sindacale. Sono esenti da tassazioni importi di fringe benefits previsti dai contratti e somme di welfare aziendale.
Insomma I lavoratori dipendenti, o parte di essi, hanno ottenuto che una parte sia pure marginale delle loro retribuzioni sia sottratta alla progressività e nell’insieme hanno ottenuto vantaggi in termini di detrazioni di vario tipo almeno per i redditi medio-bassi con attenuazione del prelievo fiscale progressivo.
Possiamo dire che chi è rimasto con il cerino in mano, in questo caso rappresentato dalla completa progressività dell’imposta, sono i pensionati, una parte dei dipendenti (soprattutto quelli con retribuzione sopra i 50.000 euro) e gli autonomi non forfettari onesti.
Piove sul bagnato
A rendere ancora più sperequata la situazione ha contribuito poi nel 2022/23 l’esplosione dell’inflazione con il ritorno del fiscal drag.
Il drenaggio fiscale, infatti, non agisce allo stesso modo su tutti i redditi, anzi su alcuni non agisce affatto. Non agisce sui redditi soggetti ad imposta proporzionale. Anche se questi redditi aumentano per effetto dell’inflazione, l’imposta in termini percentuali non muta. Se era il 15%, resta del 15%.
Cambia invece la situazione per chi è soggetto ad una imposta progressiva a scaglioni e gode di detrazioni, soprattutto se queste sono di importo decrescente rispetto al reddito come è nella nostra Irpef. In questo caso un aumento di reddito prodotto dall’inflazione (non quindi un aumento reale di reddito ma solo un incremento nominale) produce da un lato l’applicazione di aliquote più alte e dall’altro una diminuzione del valore delle detrazioni.
Chi ci guadagna è lo stato che infatti in questi anni ha visto un forte incremento delle entrate fiscali soprattutto da lavoro dipendente e da pensione grazie a quella che di fatto si configura come una tassa occulta che produce gettito senza necessità di nuove norme che costerebbero politicamente.
Possiamo con sicurezza dire che gran parte dei risultati positivi in termini di finanza pubblica registrati in questi ultimi anni sono dovuti a quei cittadini che sono ancora soggetti a un regime di progressività fiscale e che hanno inoltre subito la forte pressione del fiscal drag.
Senza le entrate assicurate da questi redditi i risultati di finanza pubblica sarebbero stati ben diversi e avrebbero richiesto pesanti interventi.
Il risultato di questa struttura assunta nel tempo dall’Irpef si vede nei dati appena resi noti dall’Agenzia delle Entrate relativi ai redditi dichiarati nel 2025 e prodotti nel 2024. L’Irpef netta nazionale risultante da queste dichiarazioni per tutte le tipologie di contribuenti è pari a 197,4 miliardi di euro. Itinerari Previdenziali sottolinea come buona parte di queste entrate derivino da contribuenti con redditi superiori a 35.000: 128,5 miliardi pari al 65% pur essendo solo il 18,8% dei contribuenti. Credo che sia necessario sottolineare un altro dato. Di quei 197,4 miliardi, ben 190,5, ossia il 96,5% provengono da dipendenti e pensionati. Se poi aggiungiamo all’Irpef nazionale i 15,8 miliardi di addizionali regionali e i 6,6 miliardi di addizionali comunali che sono versati dai soli dipendenti e pensionati, la differenza con gli altri percettori di reddito è evidente.
Diritti e doveri. Un welfare universalistico con problemi di finanziamento.
Siamo un paese nel quale la parola diritti è declamata molto facilmente rispetto alla parola doveri. Il campo fiscale ne è un esempio, tutti coloro che rifiutano un identico trattamento con l’Irpef dei loro redditi sono tuttavia pronti a rivendicare dallo stato un identico trattamento sanitario, un identico trattamento di welfare, un identico trattamento di istruzione per i loro figli e via dicendo. Uguali nei diritti, disuguali nei doveri, ma non in base all’ammontare di reddito, ma in base alla tipologia dello stesso.
Con il passare degli anni siamo progressivamente passati, i dati dell’Inps e dell’Istat lo mostrano con chiarezza, da uno stato sociale essenzialmente di tipo contributivo sul modello bismarchiano, con prestazioni finanziate da contributi e riservate a chi versava i contributi, ad uno stato sociale sempre più universalistico con prestazioni finanziate anche dalla fiscalità generale e date a tutti i cittadini e anche ai residenti nel paese. È certamente un progresso civile che estende forme di copertura sociale a tutti i cittadini e ai residenti ma che pone problemi di finanziamento.
Abbiamo una proliferazione di bonus e molti servizi e prestazioni sono soggetti alla prova dei mezzi tramite l’ISEE.
In teoria un paese con un sistema fiscale progressivo dovrebbe prevedere prestazioni sociali gratuite per tutti a prescindere dal reddito, la redistribuizione avviene infatti tramite il sistema fiscale. A maggior ragione se poi il paese è affetto da evasione e limita la progressività solo ad alcuni redditi. In questo caso l’accesso a servizi e/o prestazioni tramite la prova dei mezzi realizza in concreto una doppia progressività a carico di alcuni cittadini lasciando completamente indenni altri.
Oltre a questo, oggi il nostro sistema di welfare deve affrontare tre diversi fenomeni:
1. L’aumento delle prestazioni universalistiche finanziate dalla fiscalità generale. L’assegno unico per i figli è l’ultimo esempio di prestazione universalistica introdotta. Inoltre è prevedibile la necessità di un incremento della spesa sanitaria e per la vecchiaia data la maggiore durata della vita.
2. A fronte di questo aumento di spesa sociale vi è all’opposto una continua erosione della base imponibile dell’Irpef che sottrae risorse per il finanziamento del welfare. Un esempio particolare si ha nella sanità che vede la base imponibile dell’Irap e delle addizionali regionali, fonti di finanziamento della spesa sanitaria, progressivamente erosa e lasciata solo sulle spalle di dipendenti e pensionati.
3. Il nostro sistema di welfare è cresciuto con il crescere del reddito nazionale, è cresciuto in base a esso, magari accumulando anche debito, ma sostanzialmente in funzione di esso. Ha cominciato ad avere problemi di equilibrio finanziario a fronte dell’erosione in corso nel nostro sistema fiscale. E all’espandersi delle prestazioni.
A questo squilibrio, possiamo dire interno, se ne può oggi aggiungere un altro. Da paese civile dobbiamo assicurare non solo agli immigrati che acquisiscono la cittadinanza italiana, ma anche a chi di loro risiede e lavora in Italia, le prestazioni del nostro sistema di welfare. Non sono certamente in grado di finanziare queste prestazioni e se vogliamo mantenerle per tutti, cittadini italiani e non, a livello adeguato aumenta la necessità di finanziamento del welfare.
Bloccare il fiscal drag
Il sostituto d’imposta e il fiscal drag sono stati i due strumenti che hanno assicurato allo stato entrate certe e crescenti a fronte di un sistema fiscale colpito dall’evasione dei redditi non soggetti a sostituto d’imposta e non finanziato mediante fiscal drag dai redditi soggetti a imposta proporzionale. La parte soggetta a sostituto d’imposta nell’Irpef ha sempre riguardato sostanzialmente i soli dipendenti e pensionati, oggi anche la parte di reddito soggetta a fiscal drag si restringe a questi soggetti.
Se si vuole costringere il futuro governo a modificare il sistema fiscale è necessario bloccare le entrate da fiscal drag, bloccare questa “tassa nascosta” che grava sui soli dipendenti e pensionati al crescere dell’inflazione e assicura a chi governa entrate sicure e notevoli.
La guerra in medio-oriente ha fatto rialzare tutte le previsioni di inflazione per quest’anno e il prossimo. Se non si interviene assisteremo ad una decisa impennata dei prezzi, ad un aumento nominale delle retribuzioni e delle pensioni, a un forte aumento del carico fiscale sulle stesse e a un sensibile incremento delle entrate dello stato che potrà così risolvere alcuni problemi di bilancio pubblico scaricandoli solo su dipendenti e pensionati.
Il gioco va fermato bloccando il fiscal drag con un ritorno alla legge n.154 del 1989 che introdusse un meccanismo automatico di recupero del drenaggio fiscale, che prevedeva l’indicizzazione dei limiti di scaglioni, delle detrazioni e dei relativi limiti di reddito, in base alle variazioni annue dell’indice dei prezzi al consumo FOI, se superiori al 2%.
Si può discutere sull’indice (NIC, FOI, IPCA), si può discutere sulla soglia al quale far scattare l’adeguamento l’indicizzazione, ma va bloccato l’aumento assicurato alle entrate pubbliche dal fiscal drag su pensioni e retribuzioni.
È questa l’arma per spingere/costringere il governo, chiunque esso sia, ad affrontare il nodo di una diversa redistribuzione del carico fiscale .
Se nel prossimo biennio a fronte di una ripresa di inflazione il governo potrà contare sulle entrate derivanti dal fiscal drag sarà difficile indurlo a parlare di riforma fiscale e di redistribuzione del carico fiscale.
Va considerato tra l’altro, come ben illustrato da un articolo di Zanardi sulla Voce (Fiscal drag e regole europee: un autogol per il governo, 27-5-26) che un blocco del fiscal drag, purché riconosciuto a tutti, sarebbe perfettamente compatibile con le nuove regole europee. e non avrebbe effetti sulla dinamica della spesa netta.
Redistribuire il carico fiscale
Nel 2015 la pressione fiscale in Italia è stata pari al 43,1%, la più alta dell’ultimo decennio. Non si tratta di aumentarla, bensì di redistribuirla in maniera diversa e, attraverso questa redistribuzione, ridurla.
Vanno ricondotti nella base imponibile Irpef i redditi che non hanno alcuna ragione di starne fuori, in particolare i redditi da lavoro autonomo.
La divisione del mondo del lavoro autonomo sopra e sotto il limite degli 85.000 euro non pone solo problemi di giustizia fiscale, ma pone anche problemi di struttura dimensionale delle imprese e delle attività autonome con una spinta alla parcellizzazione. Per evitarla sarebbe necessario innalzare la soglia, ma questo renderebbe ancora più inaccettabile la differenza di tassazione tra contribuenti soggetti a Irpef e soggetti esclusi.
Va riconsiderata l’esclusione dall’Irpef dei redditi da locazione, distinguendo semmai tra affitti brevi e non e tra numero di case date in locazione. Un conto è locarne una, altro locarne molte. Eliminare qualsiasi forma di progressività in questo caso non ha alcun ragione. Tra i grandi paesi europei siamo l’unico in cui i redditi da locazione sono sottratti all’imposta progressiva. Va certamente attuata la riforma del catasto
Va affrontato il problema delle addizionali Irpef regionali e comunali.
Con queste si finanzia la sanità e si finanziano i servizi comunali, non c’è alcuna ragione perché siano poste esclusivamente a carico dei soli redditi da lavoro dipendente e da pensione. Vanno eliminate o estese a tutti i redditi, perché tutti i cittadini usufruiscono dei servizi sanitari e comunali.
Si può creare una progressività sui redditi di capitale, interessi, dividendi, plusvalenze.
Non è necessario metterli nella base imponibile Irpef, se ne può creare una apposita come esiste in alcuni paese europei.
Anche in questo caso un conto è investire 10.000 euro, in conto investirne 100.000, altro ancora investirne 1.000.000. Oggi la tassazione su interessi, dividendi, plusvalenze è per tutti pari al 26%. Si può introdurre una differenziazione aumentando l’aliquota in base al capitale investito.
Tutti questi interventi dovrebbero essere in grado di produrre entrate capaci di sostenere una profonda riforma dell’Irpef senza far crollare le entrate pubbliche e consentire anche una diminuzione complessiva del prelievo fiscale. L’Irpef va riformata dato che oggi non solo pesa in modo eccessivo sulle retribuzioni e sulle pensioni, ma ha assunto una struttura per i dipendenti che possiamo definire folle con in realtà non 3 aliquote ma 8, con valori marginali del tutto irragionevoli che incidono in modo pesante sui rinnovi contrattuali.
Ad un anno da una campagna elettorale questi dovrebbero essere temi importanti, se non decisivi da affrontare. Il CD sembra aver dimenticato l’intenzione manifestata all’inizio della legislatura, attraverso la delega fiscale, i propositi di riforma del sistema. L’opposizione lancia proposte di patrimoniali, magari a livello europeo, o idee di tassazione dei ricchi (Tax the Rich) difficili, se non impossibili da realizzare, che potrebbero anche rispondere, se applicabili, alla enorme disuguaglianza nella concentrazione della ricchezza, ma che lasciano nel frattempo completamente assente il campo da proposte relative a una situazione che vede, non solo in Italia, i sistemi fiscali gravare sempre più solo sul lavoro.
Non pare che maggioranza e opposizione diano molta importanza al tema di una modifica dell’attuale sistema fiscale, forse spetta al sindacato aprire la discussione.
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