Come tassare l’automazione senza introdurre la robot tax: la proposta


L’idea di tassare i robot circola da anni. L’ha proposta Bill Gates, ne ha discusso il Parlamento europeo, la Corea del Sud ha ridotto gli incentivi fiscali agli investimenti in automazione. L’intuizione è semplice: se una macchina prende il posto di una persona, che almeno paghi qualcosa al posto suo.

Gli economisti che hanno provato a fare i conti sono arrivati però a conclusioni più caute di quanto suggerisca il dibattito politico. Guerreiro e coautori trovano una tassa sui robot utile nella transizione ma non a regime, Thuemmel trova invece che l’intervento ottimale sulle macchine è comunque modesto e non deve necessariamente essere una tassa: a seconda delle condizioni del modello può essere positivo, nullo o persino trasformarsi in un incentivo.

Costinot e Werning stimano una tassa intorno al 4%, che tende a ridursi quando i robot diventano più economici. Non è, insomma, da lì che sembra arrivare la grande leva redistributiva.

Henrik Kleven e Owen Zidar, entrambi di Princeton, hanno appena diffuso un NBER Working Paper, quindi un lavoro ancora in discussione e non sottoposto a peer review, che sposta la domanda. Invece di chiedersi quanto tassare le macchine, si chiedono come andrebbe riscritta l’imposta sui redditi in un’economia dove le macchine sostituiscono le persone. La risposta è che non serve uno strumento nuovo. Serve usare quello che già esiste con numeri che oggi sembrerebbero fuori scala.

Come il modello ridisegna il fisco dell’automazione

Per rispondere, i due autori costruiscono un’economia semplificata al punto da poterci fare i conti. I lavori sono messi in fila, dal più semplice al più complesso. Quelli sotto una certa soglia possono essere svolti indifferentemente da una persona o da una macchina e, per l’impresa, la scelta dipende dal costo. Quelli sopra la soglia possono essere svolti solo da una persona. Chi lavora prende una decisione sola, accettare un impiego oppure restare fuori. Il modello non considera quante ore lavorare.

Le macchine sono fornite dai proprietari di capitale, che ne mettono a disposizione di più se il rendimento netto è alto e meno se è basso. Lo Stato ha due leve, una tassazione non lineare del reddito da lavoro e un’aliquota unica sul reddito da capitale. Su questa base i due autori calcolano il sistema fiscale ottimale dentro il modello, date le preferenze redistributive assunte. Ne escono tre risultati.

Perché la regola dell’imposta non cambia

Quando un’economia è tutta collegata, alzare una tassa in un punto muove i prezzi ovunque. Meno persone lavorano in un mestiere, la produzione cambia, il rendimento del capitale si sposta, i salari degli altri mestieri si muovono di conseguenza. Ci si aspetterebbe che tutto questo entri nel calcolo dell’imposta giusta e lo complichi.

Non succede. La formula che ne esce è la stessa di Saez (2002): dipende da due elementi, il peso sociale marginale attribuito ai lavoratori di quell’occupazione e la loro elasticità di partecipazione, cioè quanto reagiscono a una variazione del reddito netto decidendo se lavorare oppure no. Gli effetti a catena esistono, ma non compaiono direttamente nella formula.

Il motivo è che in questa economia ogni mestiere ha un salario diverso da tutti gli altri. Tassare il reddito equivale quindi a tassare il mestiere e lo Stato può assegnare a ciascuno esattamente il reddito netto che ritiene giusto. Non ha bisogno di passare per i prezzi, perché tutto quello che i prezzi redistribuiscono lo può fare direttamente. Si tratta di un principio che in economia pubblica ha mezzo secolo e qui riemerge in un contesto nuovo.

Sussidi al lavoro e aliquote fuori scala

La regola resta, i risultati no.

Nel benchmark di Saez usato dagli autori, un’economia senza automazione, con salari fissati dalla produttività, il sostegno a chi lavora nella parte bassa della scala arriva al 36% di quello che guadagna e riguarda il 7% più povero. Si tratta di un sussidio condizionato al lavoro, che negli Stati Uniti esiste e si chiama Earned Income Tax Credit: non un assegno a chi non lavora, ma un’integrazione a chi lavora guadagnando poco.

Nel modello di equilibrio generale con automazione quel sostegno arriva al 77% del salario e copre il 25% più povero. Nella metà alta della distribuzione le aliquote di partecipazione salgono gradualmente da circa il 38% al 47%; rispetto al benchmark sono più alte per gran parte della metà superiore, salvo l’estremo più alto della distribuzione. In sintesi: sostenere molto di più chi sta in basso e chiedere di più a gran parte di chi sta sopra la media.

Figura 1 — Il confronto centrale del paper. Nel pannello A un’aliquota di partecipazione negativa equivale a un sussidio al lavoro: con l’automazione il sostegno è più profondo e copre una fascia più ampia in basso, mentre le aliquote sono più elevate per gran parte della metà superiore. Il pannello B mostra il salto del salario netto alla soglia di automazione. Fonte: Kleven e Zidar (2026), Figure 1.

Questi numeri cambiano ancora quando l’automazione avanza. Se la quota di mansioni automatizzabili passa dal 26% della calibrazione di base al 50%, la soglia che separa la fascia automatizzabile da quella non automatizzabile si sposta fino al 69° percentile; se arriva al 75%, sale fino all’86°. Attenzione però, non significa che un sussidio negativo copra il 69% o l’86% dei lavoratori.

Significa che si allarga la fascia di occupazioni che ricade nel regime fiscale più favorevole associato all’automazione. Se invece le macchine diventano più economiche, il sussidio in fondo alla scala diventa più profondo e si estende. È una distinzione importante per leggere correttamente i risultati.

Il picco dell’automazione al centro della distribuzione

Il risultato più interessante riguarda dove l’automazione diventa più intensa. Non in fondo alla scala, ma nel mezzo. Il picco è al 41° percentile, lì, nella calibrazione di base, la quota delle macchine nella produzione della mansione arriva a circa il 56%. Non è un’ipotesi di partenza. Nel modello i mestieri automatizzabili partono dal basso, ma l’intensità effettiva dell’automazione è un risultato di equilibrio.

La spiegazione è questa, nelle occupazioni più povere i lavoratori sono numerosi e fortemente sostenuti dal sussidio, l’offerta di lavoro resta abbondante e in alcune mansioni l’automazione non si adotta affatto. Salendo, le occupazioni diventano più rare e resta più spazio per le macchine.

Più in alto ancora, si supera la soglia oltre la quale le mansioni non sono automatizzabili. Si tratta di un risultato di un modello astratto, ma coerente con la preoccupazione che le tecnologie più recenti colpiscano anche lavori d’ufficio e di classe media.

Figura 2 — L’asse verticale misura la quota della produzione della mansione attribuita al lavoro: più la curva scende, maggiore è la quota delle macchine. L’automazione raggiunge il massimo al 41° percentile; sopra la soglia la quota del lavoro torna al 100% perché quelle occupazioni non sono automatizzabili nel modello. Fonte: Kleven e Zidar (2026), Figure 2.

Le ipotesi che condizionano la tassazione dell’automazione

Fin qui la buona notizia: non serve inventare una tassa nuova sulle macchine. Per portare questi risultati fuori dal modello, però, bisogna separare bene tre semplificazioni dalle conclusioni che ne derivano. Non sono tutte condizioni senza le quali il teorema crolla, ma diventano decisive quando si passa dalla costruzione teorica alla politica economica.

Primo, il capitale non è immobile: nel modello la sua offerta reagisce al rendimento netto con un’elasticità finita. Nella calibrazione di base l’elasticità è pari a 1; se aumenta, l’aliquota ottimale sul capitale scende e tende a zero nel limite di capitale perfettamente elastico, che gli autori associano al caso di una piccola economia aperta sul mercato mondiale dei capitali.

Secondo, nella calibrazione ogni lavoratore resta nella propria occupazione. Gli autori precisano però che il risultato teorico sull’irrilevanza dell’incidenza può sopravvivere anche con mobilità tra occupazioni, mentre il brusco gradino alla soglia andrebbe verosimilmente smussato.

Terzo, nelle simulazioni pongono a zero il peso sociale marginale attribuito ai capitalisti. È una scelta normativa della funzione di benessere, non un’ipotesi sul loro potere politico. Sono tre distinzioni importanti, perché il passaggio dal modello al mondo reale comincia esattamente qui.

L’automazione tra tecnologia, redistribuzione e potere

Per farlo serve allargare lo sguardo, perché altri due lavori recenti coprono esattamente il prima e il dopo di questo ragionamento. Sono entrambi firmati da Daron Acemoglu.

Il primo, scritto con David Autor e Simon Johnson, sostiene che quali mansioni vengano automatizzate non sia un dato di natura ma una scelta: dipende da come si finanzia la ricerca, da cosa comprano le amministrazioni pubbliche, da come il fisco tratta il capitale rispetto al lavoro, da chi decide cosa costruire. Si tratta di un intervento che agisce prima, sulla direzione della tecnologia.

Kleven e Zidar fanno l’opposto e lo dichiarano. Prendono la tecnologia come un dato e si limitano a chiedere come regolare il fisco di conseguenza. In una nota citano il lavoro di chi ha studiato la tassazione ottimale quando il fisco influenza la direzione dell’innovazione, e scrivono che quel canale lo lasciano fuori. Escludono cioè proprio la leva su cui si concentra il primo studio.

Il secondo lavoro di Acemoglu, scritto con Gitmez e Shadmehr descrive il dopo. Man mano che l’automazione fa crescere il capitale e comprimere i redditi da lavoro, chi detiene il potere economico ha due strade per tenere insieme il sistema: pagare, cioè redistribuire, oppure reprimere.

La repressione ha un costo fisso, che non cresce. La redistribuzione ha un costo che cresce insieme alla ricchezza da redistribuire. Da qui la conclusione del modello, prima o poi la seconda strada costa più della prima.

Messi in fila, i due studi si incastrano in modo quasi meccanico. Kleven e Zidar calcolano quanto deve cambiare la redistribuzione quando l’automazione si estende: la fascia delle occupazioni automatizzabili sottoposta a imposte più basse si sposta sempre più in alto nella distribuzione e i sussidi al lavoro povero diventano più profondi quando il capitale costa meno. Acemoglu spiega perché, quando la redistribuzione diventa politicamente o economicamente più onerosa, gli incentivi di chi detiene il potere possono cambiare.

Su un punto il primo studio fornisce un parametro utile per leggere il secondo. In Kleven e Zidar l’aliquota ottimale sul capitale dipende, a parità di peso sociale, dall’elasticità dell’offerta di capitale. Gli autori associano quel limite al caso di una piccola economia aperta sul mercato mondiale dei capitali. Il punto economico è semplice, più la base reagisce al prelievo, meno il fisco può estrarre senza eroderla.

Figura 3 — L’aliquota ottimale sul capitale diminuisce rapidamente quando aumenta l’elasticità dell’offerta di capitale: 50% nel caso base (ζK=1), 33% con ζK=2 e 17% con ζK=5. Nel limite di perfetta elasticità tende a zero. Fonte: Kleven e Zidar (2026), Figure 3, pannello B.

Tre direzioni per una politica fiscale dell’automazione

Torniamo a questi tre snodi, uno per volta.

Il capitale e le basi territoriali del prelievo

Dal paper non segue automaticamente che vada tassata l’infrastruttura fisica dell’intelligenza artificiale: questa è una proposta di policy ulteriore. Ma il risultato sull’elasticità suggerisce una direzione.

Quando una base mobile reagisce molto al prelievo, diventano più interessanti basi territoriali meno mobili. Data center, consumo di energia e acqua, suolo, connessioni di rete e concessioni sono fisicamente localizzati e possono quindi entrare in una strategia fiscale diversa da quella sul capitale finanziario. Per l’Europa potrebbe essere una delle leve da esplorare, non l’unica e non senza problemi di coordinamento e competitività.

Riqualificazione e sostegno nella transizione

Nel modello di base, appena sopra la soglia dell’automazione il salario netto fa un salto. Finché le occupazioni sono fisse, gli autori osservano che quel salto non genera una risposta comportamentale; se i lavoratori potessero spostarsi, diventerebbe invece un vero incentivo alla riqualificazione. Aggiungono però che, in un modello più generale, è plausibile che il gradino venga smussato in una transizione ripida ma continua.

La conseguenza di policy che propongo qui va quindi oltre il paper: affiancare al sostegno di chi resta nelle occupazioni esposte un premio credibile alla transizione verso attività meno esposte, sapendo che la soglia si sposta con la tecnologia. Un secondo strumento viene dalla letteratura citata dagli autori: Beraja e Zorzi mostrano che l’automazione può procedere troppo rapidamente quando i lavoratori si ricollocano lentamente e affrontano vincoli finanziari. Sostenere il reddito durante la transizione può allora correggere una frizione, non soltanto compensare una perdita.

Proprietà delle macchine e indirizzo tecnologico

Qui occorre distinguere nettamente i due piani. Kleven e Zidar non assumono che i capitalisti non abbiano potere politico: nella calibrazione attribuiscono loro un peso sociale marginale nullo, una scelta normativa giustificata come approssimazione del caso in cui siano molto ricchi.

Il tema del potere entra invece nel lavoro di Acemoglu. Se si introduce quel piano, la risposta puramente fiscale può non bastare: allargare la proprietà del capitale, non solo prelevare sui suoi redditi, cambia anche chi ha interesse a opporsi al prelievo. Nella stessa direzione va la leva degli acquisti pubblici, che il lavoro sull’intelligenza artificiale a favore dei lavoratori mette al centro e che Kleven e Zidar lasciano fuori per costruzione: uno Stato che compra tecnologia può orientare ciò che viene costruito prima di doverne compensare gli effetti.

Oltre la tassazione dell’automazione: la qualità del lavoro

C’è infine un limite più generale. In Kleven e Zidar il benessere non è letteralmente funzione del solo reddito: per i lavoratori entra anche un costo individuale del lavoro e per i capitalisti il costo di fornire capitale. Restano fuori però quasi tutte le dimensioni qualitative del lavoro: autonomia, dignità, controllo, qualità della relazione con gli strumenti, esposizione alla sorveglianza.

L’effetto dell’automazione viene quindi rappresentato soprattutto attraverso salari, occupazione e reddito disponibile. Si tratta di un limite del modello, non un errore: serve a rendere il problema calcolabile. Ma è anche il punto da cui ripartire se la domanda non è soltanto quanto redistribuire, ma quale lavoro vogliamo lasciare alle persone.

Resta allora da chiedersi se compensare chi viene sostituito sia una risposta sufficiente, o se il problema riguardi anche chi il lavoro lo mantiene e si trova a svolgerlo accanto alle macchine, in condizioni che nessuna aliquota descrive.


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