La morte di Sebastiano Piaggi, il 22enne di Riccò del Golfo deceduto a Ferragosto nelle acque di Porto Venere, riporta al centro dell’attenzione un tema di sicurezza già sollevato negli anni scorsi: l’ipotesi di rendere obbligatoria la protezione delle eliche sulle imbarcazioni in locazione.
Secondo quanto emerso dall’autopsia, a provocare la morte del giovane sarebbe stata proprio un’elica. Una circostanza che, a poche settimane dalla tragedia, ha riacceso le riflessioni sui rischi legati alla navigazione da diporto e, in particolare, alla presenza sempre più numerosa di gommoni e piccole imbarcazioni a motore nelle acque del golfo.
Negli ultimi anni non sono mancati gli incidenti: barche entrate in collisione, imbarcazioni finite contro gli scogli e persone rimaste coinvolte in episodi nei quali la velocità, l’inesperienza o una scarsa percezione dei rischi hanno avuto un ruolo cruciale. Nei fine settimana estivi il traffico nautico aumenta sensibilmente, soprattutto nelle zone più frequentate dai diportisti e dai bagnanti. E proprio la presenza di numerose persone in acqua rende particolarmente delicata la questione delle eliche dei motori fuoribordo.
La proposta di intervenire su questo fronte era stata avanzata già tre anni fa da Stefano Faggioni, capitano di lungo corso e direttore di macchina. A spingerlo a sollevare la questione era stato un altro grave incidente: una ragazza di 17 anni era stata sbalzata in mare durante un’uscita in barca e aveva riportato una seria ferita alla gamba provocata dall’elica.
Allora Faggioni aveva posto una domanda molto semplice: perché non rendere obbligatoria la protezione dell’elica, almeno sulle imbarcazioni destinate alla locazione? Il ragionamento partiva da un dato evidente: le barche e i gommoni a in affitto sono sempre più diffusi e possono finire nelle mani di persone che, pur rispettando le regole previste per la conduzione, hanno un’esperienza limitata nella gestione di un’imbarcazione in acque affollate.
Le protezioni, nella loro forma più semplice, sono strutture che circondano l’elica e ne limitano il contatto diretto con persone, animali, cime e altri ostacoli. I modelli più moderni sono progettati per ridurre il più possibile gli effetti sulle prestazioni del motore rispetto alle prime “gabbie” utilizzate in passato. Quello rappresentata nell’immagine è un prototipo realizzato dallo stesso Faggioni, ma in commercio ne esistono di altre tipologie e di altri materiali.
Le protezioni per le eliche dei motori fuoribordo sono state sviluppate proprio per ridurre il rischio di contatto tra l’elica e persone o animali in acqua, oltre che per proteggere il motore da cime e altri ostacoli. I modelli più recenti sono realizzati in materiali più leggeri rispetto alle prime strutture metalliche e sono progettati per limitare l’impatto sulle prestazioni. Esistono versioni in uno o due pezzi, adattabili ai diversi modelli di motore, la cui installazione richiede una corretta centratura per evitare vibrazioni. La protezione circonda l’elica, riducendo soprattutto il rischio di impatti laterali senza incidere necessariamente in maniera significativa sulle prestazioni dell’imbarcazione.
Il tema non è estraneo neppure alle norme e alle pratiche di sicurezza della navigazione. Il loro impiego è particolarmente indicato per le imbarcazioni utilizzate nelle attività di traino, nelle scuole di vela e negli sport acquatici, dove il motore opera a stretto contatto con persone presenti in acqua. Alcune ordinanze ne hanno già previsto l’utilizzo in determinate situazioni e, sul piano internazionale, esistono riferimenti alla sicurezza delle unità di salvataggio nell’ambito della normativa Solas. L’ipotesi di estendere l’obbligo alle imbarcazioni in locazione rappresenterebbe quindi un ulteriore livello di prevenzione, intervenendo non sulla capacità del conducente, ma sulle conseguenze che può avere un errore di manovra.
Una protezione per l’elica dal costo indicativo quantificabile tra i 200 e i 400 euro, rappresenta una spesa che potrebbe essere sostenuta soprattutto dai mezzi destinati alla locazione. L’idea non è quindi quella di attribuire la responsabilità degli incidenti al mezzo in sé: il fattore umano resta determinante. Ma aggiungere un dispositivo di sicurezza significa intervenire sulle conseguenze di un errore, riducendo la possibilità che una manovra sbagliata o una caduta in acqua si trasformino in una tragedia.
La questione torna oggi di attualità proprio alla luce della vicenda di Sebastiano. Nelle settimane successive alla sua morte, accanto al dolore della famiglia e al cordoglio della comunità, sono emerse domande sulla sicurezza della navigazione nel golfo e sulla necessità di individuare strumenti ulteriori per prevenire incidenti. La protezione dell’elica è una delle ipotesi già messe sul tavolo in passato e che oggi, alla luce di quanto accaduto, torna a essere discussa. In più Faggioni aggiunge che sarebbe importante rendere obbligatorio tra le dotazioni di sicurezza anche altri due apparati dal costo contenuto ma dotati di una efficacia potenziale importante in caso di emergenza, ovvero salvagenti a cintura e bracciale Gps per tutte le persone a bordo. Due oggetti che potrebbero essere indossati durante tutto il tempo trascorso in mare senza creare particolare impedimento.
L’eventuale obbligo, naturalmente, richiederebbe una valutazione delle autorità competenti e dovrebbe stabilire su quali categorie di imbarcazioni applicarlo e con quali caratteristiche tecniche. Ma la proposta avanzata tre anni fa da Faggioni parte da un principio che oggi assume un peso ancora maggiore: quando un dispositivo relativamente semplice può contribuire a ridurre il rischio per chi si trova in acqua, vale la pena interrogarsi sulla possibilità di renderne obbligatorio l’utilizzo, almeno nei contesti dove il traffico nautico e la presenza di bagnanti sono maggiori.
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Thomas De Luca
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