Diciassette miliardi. È quanto ha speso Mark Zuckerberg per patteggiare una gigantesca class action mossa negli USA contro le sue aziende. Meta, proprietaria di Facebook e Instagram, è stata accusata di aver progettato le piattaforme per creare dipendenza nei giovani e di aver violato le leggi a tutela dei consumatori. L’azienda rischiava fino a teorici 1.400 miliardi di multa e un completo stravolgimento di Instagram e Facebook. Alla fine se l’è cavata, per modo di dire, con 17 miliardi.
Da una parte Meta, il colosso dei social. Dall’altra una coalizione bipartisan di 29 dei 50 Stati americani: «L’azienda di Zuckerberg ha reso i minori dipendenti e li ha sfruttati, oltre ad aver ingannato il pubblico», ha affermato l’accusa nelle arringhe d’apertura a Oakland, California. Quella stessa California in cui ti è permesso riconoscerti in un unicorno o cambiare sesso in età minore ma che inorridisce sull’influenza dei social sui ragazzi.
Le misure per i minori: orari, limiti, filtri e like nascosti
Le misure previste dall’accordo sono le seguenti. Entro sei mesi, Meta dovrà introdurre una funzione automatica per cui gli account dei ragazzi tra i 13 e i 17 anni saranno bloccati da mezzanotte alle 6 del mattino. Le notifiche saranno disattivate di notte, dalle 22 alle 7, e durante l’orario scolastico. Instagram e Facebook potranno essere usati per un massimo di due ore al giorno. Vietati i filtri che simulano migliorie estetiche. Misure aggiuntive riguarderanno la verifica dell’età e strumenti di supporto ai genitori.
Riassuntivamente, questa misura è l’istituzionalizzazione della deficienza pressoché totale delle nuove generazioni e della totale incapacità al ruolo dei genitori attuali. Due notizie non certo sorprendenti, ma vedersele sbattute in faccia per decreto fa un certo effetto.
La mia consulente personale per l’uso dei social dice che è giusto che i ragazzini non vengano rincoglioniti dall’eccesso di utilizzo. Sarei pure d’accordo. Ma il modo in cui lo si vuole imporre mi sembra un’idiozia sesquipedale. Oltre che facilmente aggirabile.
L’esempio del porno: misure girate in un nanosecondo
Ricordate la norma che imponeva ai siti pornografici la verifica dell’età? Ebbene, tutti i principali siti hanno preferito pagare la sanzione economica piuttosto che adeguarsi. È diventata una multa invece che una stringente misura sociale. E così il ragazzo che oggi si vede costretto a usare i «dannosi» social per sole due ore nelle restanti potrà liberamente sollazzarsi su siti analoghi senza alcuna restrizione, e negli orari che vuole, notti comprese. Geniale ed educativo, vero?
Ed è qui che oppongo un distinguo grande come un macigno. È la qualità dei contenuti che va adeguata, non la loro durata. Ammettere che sono contenuti devianti o diseducativi deve intervenire sul loro valore, non sul tempo. Come dire: vedi cose idiote e dannose? Allora puoi essere idiota solo due ore al giorno. Così avremo ragazzi idioti uguali, ma a tempi contingentati.
Che dire poi della stretta sull’uso dei filtri, per evitare che si infatuino di qualcuna che sembra uno schianto nei selfie ritoccati e poi si scopra che è una delusione senza filtro. Ma lasciamoli fare esperienza: la vita è fatta anche di delusioni, no? Il pericolo cozza si nasconde ovunque. Non solo sui social.
I like nascosti: il vero disastro
Ma quello che proprio non ho abbozzato è l’ultima misura: per evitare la corsa ai like che spesso porta i ragazzi in un vortice di ansia e frustrazione, il numero dei «mi piace» sarà automaticamente nascosto. Cioè: l’unico giudizio personale manifesto di gradimento verrà occultato. Ogni contenuto diventerà asettico, privo di riconoscimento, di valore. L’andamento dell’algoritmo non sarà più dettato dal piacere dimostrato verso un contenuto ma lasciato alla discrezione del gestore del social. L’esatto opposto della ratio normativa. Applausi scroscianti.
Eppure dopo tre millenni di filosofia e altrettante ondate di psicoanalisi moderna anche il più sprovveduto ha realizzato che è l’assenza che aumenta il desiderio. La privazione, l’allontanamento. È per questo che sono intimamente convinto che le misure otterranno esattamente l’effetto opposto.
Quando sostenni l’esame di Filosofia del Diritto col professor Romano, questi era un appassionato di Lacan: tutto il corso verteva su di lui. E da lì mi è rimasta la stessa passione, anche se per gusti personali giungo spesso a conclusioni diverse. Ma evidentemente nessuno degli estensori di queste norme draconiane ha mai letto una riga del filosofo francese.
Lacan: il desiderio come mancanza originaria
Per Jacques Lacan, il desiderio non è un bisogno biologico né una richiesta cosciente, ma una tensione inesauribile che nasce da una mancanza originaria nell’essere umano. Come un buco, un vuoto che hai dalla nascita.
Il desiderio si origina da un vuoto insormontabile. Quando entriamo nel linguaggio, perdiamo un’unità originaria con il mondo e con la madre, lasciando una ferita che nessun oggetto materiale potrà mai colmare. Ma c’è chi se ne rende conto — pochissimi — e chi no.
Per Lacan, «il desiderio dell’uomo è il desiderio dell’Altro». Desideriamo ciò che desiderano gli altri: la chiama «dimensione immaginaria e di rivalità». E dipendiamo dal riconoscimento altrui nella nostra struttura simbolica. Ed è esattamente il meccanismo dei social, in termini filosofici. Non esiste un oggetto che soddisfi definitivamente il desiderio.
L’oggetto non è la meta, ma la causa che fa muovere la ricerca, fungendo da toppa temporanea a quel buco strutturale. Il desiderio è per sua natura metonimico: scivola continuamente da un significante all’altro. Lacan definisce l’assunzione del proprio desiderio come il supremo imperativo etico. Tradire o «cedere» sul proprio desiderio profondo equivale a una viltà morale che spesso si manifesta nella tristezza o nella nevrosi. Riconoscere il proprio desiderio inconscio e non ridurlo a banale conformismo è l’opera di una vita intera.
The Life of David Gale
La cosa che mi ha fatto sorridere è che anche la teoria del desiderio di Lacan viene citata in un film spesso veicolato proprio sui social. Per i più cinefili: si tratta di The Life of David Gale, con Kevin Spacey. Lacan (e quindi il Professor Gale nella scena tratta dal film) dice: «Le fantasie non devono essere mai realistiche, poiché nel momento in cui otteniamo ciò che cerchiamo non lo vogliamo, non possiamo volerlo più. Per poter continuare ad esistere, il desiderio deve avere i suoi oggetti eternamente assenti. E non è quella cosa che noi vogliamo, ma la fantasia di quella cosa. Quindi il desiderio alimenta solo fantasie utopistiche».
Ed è questo esattamente l’effetto che farà inevitabilmente la privazione forzata dai social: ne aumenterà il desiderio. Come qualcosa che non puoi avere ma che continui a desiderare incessantemente, che tu lo voglia o no.
Ed è qui che, nonostante la mia imperitura stima, mi distacco da Lacan. Mi è sempre venuto così naturale, e a dispetto dei giudizi altrui lo considero una fortuna immensa. Sarà che l’amore per i classici della filosofia ha sempre superato le sovrastrutture moderne. L’edonismo, nella sua accezione classica, batte sempre Lacan nel mio mondo personale. L’appagamento batte il desiderio continuo e irrealizzato.
Aristippo, Epicuro, D’Annunzio
Aristippo di Cirene fondò l’idea che il piacere fisico del momento sia il bene massimo. Insegnava a godere del presente senza diventarne schiavi. Il saggio domina il piacere e non si lascia dominare da esso.
Ma fece meglio ancora Epicuro. Epicuro vede il piacere (hedone) come il principio della vita felice. Distingue tra piaceri naturali e necessari, superflui o vani. Identifica la felicità con l’assenza di dolore fisico (aponia) e di turbamento dell’anima (atarassia).
Se poi non avete mai letto Il piacere di D’Annunzio vi tolgo il saluto. Da una parte l’estetismo: il culto della bellezza e dell’arte sopra ogni regola morale. Dall’altro la doppiezza: la divisione interiore tra l’attrazione per la carne e il bisogno di purezza.
Per questo io non avrei mai usato l’arma della privazione verso i ragazzi. Li avrei condannati invece ai «lavori culturali forzati», costringendoli suadentemente a leggere tutta quella gamma di capolavori sul tema che partono da Epicuro, passano per D’Annunzio e arrivano a Lacan. Così, una volta dotati di strumenti culturali personali, la loro scelta sarebbe diventata consapevole, non costrittiva. La cultura è la vera arma potente e dirompente.
La vita va vissuta secondo le proprie scelte
Certo, di sciocchi e decerebrati il mondo è pieno. Ma quelli non li cambi né con la privazione né con la cultura. Bisogna farsene una ragione. E in fondo vivono nella loro inconsapevolezza molto meglio di noi. Perché la vita va vissuta secondo delle scelte: ma devono essere proprie, non indotte da un fagiano come Zuckerberg, né dalla censura di Stato. Altrimenti siete il vuoto pneumatico. E non ve ne rendete nemmeno conto.
Perché l’esistenza è una sola e va scelto come viverla secondo le proprie inclinazioni e i propri desideri, non seguendo un algoritmo altrui. Non ve ne forniranno un’altra sostitutiva quando capirete, troppo tardi, di aver sbagliato tutto. E come dice il maestro Battiato: «Gli orizzonti perduti non ritornano mai».
E non serve fare molto, fidatevi. Perché come diceva D’Annunzio nel Piacere, a volte basta anche solo «mirare l’armoniosa poesia notturna de’ cieli estivi». Sono molto meglio delle cozze da social in pose da selfie ritoccate coi filtri.
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