A ottant’anni dall’elezione dell’Assemblea Costituente (2 giugno 1946) il ricordo non può non andare innanzitutto ad Angela Gotelli. In un paese in cui le donne non avevano mai votato, votarono in massa. E tra le elette – poche – in quell’organismo che doveva definire la nuova Costituzione c’era lei, Angela, nata ad Albareto, in Val Taro, il primo comune nel Parmense dopo il passo delle Centocroci. Fu eletta con la Democrazia Cristiana, con 20.257 voti di preferenza, nella circoscrizione ligure (Genova – Imperia – La Spezia – Savona), perché con la nostra provincia aveva avuto e mantenne sempre un rapporto molto stretto. Senza dimenticare mai la sua Albareto, di cui fu a lungo sindaco. Tant’è che i testi che utilizzerò in questo articolo saranno – oltre a quello che scrissi, con il prezioso contributo di Egidio Banti, per il libro mio e di Maria Cristina Mirabello “Sebben che siamo donne. Resistenza al femminile in IV Zona operativa, tra La Spezia e Lunigiana” – due libri pubblicati in seguito: le monografie, non a caso, di una studiosa parmense, Alessandra Mastrodonato, e di uno studioso spezzino, Nicola Carozza, entrambe intitolate “Angela Gotelli” (il libro di Carozza ha il sottotitolo “Democristiana, costituente, antesignana delle politiche di welfare”).

Angela Gotelli nacque più precisamente a San Quirico, piccola frazione di Albareto, il 28 febbraio 1905. Il padre Domenico, nato a Teviggio di Varese Ligure, diventò medico condotto in Val Taro. Angela fu sempre legata alla casa che la famiglia aveva a Porciorasco di Varese Ligure. Il forte legame con la Val di Vara iniziò dunque subito. La Gotelli frequentò il Liceo classico Costa alla Spezia. Qui ebbe come compagna di scuola – erano le uniche due ragazze della classe – la futura beata Itala Mela, con la quale strinse una forte amicizia. Avrebbe dovuto iscriversi a Medicina a Parma, seguendo le orme paterne, ma decise invece di andare a Genova, alla Facoltà di Lettere, proprio per seguire Itala, che stava attraversando un periodo molto difficile in seguito alla morte del fratellino. All’Università di Genova Angela ebbe come maestri intellettuali di spicco del panorama culturale ligure e docenti antifascisti di varia ispirazione ideologica, come Achille Pellizzari – che sarà il Commissario politico del Comando unico parmense, e poi anch’egli deputato all’Assemblea Costituente per la DC –, Emanuele Sella, Giuseppe Rensi e il sarzanese Alfredo Poggi. Nel capoluogo ligure, dove viveva con Itala Mela in un pensionato di suore, conobbe esponenti cattolici che avranno in seguito un ruolo di primo piano: tra loro Giacomo Lercaro, futuro cardinale, e Giuseppe Costa, poi celebre imprenditore. Nel 1926, all’età di ventuno anni, Angela si laureò in Lettere: ottenne subito un incarico di insegnamento a Pontremoli, quindi vinse il concorso per Trieste, e poco tempo dopo venne trasferita al Ginnasio spezzino (le donne, allora, non potevano insegnare nelle classi liceali).

Nel frattempo si era iscritta alla FUCI, Federazione universitari cattolici italiani, e ne era diventata dirigente, innanzitutto nel nord est, dove diede vita a numerose attività benefiche e sociali. Nel congresso del 1928 venne eletta nel Consiglio superiore (Consiglio nazionale), quando presidente nazionale era Igino Righetti e assistente monsignor Giovanni Battista Montini, il futuro Paolo VI. L’anno dopo, 1929, venne eletta presidente nazionale per il settore femminile, incarico che ricoprì fino al 1933. Furono anni determinanti per la formazione culturale e spirituale di Angela Gotelli, e anche per la sua formazione in senso lato politica: imparò presto a conquistarsi spazi di azione, di “potere”, per difendere e attuare le proprie idee. Fu una sorta di apostolato il suo, per il quale rinunciò al matrimonio con un medico con cui era fidanzata. Rimase per sempre nubile. Gli anni “fucini” furono comunque anche anni spensierati e goliardici, com’è naturale per tutti i giovani. Durante la sua presidenza Angela si batté perché studenti e studentesse potessero frequentare insieme sia i momenti di studio che quelli ricreativi, suscitando scandalo negli ambienti cattolici e pure in quelli più retrogradi della FUCI. Come ricordava Paola Gaiotti de Biase, “fucina” come la Gotelli – la conobbi come fondatrice del PDS dopo lo scioglimento del PCI – le “fucine” avevano una canzoncina goliardica in un certo senso “femminista ante litteram”, che si chiedeva: “ma noi siamo paglia o siamo fuoco?”. Con la circospezione di chi doveva vivere in una dittatura la FUCI fu in qualche modo antifascista, e in ogni caso defilata rispetto al filofascismo della Chiesa: lo fu più dell’Azione Cattolica, perché – a differenza di essa – mantenne il divieto della “doppia tessera”, quella associativa e quella al Partito nazionale fascista. La Gotelli diffuse nella FUCI i testi del francese Jacques Maritain, filosofo della libertà, del pluralismo, dell’autonomia. Un autore caro in quegli anni, come ho scritto nel mio ultimo libro, anche a Ennio Carando, che stava elaborando un originale “comunismo morale”.

IL MOVIMENTO DEI LAUREATI CATTOLICI

In seguito, insieme a Righetti, la Gotelli contribuì al formarsi del movimento nazionale dei Laureati cattolici, che in precedenza non esisteva. La costituzione di questo movimento non aveva soltanto finalità culturali e di apostolato, ma anche quella di preparare una nuova classe dirigente del Paese, autonoma da quella fascista e quindi non coinvolta nel regime. Per un certo tempo, Gotelli ne diventò segretaria, sempre per il settore femminile. Fu in questo periodo che, probabilmente, conobbe Alcide De Gasperi. Angela Gotelli fu dirigente nazionale dei Laureati cattolici anche all’inizio degli anni Quaranta e a partire dal 18 luglio 1943 si trovò a Camaldoli per la settimana di studi del movimento, che passerà alla storia come il momento nel quale venne dato il via concreto a una alternativa democratico cristiana al fascismo, ormai fortemente in crisi per l’andamento della guerra. Il cosiddetto “Codice di Camaldoli”, contenente il programma economico-sociale di un partito di ispirazione cristiana, venne materialmente elaborato a Roma nei mesi successivi da Saraceno, Vanoni, Paronetto, Capograssi e altri, ma il suo nome deriva proprio dal monastero toscano presso il quale Vittorino Veronese e il vescovo Adriano Bernareggi – direttore spirituale di Itala Mela – avevano organizzato il convegno al quale partecipò la Gotelli, insieme a diversi altri liguri, tra cui Paolo Emilio Taviani, don Emilio Guano, Antonio Boggiano Pico. La settimana di Camaldoli era stata preparata da convegni di carattere regionale in quasi tutte le regioni. In Liguria il convegno si era tenuto il 20 giugno a Sestri Levante, presso l’istituto “Madonnina del Grappa” di padre Mauri. Anche a Sestri Levante era presente Angela Gotelli. Il 24 luglio, arrivate anche a Camaldoli le prime notizie circa la convocazione del Gran Consiglio e il probabile crollo del regime, la settimana venne interrotta in anticipo per consentire alle persone partecipanti di rientrare nelle proprie sedi. Di fatto era chiaro come il movimento cattolico italiano ritenesse giunto il momento di scendere direttamente in campo per concorrere, con l’ambizione di guidarlo, al processo di ritorno della democrazia nel Paese.

AD ALBARETO, CON LA RESISTENZA

L’occupazione nazista e il sorgere della Repubblica sociale nelle regioni del centro nord portò alla costituzione dei Comitati di Liberazione Nazionale, con la presenza anche della neonata Democrazia Cristiana, e alla guerra di Liberazione. Angela Gotelli continuò ancora nell’anno scolastico 1943 – 1944 a insegnare alla Spezia, poi sfollò nella natia Albareto, che era zona partigiana a cavallo tra la IV zona Operativa e il Comando unico parmense. Chiese l’aspettativa, ma non rinunciò a insegnare: lo fece impartendo lezioni gratuite di italiano, latino e greco ai tanti ragazzi sfollati ad Albareto durante la guerra. Né rinunciò all’amicizia con Itala Mela: fu Itala, a sua volta sfollata con la famiglia presso Barbarasco, a raccontare nelle sue lettere di alcune visite di Angela, che da Spezia risaliva verso Albareto passando dalla Lunigiana e percorrendo molti tratti a piedi. La casa di Albareto diventò un luogo di accoglienza per i partigiani che operavano in quel territorio, così come per i militari alleati sfuggiti alla prigionia tedesca. Angela stessa svolse in quei mesi funzioni di staffetta partigiana e di crocerossina. Aveva infatti seguito un corso da crocerossina presso l’ospedale di Spezia e nel 1941 si era recata per alcuni mesi a Brindisi, dove arrivavano feriti o malati i soldati del fronte greco. Già nella Spezia martoriata dai bombardamenti si era dedicata a opere di assistenza e di cura. I documenti certificano un ruolo di Angela Gotelli nelle trattative intercorse nel luglio del 1944, dopo la durissima offensiva nazista e fascista che aveva posto termine al Territorio libero del Taro, per ottenere lo scambio di ostaggi civili con alcuni prigionieri tedeschi che erano stati catturati nel corso della battaglia della Manubiola, presso Berceto. Angela si adoperò moltissimo per venire in aiuto di persone malate o in difficoltà. Accompagnò a piedi Nuccia Corradino, sua cara amica, fino a Pontremoli, per ricoverare la madre in quell’ospedale, e riuscì inoltre a far trasportare all’ospedale di Parma il fratello di una sua ex alunna, Maria Teresa Guaschino, che si era spappolato un occhio cercando di disinnescare una bomba a Varese Ligure. Era insomma un punto di riferimento per tantissime persone, coinvolte anche loro malgrado nelle vicende belliche.

La casa di Albareto – in seguito a delazioni anonime – subì una perquisizione da parte di una pattuglia della X Mas, alla ricerca di prove che proprio lì sarebbe stato insediato un comando partigiano, ma grazie alla fermezza tranquilla di Angela e dei suoi familiari tutto si risolse per il meglio. In realtà furono tanti i partigiani ospitati ad Albareto. Tra gli altri Achille Pellizzari, che Angela fece parlare in pubblico agli abitanti di Albareto: una sorta di “comizio” politico in anteprima. Ma diede ospitalità anche al comandante del Comando unico parmense, il comunista Giacomo Ferrari “Arta”, che ho avuto l’onore di commemorare nei giorni scorsi a Bosco di Corniglio, dove morì il 22 agosto 1974. La staffetta spezzina Vega Gori “Ivana” ha così ricordato, in “Sebben che siamo donne”, l’ospitalità di Angela Gotelli:

Il venerdì di Pasqua 1945 (era il 30 marzo) andai con mia madre dalla Spezia verso i monti del Parmense, a trovare mio fratello che era partigiano nella ‘Julia’, una formazione cattolica. C’era ancora tantissima neve. Mia madre si fermò a Belforte, io il giorno dopo (sabato 31 marzo) proseguii da lì con quella che sarebbe stata la mia futura cognata per Mariano. Ritornai quindi indietro verso Belforte con mia cognata, mio fratello e un fratello di mia cognata, anche lui partigiano. Quest’ultimo ci fece sostare un po’, perché potessimo ristorarci, in una casa ai margini di un bosco, dicendoci che lì stavano persone le quali operavano molto a favore dei partigiani della ‘Julia’ e della popolazione. In quella casa ci accolsero con grande gentilezza e senso di ospitalità due signore. Io non chiesi, data la situazione e l’imperativo della riservatezza che nella lotta clandestina si doveva osservare, né il nome del luogo né di coloro che ci avevano accolto. Solo dopo la Liberazione seppi dal fratello di mia cognata che una delle due signore era Angela Gotelli. Quanto a me, trascorsi con mia madre e mio fratello il giorno di Pasqua a Belforte e poi ridiscesi verso Spezia, per svolgere fino alla Liberazione la mia funzione di dattilografa e staffetta. Inoltre la sua casa di Porciorasco di Varese Ligure divenne per un periodo sede del Comando della IV Zona operativa. Quegli anni così tragici furono anche molto passionali e romantici. Probabilmente Angela si innamorò di un partigiano: ne scriverò in una mia prossima ricerca. Ma la sua strada era segnata, lei aveva ormai scelto la politica come “vero amore”.


(Angela Gotelli e la beata Itala Mela al Liceo classico Costa (foto archivio Gotelli)

L’IMPEGNO NELLA “COMMISSIONE DEI 75”, NEI GOVERNI, ALL’ONMI

Il prestigio acquisito dalla Gotelli fin dai tempi della FUCI – quando finita la guerra si costituì anche a Spezia la DC – le consentì di essere l’unica donna ligure democristiana eletta nell’Assemblea Costituente, una delle poche in tutta Italia (9 democristiane su 21). Il voto della Val di Vara “bianca” fu decisivo. Quel giorno Angela Gotelli sostenne la Repubblica: nell’Albareto “bianca” la Repubblica ebbe il 62,5% dei voti. Ma nelle altre zone “bianche” non andò così, anzi: stravinse la Monarchia. A Varese Ligure con il 73,18% dei voti. Dopo il 2 giugno 1946, nel gennaio 1947 un ulteriore “passo” fu l’ingresso nella “Commissione dei 75”, quella che, presieduta da Meuccio Ruini, era incaricata della prima stesura della Costituzione. Uno dei componenti DC della Commissione, il siciliano Carmelo Caristia, nativo di Caltagirone e braccio destro di don Luigi Sturzo, si era infatti dimesso dopo contrasti con Giorgio La Pira e con Aldo Moro in alcune votazioni. Il momento era difficile, perché quelle dimissioni facevano venire alla luce il conflitto politico sotterraneo tra le due grandi componenti della DC di allora: quella degli ex popolari sturziani e quella dei giovani formatisi nei movimenti cattolici durante il periodo fascista. La Gotelli apparteneva indubbiamente al secondo gruppo, al contrario di Caristia, ma con tutta evidenza le sue doti di equilibrio la rendevano accettata anche dagli “sturziani”, tanto che il contrasto non ebbe seguito, almeno in apparenza. In ogni caso la presenza della Gotelli nella “Commissione dei 75”, e in particolare alla sottocommissione che doveva trattare i temi economico-sociali, fu limitata nel tempo, in quanto poche settimane dopo il testo costituzionale approdò in aula per il lungo esame definitivo. Ma non c’è dubbio che la scelta del gruppo – guidato allora da Giovanni Gronchi – di inserire proprio lei nella Commissione contribuì ad accrescere il suo prestigio politico e la stima generale dei colleghi. Angela Gotelli fu così eletta alla Camera dei deputati, sempre nella circoscrizione della Liguria, nelle elezioni del 1948, del 1953 e del 1958. Dal 1951 al 1958 la Gotelli fu anche sindaco di Albareto. Nel 1957 appoggiò la formazione della Giunta di “centrosinistra” nel Comune della Spezia (primo caso in Italia): un’esperienza nuova, cui ne sarebbero seguite molte altre nel Paese, dirompente a sinistra dove andava in pezzi la collaborazione  fra socialisti e comunisti, e comunque guardata con sospetto a destra, tanto che le autorità ecclesiastiche locali manifestarono forti riserve. Sindaco fu eletto Carlo Alberto Federici, che fu suo compagno di scuola al Costa.
Negli equilibri interni della DC, la Gotelli appartenne per tutto il periodo costituente e della prima legislatura al gruppo dossettiano, o degli “amici del Porcellino”, così chiamato perché si riunivano a Roma nella casa delle sorelle Pia e Laura Portoghesi in via del Porcellino. Appartenne poi ad Iniziativa democratica, il gruppo costituito da Fanfani e da lui guidato sino all’inizio del 1959. Nel 1958 divenne sottosegretario alla Sanità nel secondo governo Fanfani, il primo definito di “centro- sinistra”, e fu quindi una delle prime donne nella storia italiana a divenire componente di un governo: prima di lei lo era stata Maria De Unterrichter Iervolino, anche lei già presidente nazionale femminile della FUCI, sottosegretario alla Pubblica Istruzione nel governo Scelba. Angela Gotelli fu poi sottosegretario al Lavoro nel secondo governo Segni e di nuovo alla Sanità nel governo Tambroni. Fu un grave errore per la DC costituire quest’ultimo governo e per la Gotelli accettare l’incarico in esso: era stato eletto con i voti del MSI, il partito neofascista. Il governo fu travolto dalla protesta popolare dopo il congresso del MSI a Genova e l’uccisione da parte della polizia di tanti giovani antifascisti in tutta Italia, tra cui cinque giovani operai a Reggio Emilia. La maggioranza della DC costrinse Tambroni a dimettersi. Nel 1963 non si ripresentò alle elezioni, in quanto designata Presidente nazionale dell’ONMI, Opera Nazionale Maternità e Infanzia, dove rimase per quasi dieci anni. Dopo l’incarico all’OMNI si tenne defilata dalla vita di partito. A partire dagli anni Settanta visse in modo riservato tra la Spezia e Albareto, senza più partecipare alla vita politica. Egidio Banti ricorda che l’ultima sua “uscita” politica avvenne nell’aprile 1990, a una iniziativa del movimento giovanile della DC spezzina a sostegno della sua campagna elettorale nelle elezioni regionali. In campo cattolico, accolse con entusiasmo il Concilio Vaticano II. Si adoperò molto per contribuire all’avvio del processo di beatificazione di Itala Mela, concluso solo nel 2017. Fu anche tra i promotori dell’associazione Pro insula Tyro, volta a riportare alla Spezia le reliquie di San Venerio e a rilanciare la devozione religiosa sull’isola del Tino. A partire dal 1991 le sue condizioni di salute andarono declinando, e si trasferì definitivamente nella casa di Albareto, assistita in particolare dai nipoti. Morì il 21 novembre 1996 ed è sepolta nella sua Albareto.

PROBLEMI APERTI NELL’INTERPRETAZIONE STORICA

Ho accennato alle trattative tra partigiani e tedeschi. Anche per l’intervento dell’Arciprete di Borgotaro e di altri parroci si giunse ai colloqui e all’accordo, in base al quale i partigiani della Brigata Centocroci si impegnavano a lasciare libere le vie di comunicazione – il primo obiettivo dei tedeschi – mentre i tedeschi garantivano di non colpire la popolazione civile. L’accordo fu siglato a Montegroppo di Albareto il 18 luglio 1944. Due giorni dopo i tedeschi diedero inizio alle stragi più orrende: Stresa, Cereseto, Sidolo, Compiano. Il tema degli accordi di “tregua” è stato poco indagato dagli storici. E’ molto delicato e complesso. Tra le poche eccezioni c’è lo storico Claudio Pavone, che ha individuato un coacervo di ragioni: Stanchezza, scoramento, ingenuità, leggerezza, paura, difficoltà di rapporti con le popolazioni timorose delle rappresaglie, scarsa consapevolezza politica, rivalità fra bande di diverso colore: queste motivazioni possono essere rintracciate volta a volta, oltre ovviamente i casi deliberati di tradimento, negli accordi stipulati o anche solo tentati.
Il 18 luglio a Montegroppo si firmò per difendere le popolazioni. Ma ciò non accadde. Un altro storico, Mimmo Franzinelli, ha scritto: In molte circostanze non trattare comportava costi insostenibili, per i partigiani e per le popolazioni. Si posero così dilemmi angosciosi, che pure bisognava in un modo nell’altro risolvere, spesso in tempi terribilmente rapidi. Patteggiare non significava di per sé tradire la causa, tuttavia – al di là degli intenti soggettivi – i negoziati, stante la sperequazione dei rapporti di forza, potevano sfociare in accordi assai prossimi al cedimento al nemico, specie agli occhi di un osservatore esterno, appartenente ad altra formazione partigiana. Chi stipulava gli accordi era in genere convinto che si trattasse di una necessità puramente locale, che lasciava intatte le ragioni sostanziali della lotta. In realtà la guerra partigiana era unica e coordinata: il singolo accordo significava acquistare la propria sicurezza mettendo a repentaglio quella degli altri. Il secondo obiettivo dei tedeschi, quando propugnavano le tregue, era proprio questo: dividere il movimento partigiano. La Centocroci, anche per altri motivi, entrò in una profonda crisi. Ne uscì con il cambio del Comandante: Federico Salvestri “Richetto”, avversario delle “tregue”, al posto di Gino Cacchioli “Beretta”, che formò un altro gruppo. Ma la vicenda segnò il futuro della Resistenza valtarese, perché altre tregue, molto più compromissorie, seguirono. I libri di Mastrodonato e Carozza sono utilissimi per approfondire ogni altro aspetto della vita e dell’opera della Gotelli, in particolare quello del suo impegno per lo Stato sociale: Patronati scolastici, scuole rurali, scuole per ciechi, alloggi popolari ai più bisognosi, disciplina dell’apprendistato, cassa mutua per i coltivatori diretti… Un impegno sempre più teso a emancipare le politiche assistenziali da una concezione caritativa, e a cercare un rapporto stretto con le Regioni, le Province e i Comuni. Resta da approfondire il nodo dell’ONMI. Si avvertiva sempre più, negli anni della presidenza della Gotelli,
la necessità di una riforma generale che interessasse non soltanto l’Opera, ma più in generale il Servizio
Sanitario Nazionale (SSN). La riforma del sistema sanitario prese corpo nella creazione di Unità sanitarie locali e nell’applicazione dell’ordinamento regionale (nel 1970), in base al quale la Costituzione stabilisce che tutte le competenze in precedenza affidate all’ONMI vengano trasferite alle Regioni: dall’assistenza sanitaria di base all’assistenza sociale. L’ente venne ufficialmente soppresso il 31 dicembre 1975. La maggioranza della DC e la Gotelli in questo caso furono troppo legate al passato. Poi venne un’altra partigiana democristiana, Tina Anselmi, che nella sanità e nell’assistenza aprì una fase nuova: fu una grande anticipatrice. Ma una riflessione – storica e politica – urge anche e soprattutto su quello che è accaduto dopo: su come la riforma sanitaria della Anselmi, approvata nel 1978, è stata via via affossata, su che cosa ha comportato la regionalizzazione della sanità. Resta quello che scrisse Carlo Bellotti a poche settimane dalla sua morte: Angela Gotelli fu un’importante “esponente di un mondo cattolico che ha segnato la storia italiana per quasi un secolo”. La Gotelli commise errori – come tutti – ma fu nel profondo innanzitutto una “fucina”, che respirò a pieni polmoni per ragionare in modo innovativo sui grandi problemi del nostro tempo, ed espresse il meglio di sé quando fu fino in fondo “fucina”: partigiana, sostenitrice della Repubblica, artefice della Costituzione repubblicana, impegnata per la valorizzazione delle donne e per la solidarietà agli ultimi.

Post scriptum
Le due fotografie di oggi appartengono all’archivio Gotelli.
Nella foto in basso Angela Gotelli è a destra, Itala Mela a sinistra.
Quello di oggi è il sesto di una serie di articoli della rubrica dedicati a libri di autori spezzini.
Ricordo i primi cinque:
“Storia di Pitelli, il paese nato dal mare, e di San Bartolomeo, il paese perduto”, 14 settembre 2025
“Storia dalle colline di Lerici”, 28 dicembre 2025
“Il senso del noi in Val di Magra, tra storia e poesia”, 11 gennaio 2026
“Idee per una città un po’ più disarmata”, 8 febbraio 2026
“Cinque Terre, il denaro è necessario, ma le idee molto di più”, 6 maggio 2026
lucidellacitta2011@gmail.com


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Benedetto Marchese

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