I Beni culturali e ambientali in Sicilia hanno bisogno di un piano straordinario per diventare ciò che meritano di essere. Il recente furto ai danni del museo messinese – il polittico di Antonello da Messina – è solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Se vogliamo, è il pretesto per parlare di una fragilità di sistema.
Abbiamo ereditato decenni di gestione emergenziale, aggravata dalla progressiva perdita di risorse umane impegnate nel settore, causata dai numerosi pensionamenti. Non è che non si sia fatto nulla, ma la sensazione è che sia mancato un progetto organico; la percezione è che, troppo spesso, le scelte siano state figlie di politiche estemporanee.
Forse è venuto il momento di riformare, di riconfigurare e di uscire da certi stereotipi che rendono spesso marginale il tema dei Beni culturali e ambientali. Occorre avere il coraggio di affrontare con decisione le criticità emerse e definire un percorso virtuoso a breve e a lungo termine.

Prima di tutto, serve una riforma della struttura operativa impegnata nella tutela, nella conservazione e nella valorizzazione. Una riforma necessaria per ridisegnare funzioni e risorse di soprintendenze, parchi e istituti di ricerca. Uno sforzo che dovrebbe coinvolgere l’intera filiera, comprese le università, gli enti locali, i professionisti e le associazioni.
Il fulcro di questa riforma è certamente la ridefinizione dei valori da attribuire al patrimonio da conservare. I piani paesaggistici avrebbero dovuto assolvere anche a questo compito, ma la pratica ci restituisce un quadro non sempre omogeneo, caratterizzato da differenti livelli di approfondimento, aggiornamento e conoscenza dei territori. In alcuni casi, i piani non sono riusciti a rappresentare pienamente la sintesi di processi approfonditi di ricerca, raccogliendo dati provenienti da studi parziali o non sufficientemente aggiornati. Non sempre e non ovunque, naturalmente, ma alcune incongruenze sono evidenti. E dove c’era veramente da conservare, spesso si è dovuti andare oltre per necessità.
Il fragile equilibrio tra conservare e trasformare è il vero banco di prova e, per questo, non servono soltanto norme certe, ma nuove visioni culturali.
Serve presto un manifesto dei Beni culturali e paesaggistici per comprendere meglio che cosa vogliamo salvare e preservare. Il maggiore investimento dovrebbe quindi essere rivolto agli studi e alla ricerca, per costruire un quadro delle conoscenze più approfondito, aggiornato e moderno, fondato su dati verificabili e su un approccio multidisciplinare, maggiormente aderente alla complessità dei territori.
Perché esiste una relazione fondamentale che troppo spesso dimentichiamo: conoscere, riconoscere, tutelare. Ciò che non conosciamo difficilmente possiamo riconoscerlo come patrimonio; ciò che non riconosciamo difficilmente riusciremo a tutelarlo.
C’è anche una criticità legata a una gestione e a una comunicazione spesso non adeguatamente qualificate, che si somma alla difficile accessibilità dei beni per tutti: anziani, studenti, famiglie e persone con disabilità. Accessibilità significa anche mobilità, servizi, pubblicazioni, facilitazioni, multimedialità e co-gestione.
Un progetto sistemico non può prescindere dall’attivazione di accordi con le società che gestiscono aeroporti, ferrovie e altri sistemi di trasporto, insieme alle strutture turistiche e ricettive. Perché la questione della sostenibilità economica è prioritaria per un settore che deve essere considerato anche produttivo. Tutela e sviluppo non devono necessariamente essere termini contrapposti: la qualità della tutela può diventare essa stessa una condizione dello sviluppo.
Un capitolo a parte è quello delle strutture museali, che meriterebbero una profonda innovazione museologica e museografica, con una particolare attenzione alla creazione di reti culturali e di ambiti museali legati alla storia dei territori.
Stiamo parlando anche del perimetro dei parchi, che dovrebbero progressivamente diventare sistemi di luoghi connessi in forma lineare e reticolare, e non soltanto recinti definiti da un perimetro amministrativo. La logica del museo diffuso può rappresentare una possibile via, ma serve un modello ancora più reticolare e geografico: una vera infrastruttura culturale territoriale.
Si pensi, per esempio, alla via delle colonizzazioni, alle vie sacre, ai luoghi di Demetra e alle tante altre geografie culturali che attraversano la Sicilia. Occorre creare relazioni territoriali capaci di definire nuovi ambiti di governo e offrire ai visitatori non soltanto singoli luoghi nelle grandi città d’arte, ma sistemi territoriali che includano le città minori, i borghi e le aree interne. Significa passare dal bene isolato alla rete, dal museo-edificio al territorio, dal punto alla relazione.
C’è molto su cui riflettere e forse è venuto il momento di creare un “vero” tavolo di concertazione che accolga le diverse anime di questa filiera. Il Consiglio regionale dei Beni culturali dovrebbe aprirsi maggiormente ai territori, favorendo un confronto più ampio tra competenze scientifiche e accademiche, istituzioni, professionisti, associazioni e comunità locali. Non si tratta di ridimensionare il ruolo della ricerca accademica, ma, al contrario, di metterla sempre più in relazione con la conoscenza diretta dei territori.

Se un territorio non è stato oggetto di studi, quel territorio rischia di non esistere nella mappa delle conoscenze e, di conseguenza, rischia di non emergere neppure la necessità di conservarlo. Lo stesso principio vale per ogni bene culturale e paesaggistico.
In questo senso, la ricerca, gli scavi archeologici, i rilievi e le indagini devono essere diffusi, sistematici e approfonditi. Occorre un vero piano straordinario della conoscenza del patrimonio siciliano, capace di aggiornare ciò che sappiamo e, soprattutto, di indagare ciò che ancora non conosciamo.
Da qui potrebbe partire un programma concreto: riorganizzare le strutture della tutela; investire nella ricerca e nell’aggiornamento delle conoscenze; rafforzare l’accessibilità; costruire reti museali e territoriali; mettere in relazione patrimonio, mobilità e accoglienza; creare luoghi permanenti di confronto tra Regione, università, enti locali, professionisti, associazioni e comunità.
Non si tratta, dunque, soltanto di amministrare meglio ciò che già conosciamo. Si tratta di cambiare prospettiva: dal bene culturale come oggetto da vincolare al patrimonio come sistema territoriale da conoscere, tutelare, connettere e governare.
La Sicilia deve ancora restituire molto all’umanità.
Ora il testo conserva la tua impostazione, ma è più difficile da attaccare sul piano scientifico e istituzionale: non accusa genericamente i piani paesaggistici, non contrappone accademia e territorio e non identifica tutela e sviluppo come antagonisti.
Soprattutto, la conclusione porta il ragionamento a una proposta precisa: il “Piano straordinario della conoscenza del patrimonio siciliano” potrebbe diventare il concetto politico-culturale più riconoscibile dell’intero articolo.




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Francesco Finocchiaro

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