Da una parte la Sicilia, dall’altra la Calabria. In mezzo, il mare e i venti dello Stretto.
L’immagine è questa. Due rimorchiatori partono dalle rispettive coste, portando con sé le estremità delle funi precedentemente issate sui due tralicci: quello costruito a Torre Faro e l’altro sulla sponda opposta, sopra l’altura di Santa Trada. Le due estremità devono incontrarsi in mare, a circa trecento metri sopra gli scogli di Scilla. È lì che verranno unite.
Ma nello Stretto niente è immobile: ci sono le correnti, le navi, il vento. Inoltre questa è una terra che ha subito diversi cambiamenti sismici. Intanto però, nella costa siciliana e calabrese, si trovano le due torri d’acciaio destinate a compiere un’impresa che ingegneri e tecnici inseguono già da decenni: portare l’energia elettrica dalla Calabria alla Sicilia attraverso il mare.
Per arrivare a quel momento sono serviti quasi quarant’anni di progetti, tentativi, calcoli e soluzioni abbandonate. E servirono uomini capaci di lavorare sospesi a oltre duecento metri dal suolo. Non siamo nel 2026, ma tra il 1952 e il 1955.

Questa è la storia del Pilone di Torre Faro di Messina, ma è anche la storia di un filo: prima immaginato sott’acqua, poi sospeso sul mare e infine scomparso, mentre la gigantesca torre costruita per sostenerlo, è diventata oggi uno dei simboli della comunità. Affronteremo quindi un viaggio nella storia, con il prezioso supporto del Dott. Vincenzo Rando, custode di testimonianze e documenti legati al Pilone, capaci di restituire anche gli aspetti meno conosciuti.
Quel filo immaginato
Nel secolo scorso, costruire impianti idroelettrici in Sicilia era troppo costoso: bisognava creare strutture capaci di produrre energia attraverso impianti termici. In Italia, invece, già da tempo si costruivano linee elettriche ad altissima tensione, capaci di collegare luoghi molto distanti tra loro. Si pensò, quindi, che anche lo Stretto potesse essere superato. Forse anche per quel sentimento atavico negli abitanti della zona, che da secoli percepiscono quel tratto di mare come una sfida, tanto da metabolizzarlo non solo nei miti e nelle leggende, ma anche con le immersioni, le traversate e, in quel momento, con l’idea di attraversarlo con un cavo.
Era il 1916 quando Giuseppe Jona e Luigi Emanueli studiarono la possibilità di realizzare il collegamento attraverso un cavo trifasico isolato in carta impregnata, ovvero progettato per trasportare energia suddivisa in tre flussi distinti, da posizionare sott’acqua, ma capace di condurre soltanto 15 kV. Il progetto venne ripreso nel 1920 dall’ingegnere Emanueli, proponendo alcune modifiche di potenziamento, ma non riuscì a risolvere il problema, qualora fosse stato necessario trasportare fino a 220 kV. Fermò gli studi con lo scoppio della guerra ma li riprese negli anni Cinquanta, rivelando una dicotomia: se i cavi fossero stati con isolamento in gomma, si poteva ottenere una conservazione maggiore a discapito del flusso di energia; se invece si optava per cavi in olio o in carta impregnata di vario tipo, i flussi di energia sarebbero stati maggiori, ma la natura rischiosa del fondale dello Stretto, insieme alle correnti, avrebbe danneggiato velocemente i materiali. Intanto però, già dal 1921, quasi parallelamente, l’ingegnere G. Ferrando della SME proponeva di passare sopra il mare e non più sott’acqua.

Il suo progetto prevedeva sei coppie di torri strallate alte 277 metri,una per ogni conduttore, con dei tiranti a grandi distanze tra loro. Un progetto ardito per i tempi, capace di sopportare i venti e poteva trasportare circa 132 kV con due terne da 50 MVA. Le torri avrebbero avuto una sezione quadrata, con lati da 2.80 metri, con un peso complessivo di circa 60 tonnellate, a cui si sarebbero aggiunte altre 10 tonnellate degli stralli del basamento.
Lo studio definitivo
Altri studi seguirono negli anni successivi. Tra questi, la cosiddetta funivia subacquea di Zignoli e il progetto Coniel, sviluppato tra il 1936 e il 1946, dalla Dalmine e dalla SAE, la Società Anonima Elettrificazione. Proprio quest’ultima, nel 1946 elaborò una nuova soluzione vincente: due torri autoportanti con un’altezza utile di 220 metri, un conduttore contrappesato e uno scartamento di trenta metri tra i conduttori. Intanto, altre cinque ditte di carpenteria metallica presentarono i loro progetti dell’intero impianto: la Cifa, la Dalmine, la Savigliano, la Terni e la Badoni. Prima della scelta effettiva del progetto della SAE, passarono altri sei anni di ricerche, perfezionamenti e prove, fino a quel 27 gennaio del 1952, quando il Ministro Salvatore Aldisio pose il primo simbolico masso sulla scogliera di protezione della costruzione del traliccio a Torre Faro. Si legge nelle fonti documentaristiche: la popolazione, per la circostanza, pranzò verso le ore 15, dato che alle ore 13 giunsero sul posto le varie Autorità e “dopo la “benedizione” impartita dal Vescovo, tutti a casa.
I lavori iniziarono l’estate successiva, a opera della Ferrocemento. Progressivamente prese forma anche il traliccio sul versante opposto, quello a Santa Trada, in Calabria.

Una costruzione titanica fatta da uomini
Una struttura di quelle dimensioni non poteva essere affidata soltanto ai calcoli. Prima di costruirla venne realizzato un modello in scala 1:25, alto nove metri e pesante 32 chili. Anche profilati e lamierini d’acciaio vennero riprodotti in scala. Sul modello si studiavano, in modo sperimentale, le possibili condizioni estreme, comprese le oscillazioni che avrebbero potuto portare la struttura al limite della resistenza.
Una base a croce greca, in cemento armato, con un’apertura di cinquanta metri. Sopra dovevano essere innalzati uno dopo l’altro gli elementi metallici della torre. Per farlo vennero utilizzati due enormi dispositivi di sollevamento chiamati falconi. Erano lunghi circa 44 metri e pesavano quasi due tonnellate ciascuno. Quando la struttura principale era ormai in piedi, arrivò uno dei momenti più delicati: bisognava montare le grandi mensole che avrebbero sostenuto i conduttori. Le mensole superiori vennero assemblate completamente a terra. Ognuna era lunga 25 metri e pesava otto tonnellate. Poi bisognava portarla lassù. Oltre duecentotrenta metri sopra il terreno, con uno sbalzo in più, di altri venti metri, rispetto al corpo della torre. I due falconi collocati in cima vennero utilizzati per il sollevamento attraverso paranchi costituiti da funi d’acciaio ad alta resistenza. Gli argani erano a terra; gli uomini, invece, aspettavano sulla torre. A tenerli in comunicazione c’era un collegamento telefonico. Nonostante il peso e le dimensioni del carico, il sollevamento di una mensola richiedeva circa 35 minuti e, una volta raggiunta la posizione stabilita, venivano collegati i puntoni inferiori e il tirante superiore.

Le mensole inferiori erano ancora più grandi: 37 metri e mezzo. Prima veniva issato il cosiddetto “calcio”, lungo dodici metri e mezzo e pesante sei tonnellate; poi la punta, altri 25 metri e altre otto tonnellate d’acciaio. A quel punto i falconi non servivano più: erano le stesse mensole superiori, ormai montate, a poter essere utilizzate come gru. Le dimensioni dell’opera diventavano quasi difficili da percepire. Era il confronto con i corpi degli operai a restituirne la misura.
Serve un certo sangue freddo, dicono le fonti audiovisive quando raccontano le fasi del montaggio. Perché il Pilone è fatto di acciaio, cemento, calcoli e bulloni. Ma a costruirlo furono uomini.

Gli operai si muovevano lungo passerelle e piattaforme sospese. Una piattaforma centrale si trovava a circa 210 metri da terra; una passerella percorre la grande mensola inferiore. Sotto le mensole erano predisposti persino dei ponticelli levatoi, destinati a consentire successivamente l’accesso ai conduttori.
Nonostante la grandiosità dell’opera, non mancarono gravi incidenti, ricordati ancora oggi nelle pubblicazioni documentaristiche. Ad esempio, durante il tiraggio di un cavo, che era stato passato su un altro cavo più piccolo per costruire una sorta di gru, questo si ruppe tranciando la gamba di uno degli operai che si trovava sul pilone, che morì dissanguato. In quel caso, erano stati sbagliati i calcoli relativi al peso del tiraggio. Altri quattro operai morirono vicino le torri di via Pozzo Giudeo, successivamente chiamata Torre Morandi, luogo in cui stavano ammarando i cavi. Altri incidenti avvennero anni dopo in mare.
La realizzazione del conduttore fu a opera della Redaelli, ma del montaggio si sarebbero occupati gli operari della SAE, coordinati dall’ingegnere Bianchi. Ad ogni modo, il pilone era pronto. Mancava ora ciò per cui era stato costruito: passare il cavo dall’altra parte dello Stretto.

La sfida: attraversare il mare
I lavori iniziarono nell’autunno del 1954 e richiedevano un’operazione suddivisa in due tempi, che li avrebbe impiegati fino a giugno dell’anno successivo.
Nonostante la programmazione, non tutto andò come previsto. Durante una delle operazioni, un rimorchiatore siculo da 600 cavalli, impegnato nel trasporto della fune pilota, incontrò una corrente tanto forte da non riuscire a procedere oltre cinquecento metri dalla costa, fu infatti costretto a tornare indietro. Il mare dello Stretto continuava a dettare le sue condizioni.

Quando arrivò il momento decisivo, le funi di traino vennero issate sui tralicci e le loro estremità affidate a rimorchiatori partiti dalle due sponde. Le imbarcazioni si incontrano a circa trecento metri dagli scogli di Scilla, dove le estremità vennero unite. La posa dei conduttori si concluse il 22 settembre 1955. L’impianto venne dunque terminato nel novembre del 1955 ed entrò in funzione il 27 dicembre dello stesso anno. L’energia, finalmente, attraversava lo Stretto.
Il 29 marzo del 1958, venne consegnato il premio “Aniai 1957” all’ingegnere Girolamo Ippolito, presidente della Sges, una targa di bronzo che attestava, in merito al pilone, la miglior realizzazione d’ingegneria elettrotecnica italiana del quinquennio 51/56.
Il filo scompare, il Pilone resta
Negli anni la Sicilia cambiò e con lo sviluppo industriale e l’evoluzione delle attività tradizionali crebbe anche la richiesta di energia elettrica. All’inizio degli anni Settanta l’elettrodotto venne quindi raddoppiato con l’aggiunta di nuovi conduttori e il collegamento portato a 220 kV. Ma le lunghissime campate sospese e le sollecitazioni del vento mostrarono progressivamente i limiti del sistema, mentre il fabbisogno energetico continuava ad aumentare. La soluzione arrivò, paradossalmente, tornando a una delle prime ipotesi immaginate per attraversare lo Stretto: passare sotto il mare. Nel 1985 si iniziò a utilizzare il nuovo collegamento elettrico sottomarino e nell’agosto del 1993 venne completata la rimozione dei conduttori sospesi. Il filo tra i due tralicci, dunque, scomparve, ma le torri rimasero.

Per il Pilone di Torre Faro cominciò così una seconda vita. Nel 1998 venne bandito un concorso internazionale di idee per la valorizzazione del Pilone e dell’area circostante, vinto dal progetto “Staccando l’ombra da terra”, che provò a immaginarne la valorizzazione. Nel dicembre 1999 la torre venne illuminata da 32 fari e nel 2006, solo per un breve periodo, venne aperta al pubblico, con i suoi 1.250 gradini da percorrere per raggiungere la sommità.
Oggi, dalla spiaggia di Torre Faro, il Pilone non porta più l’energia dall’altra parte del mare. Continua però a ricordare il tempo in cui, per unire due sponde, qualcuno dovette prima immaginare un filo e poi trovare il modo di portarlo dall’altra parte.
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Valentina Di Salvo
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