La premier Meloni vorrebbe un intervento coordinato a livello europeo, ma l’opposizione la incalza e chiede una risposta più immediata. Intanto i prezzi continuano a salire

Il tema è tornato sul tavolo dopo la nuova impennata del petrolio legata alla guerra in Iran. Italia, Germania, Spagna, Portogallo, Austria e Polonia hanno sottoscritto un appello, rivolto alla Commissione europea, in cui si chiede di istituire una tassa sugli extraprofitti delle compagnie petrolifere. I proventi di quell’imposta, secondo i firmatari, potrebbero essere usati per alleviare i rincari che tanto stanno facendo penare cittadini e imprese. Ma cosa sono, di preciso, gli extraprofitti?

Se un’azienda normalmente ha un profitto che vale 100 e, durante una crisi, arriva a 180, gli 80 rappresentano la parte di profitto “straordinario“. Niente di illegale o illecito, sia chiaro. Può capitare, però, che alle aziende che registrano un vistoso aumento del proprio giro d’affari venga chiesto di restituire una parte di quegli introiti sotto forma di nuove tasse. Se una crisi provoca un aumento eccezionale dei profitti di un determinato settore mentre famiglie e imprese devono sostenere costi eccezionali, lo Stato può decidere infatti di prelevare una parte di quei guadagni e utilizzare le risorse per attenuare l’impatto della crisi.

Come si forma il prezzo della benzina

Per capire perché la tassazione degli extraprofitti è tornata di attualità, bisogna partire dal prezzo che vediamo al distributore. Il costo di un litro di benzina non coincide con quello del petrolio necessario a produrlo. Nel prezzo finale entrano il costo della materia prima, la raffinazione, la logistica e la distribuzione, i margini degli operatori e del distributore e le imposte (accise e Iva). Questo significa che quando il petrolio aumenta non è detto che ogni centesimo di aumento finisca nelle casse delle compagnie petrolifere. Ma significa anche che bisogna guardare con attenzione a cosa succede ai margini di chi vende quel prodotto.

Secondo un’analisi di Transport & Environment, otto grandi compagnie petrolifere hanno realizzato circa 7,5 miliardi di euro di extraprofitti in Europa nei primi sei mesi del 2026, calcolati rispetto a un livello di profitto considerato normale. La stessa analisi stima che in Italia, dall’inizio del conflitto in Iran, l’aumento dei margini delle compagnie si sia tradotto in circa 24 centesimi in più per litro di benzina e 46 centesimi per litro di gasolio rispetto a prima della guerra.

La tassazione degli extraprofitti non è un’idea nuova e torna ciclicamente nel dibattito politico italiano ed europeo. Durante la crisi energetica del 2022, seguita all’invasione russa dell’Ucraina, l’Unione europea introdusse un contributo di solidarietà sugli extraprofitti dei settori fossili: la regola europea prevedeva un prelievo di almeno il 33% sulla quota di profitti che superava di oltre il 20% la media degli anni precedenti.

Il precedente del governo Draghi

Nei mesi scorsi, il Portogallo ha approvato una tassa del 33% sui profitti straordinari del 2026 delle compagnie petrolifere e di raffinazione. Anche la Spagna, negli anni scorsi, ha introdotto un prelievo straordinario sulle grandi aziende energetiche, pari all’1,2% dei ricavi, e la misura è stata prorogata più volte prima di essere abbandonata nel 2025. In Italia, invece, il precedente più noto è quello del governo Draghi, che nel 2022 introdusse una tassa sugli extraprofitti delle aziende energetiche, poi modificata e innalzata nel corso dell’anno. Le stime iniziali di gettito erano molto ambiziose: si parlava di oltre 10 miliardi di euro, ma l’applicazione della norma si rivelò tutt’altro che una passeggiata e il risultato, alla fine, fu molto più basso. La norma, infatti, creò un contenzioso che finì anche alla Corte Costituzionale, che finì per bocciare in parte il provvedimento. E alla fine, la tassa sugli extra profitti diventò un contributo di solidarietà.

Le divisioni del governo Meloni e il pressing di Schlein

Il ritorno degli extraprofitti nel dibattito sul caro carburanti sta creando una frattura all’interno della maggioranza. Da una parte c’è Matteo Salvini, che ha aperto alla possibilità di chiedere un contributo alle grandi aziende energetiche, petrolifere, banche e assicurazioni. Dall’altra c’è Antonio Tajani, che oggi da Rimini ha bocciato senza mezzi termini l’ipotesi di una tassa sugli extraprofitti: «Quando sento la parola tasse mi viene l’orticaria», ha detto il leader di Forza Italia, definendo il termine «extraprofitti» una parola che «sa di Unione Sovietica».

Tajani non esclude però un contributo da parte delle aziende, purché sia concordato con il governo e non imposto attraverso una nuova tassa. Nel frattempo, anche la strada europea immaginata da Italia, Germania, Spagna, Portogallo, Austria e Polonia si è scontrata con il muro di Bruxelles. La Commissione europea ha risposto che la tassazione degli extraprofitti è una competenza degli Stati membri, rimandando la palla ai governi nazionali. Ed è proprio su questo punto che insiste Elly Schlein, tra i principali promotori di una tassa sugli extraprofitti, che da settimane incalza la premier Giorgia Meloni sul tema: «Meloni e Giorgetti – ha tuonato la segretaria del Pd – non hanno alibi. Si diano una mossa e agiscano. Le misure tampone e le proroghe a tempo non bastano più».

Se il governo effettivamente decidesse di intervenire, avrebbe sul tavolo almeno tre diverse ipotesi. Una prima strada sarebbe quella già sperimentata a livello europeo nel 2022: applicare un’aliquota straordinaria alla parte di profitti che supera di una certa percentuale (per esempio, del 20%) la media degli anni precedenti. In alternativa, potrebbe concentrare il prelievo sulle attività direttamente legate all’aumento del prezzo del petrolio, come estrazione e produzione, lasciando fuori altri comparti delle grandi compagnie energetiche, come raffinazione e distribuzione. In questo modo, la tassa colpirebbe soprattutto chi beneficia in modo più diretto del rialzo delle quotazioni. Infine, il governo Meloni potrebbe insistere per un intervento coordinato a livello europeo, che avrebbe il vantaggio di evitare squilibri fiscali tra i singoli Paesi, una situazione che creerebbe un problema per la partecipata italiana Eni. Ma questa ipotesi, dopo la posizione espressa dalla Commissione europea nei giorni scorsi, sembra già sfumata, anche se del tema se ne parlerà nel prossimo Consiglio Ue dei ministri delle Finanze.

Foto copertina: ANSA/Tino Romano


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Gianluca Brambilla

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