Delitto Bottari: Pista calabrese sì. No, forse barcellonese…

Dallo scorso gennaio non si parla d’altro: presto la Procura di Messina svelerà mandante e assassini del professore Matteo Bottari: a ventotto anni di distanza dal delitto, l’inchiesta sull’omicidio del professore Matteo Bottari, 49 anni, ucciso la sera del 15 gennaio 1998 nella Città dello Stretto. La notizia viene riportata dalla Gazzetta del Sud, confermata dal procuratore Antonio D’Amato, con una dichiarazione: “sono in corso attività investigative tese a verificare l’eventuale sussistenza di collegamenti tra l’omicidio di Matteo Bottari, l’omicidio di Epifanio Zappalà, avvenuto a Cesarò il 20 marzo 2013, e il decesso di Giuseppe Longo risalente al 20 luglio 2013”. Epifanio Zappalà, 46 anni era residente a Misterbianco, fu trovato dai carabinieri in un lago di sangue con due colpi di pistola: uno al torace e l’altro alla testa.

Il  corpo venne scoperto all’interno di una casa rurale, una sorta di capannone da caccia, nelle campagne di contrada Casazza in provincia di Messina. Zappalà lavorava saltuariamente come guardiacaccia. Poco distante dalla casupola venne trovato il fuoristrada con il quale l’uomo si era recato nelle campagne del messinese. Il collegamento tra i due omicidi sarebbe il professore Giuseppe Longo, 64 anni, gastroenterologo, che si tolse la vita il 20 luglio del 2013 a Messina iniettandosi in vena del cloruro di potassio, coinvolto e poi assolto in alcuni processi per traffico di droga e per infiltrazioni della ‘ndrangheta all’università. Quel Longo che fu sospettato di essere il mandante dell’omicidio Bottari, di cui era collega al Policlinico. Ma fu anche indagato dalla Procura di Catania come possibile responsabile dell’omicidio del guardiacaccia catanese 46enne, originario di Misterbianco, Epifanio Zappalà, il secondo delitto citato dal procuratore D’Amato.

Perché si ipotizza la pista barcellonese? La Procura di Messina ha inserito il delitto di Zappalà all’interno di possibili file di indagine collegati ad altri eventi di cronaca nera sui Nebrodi, verificando eventuali legami con il “Caso Messina” (la riapertura dell’inchiesta sull’omicidio del professor Matteo Bottari).

Come già accennato in precedenza, la prima frequentazione che emerse con individui appartenenti all’ambiente criminale fu quella, impensabile, tra Longo e il boss della mafia barcellonese Giuseppe Gullotti.

Infatti, il primo accertamento in Banche Dati a carico del docente messinese fece emergere una circostanza impensabile, inimmaginabile, il Longo ed il Gullotti Giuseppe erano stati denunziati per i reati di oltraggio e minacce a P.U. da personale dei NAPS – Nucleo Anti Sequestro – di Bovalino (RC).

Ricordiamo a noi stessi che durante un normale servizio di controllo del territorio, presso il bivio Samo-Casignana, sulla S.S. 106, due pattuglie della Sezione Operativa del Nucleo Anti-Sequestro di Bovalino (RC), fermavano alcune autovetture che procedevano in fila indiana.

Il prof. Longo scendeva immediatamente dall’auto, qualificandosi come un ex sequestrato, chiedendo di essere lasciato libero e di andare via insieme ai suoi accompagnatori, perché aveva organizzato una riunione conviviale, che si sarebbe tenuta di lì a poco, in una sala dell’abitazione di Sergi Stefano, proprietario dell’omonimo ristorante sito nella Via Domenico Salvatore del Comune di Bianco (RC).

Alla ritrosia degli agenti operanti a lasciarli andare, il Longo ed il Gullotti gli rivolsero contro frasi oltraggiose, cercando di sottrarsi al controllo, protestando animatamente durante la consegna dei documenti di riconoscimento.

Il medico messinese, alla richiesta dei documenti da parte del personale operante, togliendosi gli occhiali, testualmente gli inveì contro: “Mi guardi in faccia, non mi conosce? Io sono ……. State sempre sulla nazionale a rompere il cazzo piuttosto che cercare i sequestrati in  montagna!”, “Chi cazzo siete, che cazzo volete!”.

Pippo Gullotti non fu da meno all’amico medico, tanto da millantare una sua qualità professionale e a minacciare anch’egli gli agenti dicendo: “Sono un avvocato! Vi pago io! Non fate un cazzo! Vi faccio passare un guaio!” .

Il gesto del Longo e del Gullotti, a prima vista inspiegabile, trovava la sua motivazione nella “squadra” di individui che li accompagnava, in cui vi erano sia affermati professionisti che mafiosi pluripregiudicati.

I mezzi e i loro occupanti furono identificati per:

 

RENAULT Cherokee tg.  M1457225:          conducente  MIRABILE Antonino, con a bordo il Longo Giuseppe;

  1. ROMEO Giulietta tg. RC414487: condotta da BATTAGLIA Giuseppe;

Jeep SUZUKI Vitara tg.  ME551485:          conducente CALDERONE Mario, con a bordo MILICI Mario e COPPOLINO Giovanni;

FIAT Uno tg.  ME542359 :            condotta da MESSINA Renzo in compagnia di OFRIA Antonino;

PEUGEOT 205 tg.  RC402206:     condotta da FAVASULI Salvatore e Morabito Luciano;

PEUGEOT 205 tg.  ME475460:     guidata da PRIVITERA Eolo, con accanto  BELLINVIA Carmelo e BUCALO Francesco;

MERCEDES tg.  ME551714:         guidata da CALIRI Carmelo, con a bordo GULLOTTI Giuseppe, GULLOTTI Salvatore, ISGRO’ Giuseppe e CANNONE Nicola.

Tante sono state le ipotesi circa le motivazioni della cena di cui sopra, tenutasi, ricordiamo, in una stanza dell’appartamento del titolare di un ristorante di Bianco (RC).

Innanzitutto sorgevano spontanee due domande: “ Ma perché farla in una stanza dell’abitazione quando hai tutto il locale a disposizione? Doveva rimanere riservata tale cena?”.

Come detto, diverse furono le ipotesi sull’origine della cena tra gli esponenti mafiosi barcellonesi e africesi:

1) una cena per festeggiare la liberazione del Longo dopo il sequestro, (ma perché farla proprio in Calabria e con il boss di Barcellona P.G. ?);

2) La costituzione di un patto criminale (ma perché tutta quella gente presente?);

Una delle ipotesi che potrebbe spiegare il convivio di cui sopra è “un battesimo di ‘ndrangheta”.

Pentiti di ‘ndrangheta hanno riferito che, per affiliarsi all’organizzazione mafiosa calabrese, è necessario un rituale preciso con un “giuramento di fedeltà” del battezzato, per il quale il mafioso che presenta il novizio garantisce con la propria vita. Nel caso in cui il novizio sia un soggetto non calabrese, il soggetto che deve garantire per questi è un mafioso di rilievo della città o zona di origine del novizio.

Nella circostanza di Bianco (RC) è possibile, quindi,  che Gullotti,  all’epoca boss mafioso indiscusso dell’hinterland barcellonese, abbia fatto da garante a una terza persona. Forse dello stesso Longo Giuseppe, stante i suoi rapporti con mafiosi calabresi?  Non si sa. Certo è che anche tale particolare avvenimento gettò delle ombre sulla personalità di un docente universitario come fu il Longo Giuseppe.

A ulteriore conferma che il convivio di Bianco (RC) non fosse stato un caso isolato di frequentazione tra il Longo e i soggetti mafiosi barcellonesi, sovvennero gli accertamenti effettuati da personale della Mobile sui numeri telefonici annotati nell’agenda personale del medico messinese, sequestrata al momento del suo temporaneo arresto del Giugno del 1998.

In tale agenda, oltre a rinvenire diversi numeri di pertinenza di alcuni dei partecipanti al convivio di Bianco, appartenenti al nucleo familiare del Gullotti e altri, vennero rinvenuti altri numeri telefonici appartenenti a soggetti di particolare spessore della mafia dei Nebrodi.

Infatti, uno dei numeri telefonici più significativi annotati nell’agenda del Longo Giuseppexe “LONGO Giuseppe” fu quello a numerazione “095/446140”, con accanto la dicitura “CALANDRA Peppinoxe “CALANDRA Giuseppe” CT” .

Gli accertamenti all’epoca eseguiti consentirono di accertare che l’utenza fissa era intestata a Mancuso Franca Via Chisari n. 12 Catania, attiva dal 29/06/1977.

Ulteriori accertamenti consentirono di accertare le esatte generalità della predetta identificata in Mancuso Prizzitano Maria Teresa Francaxe “MANCUSO PRIZZITANO Maria Teresa Franca”, moglie del noto Calandra Giuseppexe “CALANDRA Giuseppe” che già nel 1993, veniva descritto come “grosso pregiudicato, figlio del più noto Calandra Domenicoxe “CALANDRA Domenico“, uomo d’onore della zona di Capizzi e la “famiglia di Mistretta” capeggiata dal Tamburello Giovannixe “TAMBURELLO Giovanni“, in collegamento con il clan delinquenziale di Galati Giordano Orlandoxe “GALATI GIORDANO Orlando” di Tortorici e con i Farinellaxe “FARINELLA” di S. Mauro Castelverde (ME)“.

Altro numero telefonico rivelatosi di particolare interesse fu lo 090/9702193, con accanto la dicitura RUGOLO – FAZIO – GULLOTTI.

I successivi accertamenti rivelarono che l’utenza 090/9702 risultò intestata a Vita Maria Assuntaxe “VITA Maria Assunta“, nata a Tripi (ME) il 14/08/1931, residente in Barcellona P.G. in Via Trieste n. 46, coniugata con Cocuccio Luigixe “COCUCCIO Luigi”, madre di Cocuccio Graziella Ritaxe “COCUCCIO Graziella Rita“, quest’ultima moglie di Rugolo Salvatorexe “RUGOLO Salvatore”, cognato del summenzionato Gullotti Giuseppexe “GULLOTTI Giuseppe”.

Altre utenze telefoniche annotate dal prof. Longo nell’agenda rinvenuta presso il suo studio al Policlinico universitario di Messina, relative al territorio di Barcellona P.G., aventi numero 090/9702 – 090/97011 -090/9799 con la dicitura “BUCALO Ciccioxe “BUCALO Francesco””, furono compiutamente individuate come utenze nella disponibilità del menzionato medico del Longano presente al convivio di Bianco. Va opportunamente rappresentato che il prefato Bucalo Francesco è stato notato dalle FF.OO., in data 17/06/1996, accompagnarsi al già menzionato boss Gullotti Giuseppe.

Ipotesi investigativa, ovviamente da provare: quel 15 gennai del 1998 Longo chiese al boss Gullotti la testa di Bottari? E se fosse vera questa suggestione, ripetiamo tutta da verificare, quali uomini di fiducia del boss barcellonese avrebbero eseguito l’ordine? Magari da ricercare tra quelli presenti al convivio di Bianco?

Conclusioni

Molte delle persone menzionate nella presente ricostruzione sono purtroppo oggi defunte: dal prof. Longo, all’ex rettore Diego Cuzzocrea; così come il suocero del prof. Bottari, Guglielmo Stagno d’Alcontres, il prof. Purello D’Ambrosio, Giovanni Morabito, il giovane Domenico Pannuti, il dentista Alessandro Nuccio Rosaniti e la loro menzione, nella presente ricostruzione, non ha assolutamente l’intento di infangare la loro memoria, non spetta a noi giudicare i vivi figuriamoci i morti. Hanno lasciato questa terra anche alcuni dei valorosi investigatori della Squadra mobile che hanno in quegli anni condotto gran parte delle indagini come l’ex dirigente di polizia Francesco Barbagallo e gli ispettori Salvatore Zanghì e Antonino Rappazzo.

Il nostro intento, nella redazione di questa inchiesta, è stato quello di riferire fatti e circostanze che, nella ricostruzione fatta dai mass media dell’omicidio, non sono state rese pubbliche o perché sconosciute o perché sepolte in qualcuno dei faldoni che compongono gli atti giudiziari dell’omicidio Bottari.

Altro nostro desiderio era quello di far comprendere le difficoltà che la Squadra mobile di Messina incontrò durante l’effettuazione delle indagini e il perché le risultanze da loro acquisite li portò a seguire la pista che conduceva al prof. Longo quale possibile mandante del fatto di sangue.

Ancora oggi non vi è alcuna prova che il gastroenterologo messinese abbia dato mandato dell’omicidio, né che i fratelli Pannuti o gli altri vi abbiano materialmente partecipato, l’unica certezza sulla quale possiamo mettere le mani sul fuoco è quella della buona fede degli investigatori, sia all’epoca dei fatti, sia oggi, specie dopo tanto tempo trascorso.

Come per tutti i delitti anche per questo ci sono stati dei disordini che si sono rivelati più d’impaccio che altro. Abbiamo cercato di rappresentare per farvi rivivere il clima di quei giorni: la ricostruzione storica e sociale delle indagini relative all’omicidio del professore Matteo Bottari, nonché una ricostruzione sociale collocando l’omicidio in quel bailamme di avvenimenti che seguirono a seguito della venuta nella città di Messina della Commissione Parlamentare Antimafia.

Durante la nostra inchiesta giornalistica abbiamo colto il rammarico degli investigatori impegnati nelle indagini per non essere riusciti a individuare il colpevole, inconsciamente, ne aveva offuscato il ricordo ma con queste nostre puntate giornalistiche abbiamo deciso di rendere fruibile al pubblico ciò che al tempo gli sbirri della Squadra Mobile avevano scoperto, e i motivi per i quali, crediamo, non sono riusciti a individuare e arrestare il mandante e gli esecutori.

Riassumendo cronologicamente i fatti più importanti, speriamo di essere riusciti a fare emergere gli errori commessi dagli investigatori, alcuni dei quali macroscopici, i numerosi depistaggi subiti, la superficialità di qualche scelta dell’autorità giudiziaria, l’omertà del corpo docente universitario, le pressioni mediatiche all’epoca presenti, circostanze che, tutte insieme, non permisero di dare un movente e un mandante certo all’omicidio del povero prof. Bottari. Nonostante ciò, in onore del lavoro compiuto, ci preme sottolineare come le indagini sull’omicidio del medico endoscopista si sono poi indirizzate su soggetti d’origine calabrese, con interessi all’interno dell’ateneo messinese, consentendo di scoperchiare un agguerrito gruppo criminale che regnava incontrastato all’interno dell’università di Messina sin dagli anni ’70, ove, oltre a gestire un vasto traffico di sostanze stupefacenti, era in grado di condizionarne le scelte amministrative, i concorsi pubblici, le gare d’appalto e il normale svolgimento dell’attività accademica.

Tale complessa e puntigliosa attività d’indagine, denominata “Panta Rei”, si concluse il 18 Ottobre 2000, con l’arresto di circa 40 persone. A tal riguardo, ci sembra utile riportare alcuni indicativi passi dell’Informativa conclusiva delle indagini sopra cennate per comprendere il risultato che la Squadra Mobile portò a termine:

<< … l’Università degli Studi di Messina è stata abilmente sfruttata dalla organizzazione criminale oggetto della presente indagine come territorio di conquista ed allo stesso tempo come proficuo paravento al riparo del quale poter giustificare i legami associativi e porre in essere reati e propositi criminali dell’organizzazione che, nata all’interno dello stesso ateneo, ha amplificato enormemente le proprie capacità delinquenziali riuscendo ad allargare il proprio campo d’azione, estendendo un tentacolare controllo in settori vitali dell’intera città. Attraverso questo processo di ampliamento l’associazione mafiosa ha acquisito una forza incontrollabile e indiscussa raggiungendo elevatissimi livelli, sia in termini di capacità operativa, sia sotto il collaterale risvolto economico ricco di illeciti guadagni, grazie anche alla compiacenza, espressa in termini di omertà e reticenza, assicurata alla stessa organizzazione da tutti coloro i quali, percependone la capacità intimidatoria, e senza spogliarsi delle vesti di cittadini modello, ricoprendo anche ruoli di grande responsabilità, si sono assoggettati alla stessa, fornendo di fatto attiva collaborazione agli associati.>>.

Pertanto, lasciamo alle valutazioni di ogni lettore se dalla visione degli atti all’epoca redatti e riportati nell’opera vi siano stati altri errori commessi dagli inquirenti o circostanze che possano dimostrare che furono trascurate volontariamente piste investigative in favore di altre, anche perché, come disse Platone, “…chi commette un’ingiustizia è sempre più infelice di quello che la subisce”.

Come dimenticare che viviamo in Sicilia terra bellissima e misteriosa è quel 15 gennaio del 1998 era una ventosa serata, piena di nuvole che promettevano pioggia e il suono delle sirene si mescolò al rumore dei passi, delle voci e dei motori delle auto degli investigatori. Quella sera d’inverno fu ucciso un uomo, un marito, un padre, un esimio docente di un prestigiosissimo ateneo con mille professori, tra ordinari, associati e ricercatori.

Mille meno uno.

Sono i dettagli minimi che raccontano Messina, città popolata di persone che sembrano in letargo. Poi arriva la morte che non bussa alla porta, perché nella città popolata di persone che sembrano in letargo, le porte vengono chiuse soltanto quando fa buio. Ma la morte spinge la porta e non chiede permesso a nessuno. Lei decide cosa fare e la gente, obbedisce sempre: la morte non prende mai niente di nascosto.

Se uno sceneggiatore tentasse di mettere tutta questa roba in un copione solo, gli riderebbero in faccia, sbraitando che cose del genere non succedono.

Succedono invece, perché in ogni tragedia c’è un inizio, ma per capirlo ci vuole del tempo. Non si rispetta mai il silenzio mentre, consumati dal dolore, c’è chi piange la vittima.

Il professore Matteo Bottari è morto lasciandosi alle spalle solo fantasmi. Protagonista, suo malgrado di un film stile anni Settanta, uno dei tanti noir all’italiana che avevano costellato la mia giovinezza della serie “Messina odia: la polizia non può sparare”.

FINE

 

 


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roberto

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