Maurizio Lupi resta in campo ma solo in quota La Russa, gli azzurri insistono su un civico. Carte coperte nel centrodestra, sugli altri nomi non ci sarebbero ancora investiture. L’ultima parola ai leader “tra fine settembre e ottobre”. Intanto Vannacci corre con Burgio e il centrosinistra si prepara alle primarie

A meno di un anno dalle Comunali del 2027, la corsa per Palazzo Marino fa salire la temperatura nel centrodestra. Sul tavolo non c’è soltanto una rosa di nomi su cui si cercano ancora convergenze, ma una questione che investe gli equilibri della coalizione: a chi spetta indicare il nome con cui provare a strappare Milano al centrosinistra dopo tre mandati consecutivi? Nelle ultime settimane, con settembre alle porte, alcuni messaggi in bottiglia sono stati affidati agli sherpa dei partiti, in una girandola di interventi su Libero.

Se Fratelli d’Italia rivendica il peso del primo partito, Forza Italia fa appello alla storia del suo fondatore. Mentre la Lega, dopo la conta ai gazebo, tiene in campo le proprie carte. Intanto ha rotto gli indugi Roberto Vannacci, schierando con Futuro Nazionale il generale Carmelo Burgio.

La carta Lupi by La Russa e i dubbi di FdI

Il nome pesante resta quello di Maurizio Lupi. A metterlo sul tavolo è stato di fatto Ignazio La Russa. «In una occasione ho detto che apprezzo Lupi, e lo confermo. Certamente lo vedrei come ottimo candidato», spiegava già a giugno il presidente del Senato. Prima della pausa estiva La Russa ha poi provato ad accelerare, riunendo a casa sua il leader di Noi Moderati e una serie di aspiranti civici. Proprio quella mossa ha irrigidito ulteriormente gli alleati, a partire da Forza Italia.

Da FdI però ridimensionano la portata della candidatura dell’ex ministro ciellino, che resta in campo soprattutto «come nome di La Russa». Sugli altri profili, spiega a Open chi è a conoscenza del dossier, «non mi risulta che abbiano avuto un’investitura» di alcun tipo. Per sbrogliare la matassa bisognerà dunque attendere: la nebbia sul nome del candidato comincerà a diradarsi tra «fine settembre e ottobre», assicurano, una volta approdato al tavolo dei leader.

Il gelo di Forza Italia che spinge su un civico

A mettere il primo paletto, a bocce ferme nella Milano d’agosto, è stata Forza Italia. «Noi vogliamo essere quelli che esprimono il candidato sindaco e pensiamo di avere le carte in regola per poter essere noi a dettare gli schemi e i profili», non nasconde l’ambizione azzurra il coordinatore lombardo Alessandro Sorte. L’argomento è anche storico: «Questa è la città di Silvio Berlusconi». Una rivendicazione che è anche una precisa indicazione politica: per vincere a Milano, è la tesi, servirebbe un profilo capace di pescare fuori dai confini tradizionali del centrodestra.

Ed è qui che arriva il problema Lupi. «La sua non è una candidatura che può prendere i voti degli scontenti dall’altra parte dello steccato», ha spiegato. Secondo il forzista il prossimo candidato non dovrebbe essere «connotato politicamente sulla scena nazionale».

Del resto, la preferenza azzurra per un civico viene da lontano. A giugno era stato lo stesso Antonio Tajani ad aprire alla candidatura di Carlo Cottarelli, considerato un profilo in grado di allargare i confini della coalizione. Un’ipotesi tramontata a fine luglio, quando l’economista si è sfilato dalla corsa.

Il tavolo dei leader

Da Fratelli d’Italia è arrivato in chiaro l’alt alla pretesa degli azzurri di poter vantare una sorta di prelazione sulla candidatura. Stefano Maullu, vicepresidente dei deputati meloniani, ha ricordato che il partito di Via della Scrofa è oggi il primo per consenso anche a Milano. La storia azzurra? «Merita rispetto», ma «non può diventare un titolo di proprietà sulla candidatura».

Chi segue la questione per il partito della premier non si sbilancia sui nomi, ancora tutti da vagliare. A sbrogliare la matassa, sottolineano, saranno inevitabilmente i vertici della coalizione, vista la difficoltà della partita. «Lo proporranno Meloni, Tajani e Salvini»: un vertice dei tre leader troverà la convergenza sul candidato.

A puntellare Lupi ormai sono soprattutto i suoi, che in cima mettono la tempistica. «Immediatamente dopo la pausa estiva il centrodestra deve incontrarsi per parlare del programma, ed entro settembre è necessario avere il candidato», ha dato la sveglia il coordinatore lombardo Alessandro Colucci.

Il timing della scelta e l’errore del 2021

Sul timing sono inquieti anche i leghisti, che con i gazebo hanno fornito all’eurodeputata Silvia Sardone una legittimazione da spendere al tavolo della coalizione. «Io sono molto preoccupato. Continuo a dire che bisogna trovarsi nelle sedi opportune e aiutare i vertici nazionali a scegliere un nome condiviso», ha spiegato il sottosegretario Alessandro Morelli. Perché «perdere anche questa volta la città più contendibile nella tornata del 2027 sarebbe un delitto».

Un’accelerazione sarebbe necessaria anche per evitare l’errore di partire troppo tardi, come già accaduto in passato. Il precedente è ancora fresco: nel 2021 Luca Bernardo venne scelto soltanto il 6 luglio, a meno di tre mesi dal voto. Dopo la sconfitta contro Sala fu lui stesso ad ammettere: «Avevamo bisogno di più tempo». Bernardo che oggi ha lasciato i forzisti per Vannacci, (almeno per ora) deciso a fare da sé. Futuro Nazionale, infatti, tra le polemiche ha già ufficializzato Carmelo Burgio, generale dei Carabinieri, mettendo nel mirino come al solito lo spazio alla destra della coalizione.

Dall’altra parte, il rebus delle primarie

Nel centrosinistra, invece, la corsa è già affollata e il percorso sembra inclinarsi sempre di più verso le primarie, che rischiano di trasformarsi in un referendum sulla Milano del dopo-Sala. A fotografare il confronto l’ultimo sondaggio di Scenari Politici: in un’ipotetica sfida interna al campo progressista Pierfrancesco Majorino raccoglierebbe il 37,8%, Mario Calabresi il 37,2%. Appena sei decimi di punto separano i due nomi che sembrano avere più possibilità. Molto più indietro la vicesindaca Anna Scavuzzo, al 13,5%, seguita da Lorenzo Pacini al 7%, Tommaso Goisis al 2,4% ed Emmanuel Conte al 2,1%.

Ma il dato probabilmente da tenere d’occhio è anche un altro: il 75% degli elettori di centrosinistra intervistati vorrebbe le primarie. E alla domanda sulla direzione da prendere la coalizione si divide praticamente a metà: il 51% preferisce una proposta più spostata a sinistra, il 49% una maggiore apertura ai moderati.

Majorino, nessun endorsement dal Nazareno

È il crinale sul quale si muove il possibile duello Majorino-Calabresi, che finisce per fotografare anche due diverse anime del centrosinistra. Majorino è considerato uno degli esponenti più vicini a Elly Schlein, ma dalla segretaria finora non è arrivato alcun endorsement. E non è neppure scontato che il Nazareno decida di schierarsi: dal partito milanese spiegano a Open che ogni decisione, ammesso che verrà presa, è rimandata a settembre. Del resto, alle primarie del 2016 i dem non diedero un’indicazione ufficiale, lasciando che dirigenti ed esponenti si dividessero tra Sala, Balzani e Majorino. Diversamente da quanto accaduto nel 2010, quando il partito sostenne Stefano Boeri, poi sconfitto da Giuliano Pisapia.

Calabresi, che guarda a un’area più civica e riformista, ha già incassato l’apprezzamento di Carlo Calenda, che lo ha definito «un ottimo candidato». In mezzo, tra gli altri, c’è Scavuzzo, che sconta la continuità con l’amministrazione uscente. Come per il centrodestra, la rosa dei nomi è destinata a restare larga almeno per qualche altra settimana.


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Luca Graziani

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