Tre giorni sopra zero, anche di notte. È questa una delle condizioni usate dai ricercatori per riconoscere gli “snow eaters”, le ondate di calore che arrivano quando sulle montagne c’è ancora neve e riescono a farla sparire a una velocità impressionante. Durante questi eventi, la perdita di neve può arrivare a circa il doppio della media stagionale. E negli Stati Uniti occidentali stanno occupando sempre più territorio e arrivando sempre prima.

Il nome significa letteralmente “mangia-neve” e sembra quello di una creatura con parecchio appetito. Stavolta l’immagine funziona fin troppo bene. Un nuovo studio pubblicato su Science Advances ha ricostruito questi episodi sulle montagne dell’Ovest statunitense dal 1850 al 2015, cercando di capire quanto durano, quanto spesso si presentano e soprattutto cosa fanno al manto nevoso.

Quando anche la notte smette di raffreddare la neve

Gli autori definiscono gli snow-eater heat waves come periodi con temperature eccezionalmente alte per la stagione e superiori allo zero, mantenute per diversi giorni consecutivi sia nelle ore diurne sia durante la notte. La soglia minima utilizzata per individuarli è di tre giorni. In queste condizioni la neve continua a ricevere energia senza la consueta pausa notturna e lo scioglimento accelera.

Per ricostruirli, il gruppo guidato da Alan Rhoades ha utilizzato i dati della 20th Century Reanalysis Version 3, l’algoritmo TempestExtremes e SNOW-17, un modello operativo per stimare lo scioglimento della neve. Le stime sono state poi confrontate con le osservazioni delle stazioni montane SNOTEL. Una discreta quantità di calcoli per dare un nome scientificamente utilizzabile a qualcosa che, visto da una montagna, è piuttosto semplice: faceva freddo, arriva un caldo fuori stagione e la neve se ne va molto più in fretta.

Gli eventi individuati durano generalmente da tre a cinque giorni e, dagli anni Cinquanta, se ne verificano mediamente da tre a cinque durante una stagione di fusione. Nei giorni interessati dagli snow eaters, lo scioglimento risulta circa doppio rispetto ai valori stagionali normali.

C’è anche un legame che interessa da vicino chi gestisce fiumi e bacini. Dei 11 grandi eventi di piena primaverile alimentati soprattutto dalla fusione della neve analizzati nello studio, sette si sono verificati entro cinque giorni da una di queste ondate di calore. Una vicinanza temporale forte, che gli autori considerano utile soprattutto per migliorare le previsioni delle fusioni più estreme e la gestione delle risorse idriche.

Gli “snow eaters” arrivano sempre prima

La parte più interessante della ricostruzione sta nella direzione presa dal fenomeno in oltre un secolo e mezzo.

Dal 1850, l’area interessata dagli snow eaters è aumentata in media di circa 102.000 chilometri quadrati ogni secolo. Per avere un ordine di grandezza, è una superficie pari a circa un terzo dell’Italia. Anche la frequenza è cresciuta, di quasi un evento per secolo, mentre la durata media si è accorciata leggermente, di circa un quarto di giorno per secolo.

Poi c’è il calendario. Il primo episodio della stagione compare ormai circa un mese prima per ogni secolo trascorso. Significa che condizioni capaci di divorare rapidamente il manto nevoso stanno entrando sempre più presto nella parte dell’anno in cui quella neve dovrebbe ancora funzionare da riserva d’acqua.

Questo dettaglio pesa parecchio nell’Ovest americano. Il manto nevoso di montagna funziona infatti come un gigantesco serbatoio naturale: accumula acqua nei mesi freddi e la restituisce progressivamente con lo scioglimento primaverile ed estivo. Anticipare quel rilascio significa avere molta acqua tutta insieme quando può creare problemi e trovarne meno mesi dopo, quando serve ad agricoltura, città ed ecosistemi. Il National Integrated Drought Information System statunitense considera proprio la quantità di neve e il momento della fusione elementi centrali per la disponibilità idrica estiva.

Nel 2026 è successo sotto gli occhi dei ricercatori

Lo studio ricostruisce il periodo fino al 2015, quindi l’ultimo decennio resta fuori dall’analisi delle tendenze. Il 2026, però, ha offerto un esempio parecchio eloquente di quello che gli autori stanno cercando di misurare.

A marzo una fortissima ondata di caldo ha attraversato gran parte dell’Ovest statunitense. Secondo NIDIS, il caldo record, insieme alla scarsità di precipitazioni, ha provocato uno scioglimento improvviso e molto precoce di un manto nevoso che partiva già da livelli eccezionalmente bassi. Lo stesso rapporto dell’ente statunitense definisce l’episodio di marzo una “snow-eater heat wave”.

Il risultato si vede nei numeri. Il 1° aprile 2026 Arizona, Colorado, Idaho, Nevada, New Mexico, Oregon, Utah e Wyoming registravano i valori più bassi mai rilevati per quella data di SWE, lo “snow water equivalent”, cioè la quantità d’acqua contenuta nella neve, dall’inizio delle misurazioni SNOTEL negli anni Ottanta. La California aveva il secondo valore più basso. In tutto l’Ovest, il 64% dei punti di monitoraggio SNOTEL e delle rilevazioni manuali aveva raggiunto o eguagliato un minimo storico.

La neve aveva inoltre raggiunto il suo massimo stagionale da 21 a 34 giorni prima del normale, a seconda dello Stato. In Colorado il picco è arrivato il 9 marzo, quasi un mese in anticipo; in numerose stazioni dell’Utah la neve era già completamente sparita tra 30 e 50 giorni prima delle date abituali.

Il problema prosegue quando la montagna torna marrone. Una neve scarsa e scomparsa presto lascia più tempo a suoli e vegetazione per asciugarsi e può quindi anticipare la stagione degli incendi. NIDIS precisa che il rapporto non è automatico: servono comunque condizioni locali favorevoli e un innesco. Il caldo persistente del 2026 aveva però già accelerato l’essiccamento del paesaggio e aumentato le preoccupazioni per gli incendi estivi.

Lo studio riguarda le montagne degli Stati Uniti occidentali, quindi quei numeri non possono essere trasferiti direttamente alle Alpi o ad altre catene montuose. Il metodo sviluppato dai ricercatori può però essere applicato altrove, proprio per capire dove e quanto questi eventi pesino sullo scioglimento della neve.

Gli snow eaters hanno così trovato una definizione abbastanza precisa da poter essere riconosciuti e, in prospettiva, previsti meglio. Tre o cinque giorni possono sembrare poca cosa. Per una montagna che conserva sotto forma di neve parte dell’acqua destinata all’estate, possono essere parecchio affamati.

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Ilaria Rosella Pagliaro

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