Il senatore vicino al leader smonta la fronda del Nord: «Dietro forse ambizioni personali e posti in lista». I sondaggi che danno il Carroccio al 5-6%? «Cretinate, saremo sopra il 10%». E sull’ipotesi di una nuova formazione: «Chi vuole farsi il suo partito lo faccia, la porta è spalancata per uscire»
Altro che resa dei conti a Pontida. Se qualcuno proverà a mettere in discussione Matteo Salvini sul prato bergamasco, «l’eventuale contestatore rischia di finire contestato». Claudio Borghi, senatore della Lega e tra i parlamentari più vicini al vicepremier, ridimensiona le obiezioni mosse in questi giorni al segretario dalla ‘fronda dei nordisti’, che vede schierato in prima fila Attilio Fontana.

Dopo giorni di tensioni, culminati con l’intervista del governatore lombardo al Corriere in cui non esclude neppure un passo indietro di Salvini, sono trapelate anche le reazioni nella chat del Consiglio federale leghista, con i fedelissimi schierati in difesa del segretario.
«Quell’intervista l’ho trovata spiacevole», dice Borghi a Open riferendosi alle parole di Fontana. «Mi sembra che, a parte qualche rara voce, sia stata accolta in generale con un certo qual fastidio, ed è comprensibile». Nella Lega ricorda, «siamo sempre vissuti nell’idea che si discute a porte chiuse e ci si dice tutto in faccia». Per questo l’affondo pubblico del presidente della Lombardia non avrebbe prodotto l’effetto sperato: «Se si aspettava un plebiscito di gente che dicesse “bravo, viva Fontana”, mi sembra sia successo proprio il contrario». E, sostiene, «paradossalmente anche qualcuno che poteva avere qualche riserva sulla gestione del partito disapprova questo tipo di attacco».
«Dietro la fronda? Forse ambizioni personali»
È la risposta del fronte salviniano alla pressione crescente dei governatori del Nord, che chiedono conto del ‘malessere’ che si respira nei territori. Fontana, insieme a Luca Zaia, Massimiliano Fedriga e Maurizio Fugatti, è uno dei riferimenti di un’area che chiede un cambio nella gestione della Lega, maggiore collegialità e un ritorno ai temi federalisti e autonomisti. Secondo Borghi, che fatica a vedere veri conflitti sulla linea politica, ci sarebbe piuttosto dell’altro all’origine della diatriba.
Al senatore leghista, l’idea che i territori non siano ascoltati sembra «una pazzia». «Ci sono cinque ministri della Lega e sono tutti della Lombardia. C’è il ministro dell’Economia Giorgetti, non mi risulta che Fontana non abbia il suo numero», ironizza. E avanza una lettura decisamente meno nobile delle tensioni di queste settimane: «Molto più prosaicamente è probabile che ci siano problemi personali, legati alle ambizioni di qualcuno o alla certezza di essere in lista. Perché dal punto di vista politico non capisco cosa ci possa essere di differente».
Borghi, da lombardo, non nasconde neppure l’irritazione personale nei confronti del governatore che ha contribuito a eleggere. «Purtroppo prende queste iniziative anche usando il mio voto», quello che ha fatto «mi fa abbastanza imbestialire», dice. Poi ci scherza su, tirando in ballo anche Roberto Vannacci: «Voto Fontana convintamente e poi Fontana esce con queste robe qua, ho votato Vannacci e se n’è andato dal partito: sarò sfortunato».
«Chi vuole un altro partito lo faccia»
Proprio il precedente Vannacci aleggia sulla nuova associazione alla quale stanno lavorando Fontana e altri. Borghi non si dice affatto preoccupato: «Uno faccia quello che vuole. Di associazioni culturali ce ne sono sempre state e non hanno mai fatto male a nessuno». E se da lì si arrivasse a un nuovo soggetto politico? «Se uno vuole farsi il suo partito, nessuno lo tiene. Penso che i partiti abbiano la porta un po’ stretta per entrare, ma spalancata per uscire». Il parallelo con le diverse formazioni nate negli anni da ex dirigenti del Carroccio sorge spontaneo, da Roberto Castelli a Paolo Grimoldi: «Tutta gente che faccia quello che vuole. Poi, come tutti gli altri una volta usciti dal partito, non farà nulla».
Contestazioni? «A Pontida una grande festa»
È la linea dura dei fedelissimi: nessun timore di una scissione e nessuna disponibilità a interpretare la nascita di una corrente organizzata come una minaccia esistenziale per la Lega. Intanto però l’ala nordista guarda a Pontida come possibile momento della verità. Sul tradizionale raduno del 20 settembre, Borghi rovescia completamente le previsioni di chi immagina diserzioni e una base pronta a presentare il conto a Salvini: «Sarà come sempre una grande festa», assicura. «Sto sentendo tantissima gente, anche persone che mi seguono e che verranno per la prima volta. Forse questo clima frizzantino potrebbe essere un’occasione per rilanciare un appuntamento importante per tutti».
E se qualcuno contestasse il segretario? Manca la condizione fondamentale: «Le contestazioni dovrebbero esserci se si percepisse che c’è una maggioranza contro il segretario. Mi sembra che in questo momento sia esattamente il contrario. Quindi l’eventuale contestatore rischia di finire contestato», spiega.
«Il consenso lo abbiamo perso con le svolte moderate»
Resta il dato politico più difficile da aggirare: la Lega è lontanissima dal 34% raggiunto in Lombardia negli anni d’oro e diversi sondaggi nazionali la collocano oggi attorno al 5-6%. Per Borghi, però, il problema del consenso va letto esattamente al contrario rispetto ai critici. «Il tema dei consensi uno avrebbe dovuto porselo in passato», sostiene. E indica due momenti precisi: «Quando si pensava di fare le svolte moderate, che ovviamente portano a nulla», e soprattutto la scelta di sostenere Mario Draghi. «Dicevamo: facciamo il governo con Draghi perché altrimenti le categorie produttive non ce lo perdonano. Poi invece non ce lo perdonano gli elettori. Sono stati quelli i momenti in cui si è perso il consenso».
Quanto ai numeri dei sondaggi, respinti senza mezzi termini: rilevazioni «addomesticate», «chiaramente sbagliate», insomma, «cretinate» per il leghista. Gli ultimi risultati territoriali rendono poco credibili le percentuali attribuite oggi al Carroccio a livello nazionale, è la tesi. Salvini, infatti, ha promesso che alle Politiche del 2027 il partito tornerà in doppia cifra. E Borghi ci crede: «Sono convinto che saremo sopra il 10%». È la scommessa dei salviniani, mentre il fronte del Nord prepara la marcia verso Pontida. Al momento, però, dalle parti del segretario non sembra esserci alcuna intenzione di arretrare.

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Luca Graziani
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