Porre fine alla guerra contro l’Iran dipende dal porre fine alla vulnerabilità dell’Iran a future aggressioni di USA/Israele
Spingere l’Iran verso il nuclearismo
Nel riflettere su come ripristinare la speranza di evitare ulteriore spargimento di sangue, devastazione e sofferenza derivanti dalla ri-escalation del confronto tra USA/Israele e Iran, è di cruciale rilevanza tenere conto del fatto che la situazione attuale deriva da una guerra di aggressione non provocata iniziata dagli Stati Uniti il 28 febbraio e alla quale Israele si è presto unito, riprendendola poi a intervalli successivi.
I pretesti originari per avviare la guerra riguardavano il programma nucleare in corso dell’Iran e presunte scorte di uranio arricchito ritenute pertinenti alla produzione di un’arma nucleare. Nei primi giorni della guerra Trump ordinò con arroganza al popolo iraniano di “riprendersi il proprio paese” e di avere una nuova leadership a Teheran che riconoscesse la sconfitta e ammettesse la totale vittoria militare degli Stati Uniti, mostrando gratitudine per aver liberato il popolo dalla teocrazia al potere.
Israele, in modo un po’ più defilato, perseguiva ulteriori obiettivi strategici, tra cui un radicale cambio di regime a Teheran, l’impegno a porre fine alle relazioni di delega con i movimenti islamici regionali (Hezbollah, Houthi, Hamas) e la distruzione delle restanti capacità missilistiche iraniane, compresi i lanciatori. Mentre gli Stati Uniti negoziavano bilateralmente, cercavano con risultati minimi di distinguersi dal persistente bellicismo regionale israeliano, soprattutto nel Libano meridionale.
Il momento culminante è stato la divulgazione, il 17 giugno, di un Memorandum d’Intesa che delineava un piano emerso da negoziati di alto livello e che sembrava costituire una formula per un cessate il fuoco permanente e per la graduale normalizzazione dell’Iran come Stato tra gli Stati, con assicurazioni sulla sua futura sicurezza. Il Memorandum rinviava la regolamentazione del programma nucleare iraniano e dell’uranio arricchito a ulteriori negoziati entro un periodo di 60 giorni.
L’estremo disappunto di Israele per il Memorandum non fu nascosto, e i suoi continui attacchi al Libano violarono la ragionevole aspettativa dell’Iran che il Memorandum si applicasse anche a Israele. Tale comportamento compromise la diplomazia e fece riemergere un clima di acuta sfiducia, con ripetute minacce sanguinarie da parte di Trump accompagnate da attacchi militari contro infrastrutture civili e da avvertimenti circa ulteriori e peggiori attacchi qualora l’Iran si rifiutasse di cedere alle richieste statunitensi, richieste che tuttavia non sono ancora state chiaramente articolate al di là dell’impegno a impedire per sempre all’Iran di acquisire un’arma nucleare.
La guerra contro l’Iran può essere suddivisa in cinque fasi distinte:
- lancio da parte degli Stati Uniti di una guerra di aggressione;
- aggressione congiunta USA/Israele;
- efficaci contromisure da parte dell’Iran nell’ambito dell’autodifesa, comprese azioni contro basi militari nel Golfo usate dagli Stati Uniti per condurre le loro operazioni militari e la chiusura dello Stretto di Hormuz al traffico commerciale, con interruzioni nelle catene di approvvigionamento di energia e fertilizzanti;
- negoziati bilaterali USA/Iran culminati nell’accettazione reciproca di un apparente Memorandum volto a porre fine alla guerra;
- fallimento del processo previsto dal Memorandum e ripresa di minacce e attacchi militari da parte dei due paesi aggressori.
Questa non è la guerra contro l’Iran così come è stata rappresentata in Occidente, in particolare dalle voci dei governi occidentali e perfino delle Nazioni Unite, fin dal suo inizio il 28 febbraio 2026.
Le prove e l’intenzione del diritto applicabile portano a qualificare il mancato ricorso a mezzi pacifici per risolvere le controversie internazionali e il ricorso alla forza internazionale come un crimine internazionale fin dal 1928, quando il Patto di Parigi fu recepito nel diritto, uno status confermato dai tribunali per i crimini di guerra di Norimberga e Tokyo come appartenente alla categoria suprema dei crimini internazionali, i Crimini contro la Pace.
L’aggressione contro l’Iran è stata aggravata dal fatto che il paese era già stato sottoposto alla cosiddetta Guerra dei Dodici Giorni, iniziata dagli stessi aggressori il 13 giugno 2025, meno di un anno prima. È stata inoltre aggravata dal fatto che è avvenuta nel mezzo di negoziati in corso in Oman che il funzionario mediatore aveva descritto come prossimi al successo, costituendo quindi un affronto all’imperativo giuridico della soluzione pacifica delle controversie.
A ciò si aggiungono gli eventi scioccanti del primo giorno della guerra contro l’Iran, che hanno incluso il deliberato tentativo di assassinare la Guida Suprema dell’Iran, l’Ayatollah Ali Khomeini, il quale, oltre a essere il leader politico, era venerato come figura religiosa sacra tra i musulmani sciiti di tutta la regione. Nello stesso giorno, una scuola elementare a Minab fu colpita, causando la morte di almeno 165 bambini minorenni. Le autorità statunitensi ridimensionarono l’accaduto, senza scusarsi, come un incidente di guerra dovuto all’uso di informazioni di puntamento obsolete, ma anche se ciò fosse vero, difficilmente eliminerebbe l’impatto simbolico di una tale tragedia dell’innocenza.
In questo contesto, perfino il Consiglio di Sicurezza dell’ONU non riuscì a mobilitare la volontà politica per condannare l’aggressione, ma in modo scandaloso attribuì all’Iran la colpa di aver esteso la guerra attraverso i suoi attacchi alle basi militari situate sul territorio dei paesi del Golfo.
I principali media occidentali fecero poco meglio, limitando la loro copertura a stabilire quale parte stesse vincendo la guerra, come se entrambe le parti fossero ugualmente colpevoli delle condizioni caotiche createsi. Il New York Times e altre piattaforme mediatiche liberali caratterizzarono la guerra, da una prospettiva occidentale, come “una guerra di scelta”, ammettendo implicitamente che non era stata iniziata né combattuta a causa di una minaccia credibile alla sicurezza, tanto meno in risposta a un attacco armato. Esse contrastarono in larga misura le affermazioni governative statunitensi secondo cui Washington fosse vittoriosa e stesse esaurendo la pazienza di fronte al rifiuto iraniano di ammetterlo.
Riservarono perfino un’attenzione rispettosa alle opinioni di falchi militaristi come John Bolton, che invitava Washington a “finire il lavoro”, come se i crimini dell’aggressore costituissero un’impresa internazionale legittima. Non prestarono invece alcuna attenzione alle posizioni più concilianti secondo cui la pace deve essere ristabilita tenendo conto dell’identità dell’aggressore e non attraverso una falsa simmetria. Come nel genocidio di Gaza, il “peacemaking” di Trump nel contesto iraniano premia i perpetratori dei crimini e punisce ulteriormente le vittime.
Anche iniziative diplomatiche più animate da buona volontà evitano di formulare giudizi sulle due parti quando mirano a introdurre misure per porre fine alla guerra contro l’Iran, accompagnandole con assetti destinati a creare un futuro più stabile per la regione. Tali proposte si concentrano su garanzie di futura libertà di navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz mediante qualche forma di gestione congiunta di questa via d’acqua, che rappresenta un collo di bottiglia vitale per catene di approvvigionamento di importanza globale.
Proposte che non tengono conto della vulnerabilità dell’Iran a future aggressioni né impongono una responsabilità punitiva agli aggressori per la devastazione e i tradimenti della fiducia sembrano indegne di considerazione. È impossibile aspettarsi che l’Iran accetti un accordo su Hormuz che non includa qualche mezzo alternativo affidabile di deterrenza e autodifesa. Al momento non esiste alcun fondamento né giustificazione per fare affidamento sulle dichiarazioni di intenzioni pacifiche degli Stati Uniti, e ancor meno di Israele, senza un accesso garantito a capacità deterrenti affidabili o a contromisure ritorsive. Senza tali elementi, un accordo di pace sarebbe quasi certamente una trappola mortale per l’Iran.
Allo stato attuale, l’unico modo plausibile per conseguire la futura sicurezza dell’Iran sarebbe autorizzare un accesso gestionale a Hormuz in tempi di emergenza per la sicurezza nazionale, il che sarebbe utilmente rafforzato dalla smilitarizzazione della presenza regionale degli Stati Uniti tramite basi militari e garanzie di sicurezza. Se una simile alternativa si rivelasse impossibile, è probabile che l’Iran sia ironicamente tentato di cercare sicurezza ponendosi sotto l’ombrello nucleare di uno Stato dotato di armi nucleari oppure acquisendo in qualche modo, come Israele, un proprio arsenale nucleare. Un simile esito del processo di pace è quasi surreale: una guerra intrapresa per evitare la proliferazione finisce invece per diventare uno stimolo alla proliferazione.
Per coloro che cercano una pace autentica nel mondo, la condizione dell’Iran offre molte lezioni che devono essere apprese dalle democrazie liberali, le quali continuano a esprimere retorici elogi per uno Stato di diritto internazionale mentre ne ripudiano la rilevanza ogni volta che il rispetto delle regole diventa strategicamente scomodo.
EDITORIAL, 27 Jul 2026
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Traduzione di Miki Lanza per il Centro Studi Sereno Regis
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