Recensione. James, scritto e diretto da Licia Lanera, visto al Puglia Showcase 2026
Sedute a un tavolo, quattro interpreti provano nella ripetizione di brevi scene una commedia, anzi, la scrivono mentre la provano, perché il testo che Licia Lanera ha messo loro in mano mescola, come spesso accade nelle loro esperienze, drammaturgia e biografia. Queste donne — di venti, quaranta, sessanta, ottant’anni — non hanno mai fatto altro che “il teatro”, tramandando questa pratica come una maledizione di famiglia, eppure, quel che le accomuna non è il sangue, ma il mestiere. Si specchiano da una generazione all’altra per porsi, ciascuna nella propria stagione della vita, le medesime domande, in James, spettacolo scritto e diretto dalla regista pugliese, ospite del Puglia Showcase 2026. Una sottile ironia tragica travolge la sala dai primi minuti della pièce in cui l’artista ci introduce nei toni, temi e forme della performance, perché questa vetrina, che favorisce l’incontro di alcune compagnie pugliesi con operatori e programmatori internazionali, decide di portare in scena una riflessione sul mestiere del teatro quando vi si dedica tutta la vita.
Il testo affonda le radici nella clausura pandemica, quando l’intero settore si è scoperto, con fatale sorpresa dei più, impresa in perdita prima ancora che arte. Da quella fragilità sono sorte associazioni virtuose, lucide rivendicazioni collettive di una categoria abituata a considerare la propria effimerità una virtù anziché una condizione contrattuale. Ma quando il settore intero si è fermato, Lanera, artista pluripremiata, con più di vent’anni di carriera alle spalle e un riconoscimento solido da parte degli addetti ai lavori, si è concentrata sui risvolti privati del mestiere, chiedendosi, senza famiglia e senza figli, se una vita passata solo a “fare il teatro” fosse stata spesa bene. “Sarò abbastanza brava a teatro da farmi ricordare? A chi lascerò le mie fossette?” Più che una riflessione sul sistema – che in diverse performance dedicate all’argomento si risolve in una sequenza sparsa di recriminazioni e lamentele – si tratta di un bilancio, che l’artista fa con la propria vita. Cosa resta di (e a) chi vive di teatro? Cosa resta di un’artista quando scende dal palco per l’ultima volta? Quale eredità si lascia, e a chi, se una scelta di vita non ci ha permesso di costruire una dimensione personale tradizionale? Sono questi i quesiti che l’artista pugliese affida alle attrici della sua compagnia durante una prova a tavolino, mentre intorno passano amori effimeri e persone che entrano ed escono di scena con la stessa disinvoltura di molte comparse, e per cui, nella vita al di fuori del palco, ci si lascia scivolare addosso tutto, perché la sola cosa che conta davvero è essere in scena, in una giostra produttiva che concede a chi abita le assi del palcoscenico non più di poche manciate di settimane di visibilità – e questo già nei casi più fortunati. Nella prova di alcune scene tratte da “una commedia che parla di immortalità” e considerata unanimemente da attori e attrici una cattiva commedia, la ripetizione del gioco delle parti si mescola alla coazione a ripetere di pattern di vita privata tra le quattro interpreti femminili (oltre a Lanera, Monica Contini, Chiara Davolio, Ermelinda Nasuto, Lucia Zotti), scandite dagli interventi di Danilo Giuva, unica presenza maschile di un gioco metateatrale voyeuristico, autoironico e feroce.
Il meccanismo, apparentemente lineare, di uno spioncino da cui osservare gioie e fragilità di una compagnia professionista, si complica di una presenza divina, che irrompe periodicamente, interrompendo, correggendo, richiamando all’ordine i performer. Si tratta del Dio del Teatro e, al suo fianco, di due presenze semi umane vestite di teste d’animale: la capra che ha dato il nome alla tragedia, il bue del sacrificio. Dioniso e le sue incarnazioni mitiche sono il residuo rituale irriducibile di ciò che il teatro rappresenta per chi lo pratica prima di sentirlo mestiere, e della sua postura, questuante, pronta a presentare ogni giorno il salatissimo conto della vocazione. È il punto in cui il profano si fa sacro senza soluzione di continuità, la ragione per cui si accettano le condizioni, si combattono crociate private e politiche, si lavora in perdita. In una scena dominata da un unico ampio tavolo di servizio, nell’oggetto povero, nella frase lasciata cadere, nelle scarpe strette di chi calca il palco da una vita, si nasconde la posta più alta, la stessa che Kantor – cui l’artista si è ispirata nella scrittura della pièce – cercava nei banchi di scuola rotti della Classe morta, dove ogni allievo si trascinava dietro il proprio manichino. E il manichino, qui, arriva alla fine, a grandezza naturale: è James, il bambino ugandese che Lanera ha adottato a distanza durante la pandemia, una speranza di una eredità possibile, ma altrettanto effimera, anche nella sua realizzazione scenica. Perché James non può materializzarsi in carne — in scena sono diversi e radicati i dubbi sulla legittima paternità delle lettere e dei disegni inviati — la speranza non potrebbe prendere corpo nelle sembianze di un attore vero, rassicurando la sua madre adottiva. Entra come marionetta, illusione dichiarata, un patto che, come quello che attori e spettatori rinnovano ogni sera a teatro, Lanera fa con la sua vita, abbracciando l’illusione che qualcosa di sé — fosse anche solo una fossetta quando ridiamo — passerà a qualcun altro.
Se spesso la drammaturgia contemporanea che racconta la vita di chi fa teatro è, negli ultimi anni, un sottogenere affollato e quasi sempre lamentoso — un piangersi addosso inaccessibile ai più travestito da autofiction, l’estrema affilata franchezza di questo spettacolo lo rende un unicum sorprendente. Lanera racconta le gioie del settore con disincanto e le difficoltà con brillante sincerità, per restituire — in un registro accessibile anche a chi non pratica il mestiere — la condizione materiale di chi lo esercita, quella che noi operatori, seduti nel buio della platea, misuriamo ogni giorno nelle nostre vite. Eppure, il bilancio è così efficace da rischiare di sovrastare a tratti la profondità dell’operazione, che non parla di precariato e disagio, ma di amore, come cura, come balsamo, come unica forma di eredità disponibile a chi non ne ha a disposizione altre. Di questo mestiere non si guarisce, sembra dirci Lanera e, allo spegnersi delle luci, l’applauso è a un collettivo conto con la vita che continua a restare aperto.
Serena Spanò
Luglio 2026, Fasano, Puglia Showcase
JAMES di e con Licia Lanera, con Monica Contini, Mino Decataldo, Danilo Giuva, Chiara Davolio, Ermelinda Nasuto, Andrea Sicuro, Lucia Zotti; luci Max Tane; costumi Angela Tomasicchio; marionetta Michela Marrazzi; assistente alla regia Luca Lo Vercio; tecnica del suono Laura Bizzoca; produzione Compagnia Licia Lanera, co-produzione 369gradi, con il sostegno di ERT – Emilia Romagna Teatro. Visto al Puglia Showcase 2026, Fasano, il 3 luglio 2026
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