Flat tax verso i 100mila con IVA, ma la soglia per i dipendenti scade


Mentre si studia il forfait fino a 100mila euro, la soglia di 35mila per dipendenti e pensionati scade a fine 2026.

Trentaquattromila euro lordi l’anno. È lo stipendio di un impiegato di un’azienda di logistica che il sabato, con la sua partita Iva, fotografa matrimoni. Oggi può pagare la flat tax su quello che guadagna con la macchina fotografica, perché il suo reddito da dipendente sta sotto i 35mila euro. Se a fine 2026 nessuno proroga quella soglia, il limite torna a 30mila euro e lui resta fuori.

Nelle stesse settimane, nella manovra che deve ancora arrivare in Consiglio dei ministri, si studia come portare il tetto del regime forfettario da 85mila a 100mila euro di ricavi o compensi. Si parla molto del tetto. Molto meno della porta.

Il regime forfettario è una casa con un tetto e una porta. Il tetto è il limite di ricavi oltre il quale si esce. La porta sono le condizioni per entrare, e una di queste riguarda chi ha già uno stipendio o una pensione. Il tetto forse si alza. La porta, fra poco più di due mesi, rischia di stringersi.

Cosa prevede la manovra sulla flat tax a 100mila euro?

Centomila è un numero tondo, di quelli che si ricordano. Per la Lega è una delle misure fiscali a cui tiene di più, e nel cantiere della legge di bilancio si cerca il modo di portarla a casa.

Il problema è che il numero tondo deve passare per Bruxelles. La direttiva Iva europea fissa a 85mila euro di volume d’affari il confine oltre il quale non si possono più concedere agevolazioni Iva alle attività d’impresa e professionali svolte in forma individuale. Alzare il tetto del forfettario a 100mila euro, così com’è, vorrebbe dire scavalcare quella linea.

Da qui l’ipotesi tecnica che circola: un doppio binario. Il regime agevolato sulle imposte sui redditi, con la tassa piatta, resterebbe in vita fino a 100mila euro. Ma dagli 85mila euro scatterebbero tutti gli adempimenti dell’Iva, compresa l’imposta in fattura. La mediazione politica si chiuderebbe così: la Lega ottiene i 100mila, la direttiva conserva i suoi 85mila.

È solo una delle soluzioni sul tavolo, e la sua fattibilità va ancora valutata con molta attenzione. Non è detto che arrivi intera fino al testo del disegno di legge di bilancio. Fra le idee circolate c’è anche un décalage, una parola francese che vuol dire “scalare”: l’agevolazione sulle imposte sui redditi diventerebbe meno generosa man mano che crescono ricavi e compensi. Per capirci, chi incassa 60mila euro avrebbe lo sconto pieno, chi ne incassa 95mila uno più leggero.

Come funziona oggi la flat tax per autonomi e ditte individuali?

Un architetto di cinquant’anni, cinquantamila euro di compensi in un anno. Nel regime ordinario dovrebbe tenere conto di ogni spesa, scaricare i costi uno per uno, pagare l’Irpef a scaglioni. Nel forfettario fa una cosa molto più semplice.

I costi non si contano: si stimano a forfait, in base al codice Ateco, cioè il codice che classifica l’attività svolta. Ogni attività ha un coefficiente che dice quale parte dei ricavi si considera reddito. Per le attività professionali è il 78 per cento. L’architetto, su 50mila euro, ha quindi un reddito imponibile di 39mila, lasciando da parte i contributi previdenziali che qui complicherebbero il conto. Su quei 39mila paga la tassa piatta: il 15 per cento, cioè 5.850 euro. Se l’attività fosse nuova, l’aliquota sarebbe del 5 per cento.

Poi c’è l’Iva, o meglio la sua assenza. Chi è in flat tax non applica l’Iva in fattura e non deve fare quello che l’Iva si porta dietro:

  1. i versamenti periodici dell’imposta;
  2. la dichiarazione annuale Iva;
  3. la comunicazione delle liquidazioni periodiche.

Per un piccolo autonomo questa seconda parte del regime vale quanto la prima, a volte di più. Meno carte, meno scadenze, meno commercialista.

Cosa cambierebbe con il doppio binario tra Iva e imposte sui redditi?

In fondo alla fattura di un forfettario c’è una riga che quasi nessun cliente legge. Dice, più o meno, che l’operazione è effettuata senza applicazione dell’Iva ai sensi della legge 190 del 2014, quella che ha creato il regime. Con il doppio binario, a 85mila euro e un centesimo, quella riga sparirebbe e al suo posto comparirebbe il 22 per cento.

Il contribuente resterebbe in flat tax per le imposte sui redditi e diventerebbe ordinario per l’Iva. Lo stesso euro di compenso sarebbe, ai fini delle imposte sui redditi, un euro agevolato e, ai fini dell’Iva, un euro ordinario, ferma restando la sua natura di euro.

A me sembra che il peso di questo cambio dipenda molto da chi sono i clienti. Prendiamo un programmatore che fattura 90mila euro a tre aziende. Per le aziende l’Iva è neutra, perché la detraggono: la fattura che ricevono costa loro, nella sostanza, quanto prima. Prendiamo invece l’architetto, se i suoi compensi salissero a 90mila euro, con clienti che sono famiglie alle prese con la ristrutturazione di casa. Le famiglie l’Iva non la detraggono. O l’architetto alza il prezzo del 22 per cento, o se lo mangia lui.

Io la leggo così: il doppio binario terrebbe in piedi lo sconto sulle tasse, ma per chi lavora con i privati lo scalino degli 85mila euro resterebbe dov’è. Si sposterebbe soltanto dalla dichiarazione dei redditi alla fattura.

Cosa succede oggi a chi supera 85mila euro nel regime forfettario?

Una grafica freelance chiude novembre a 84mila euro. A dicembre arriva un lavoro da 10mila. Oggi le regole le lasciano una ciambella di salvataggio, e funziona così:

  1. fino a 85mila euro di ricavi o compensi si resta nel forfait, senza Iva;
  2. tra 85mila e 100mila euro si resta nel forfait fino alla fine del periodo d’imposta, cioè dell’anno fiscale, e si diventa ordinari dall’anno successivo;
  3. oltre 100mila euro si esce subito dal regime, con l’applicazione immediata dell’Iva.

La grafica, con i suoi 94mila euro, finisce l’anno in flat tax e da gennaio passa al regime ordinario. Se quel lavoro di dicembre fosse stato da 20mila, avrebbe dovuto applicare l’Iva già sulla fattura che superava i 100mila.

Con l’ipotesi del doppio binario quella fascia fra 85mila e 100mila cambierebbe natura. Non più una zona di tolleranza in cui si chiude l’anno in pace, ma una fascia stabile in cui si vive con la tassa piatta e con l’Iva insieme.

Quanto costa allo Stato alzare la soglia della flat tax?

C’è un precedente, e ha un prezzo scritto. Nel 2023 il tetto del forfettario è passato da 65mila a 85mila euro. La Corte dei conti, nell’ultima relazione sul rendiconto generale dello Stato, ha messo nero su bianco che il minor gettito complessivo è risultato sensibilmente superiore alle previsioni originarie: circa 495 milioni per il solo 2024 e circa 315 milioni per il 2025.

Minor gettito vuol dire tasse che lo Stato non incassa. Per capirci, è come se una famiglia avesse calcolato che rinunciare alla seconda auto le avrebbe tolto 200 euro al mese di comodità e si accorgesse, a fine anno, di averne spesi molti di più in taxi.

Il punto è che questa manovra si muove su un sentiero stretto di risorse. L’ultimo allargamento è costato più di quanto si pensasse, e il prossimo parte da lì. Il décalage di cui si parla, l’agevolazione che si riduce al crescere dei ricavi, a me sembra anche un modo per tenere il conto sotto controllo: allargare la casa senza pagare l’intero piano in più.

Chi può accedere al regime forfettario se ha già uno stipendio o una pensione?

Torniamo alla porta. Il forfettario non è chiuso a chi ha un lavoro dipendente o una pensione, ma c’è un limite: il reddito da lavoro dipendente o da pensione non deve superare una certa cifra. Per anni è stata 30mila euro. Per due anni è stata portata a 35mila euro.

Quei due anni finiscono a fine 2026. Se l’innalzamento non verrà prorogato, la soglia torna a 30mila euro. Per l’impiegato che fotografa matrimoni, con i suoi 34mila euro di stipendio, la porta si richiude davanti al naso.

Il tema è già arrivato alle forze politiche di maggioranza. Forza Italia, per esempio, ha proposto di portare la soglia a 40mila euro e di renderla strutturale, cioè permanente, senza più proroghe da rincorrere ogni autunno. Anche qui tutto dipende dalle risorse disponibili per le misure fiscali secondo il Dpb 2027, il documento programmatico di bilancio, che è la sintesi dei conti pubblici che il governo manda a Bruxelles prima della manovra.

Per capire le grandezze: la manovra 2026 aveva stimato che tenere la soglia a 35mila euro costasse, contando anche gli effetti sui contributi, 79,4 milioni nel 2026 e 140,9 milioni nel 2027. Insieme fanno poco più di 220 milioni in due anni. Meno della metà di quello che è costato, nel solo 2024, l’ultimo innalzamento del tetto. Giuro.

Lo so che i due conti non si sommano come mele: misure diverse, anni diversi, platee diverse. Ma i numeri danno l’ordine di grandezza, e l’ordine di grandezza è questo: la porta costa poco, il tetto costa molto.

Perché la soglia per i dipendenti conta più dei 100mila euro?

L’impiegato da 34mila euro non ha la stessa forza elettorale del professionista da 95mila. Non fa notizia, non ha un numero tondo da portare in piazza. Eppure è proprio guardando in basso, alle regole per entrare, che il regime rischia i problemi più seri.

Il problema della flat tax non è quanto in alto arriva il tetto, ma quanto è larga la porta.

Un regime che si allarga in cima e si restringe all’ingresso cambia, piano piano, la gente che ci abita. Ci restano quelli che ci sono già e crescono. Fa più fatica a entrare chi ha uno stipendio normale e vorrebbe affiancargli qualcosa: il cuoco che fa catering nei weekend, l’infermiera che la sera scrive articoli, il pensionato che ripara biciclette in un garage di quartiere con una partita Iva aperta apposta, l’impiegato con la macchina fotografica nello zaino il sabato mattina, tutti fermi davanti alla stessa soglia di 30mila euro mentre, più su, si discute se ottantacinquemila bastino.

A me sembra che la manovra debba decidere che casa vuole costruire. Una casa per pochi che crescono, o una casa con la porta aperta a chi comincia.

Trentaquattromila euro lordi l’anno, una macchina fotografica, una partita Iva per il sabato. Il tetto può salire quanto vuole. Lui la casa la guarda da fuori.


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