Landini ad Asti: «Il sistema fiscale va cambiato, crea disparità» – Foto 1 di 6


“Il sistema fiscale va cambiato perché quello attuale crea disparità”. 

Ad affermarlo, oggi pomeriggio nel piazzale dell’ospedale, il segretario generale nazionale della Cgil Maurizio Landini che, dopo aver partecipato ad una assemblea ad Alessandria, ha fatto tappa ad Asti per due momenti: l’assemblea pubblica nel piazzale dell’ospedale Cardinal Massaia e, a seguire, la conferenza su intelligenza artificiale e rischi occupazionali. 

Preceduto dall’intervento di Arianna Franco, segretaria generale provinciale Fp Cgil, che ha aggiornato sull’accordo per il rinnovo del contratto del comparto sanità, e da una lavoratrice dipendente che ha ricordato le richieste dei tecnici di laboratorio, il segretario generale provinciale del sindacato, Beppe Morabito, ha passato la parola a Maurizio Landini. 

“Abbiamo ascoltato – ha affermato – i contenuti dell’importante accordo che si è potuto realizzare per i lavoratori della sanità, ma che, al contempo, fa i conti con i problemi del settore. Non è un caso che, come Cgil, abbiamo lanciato e stiamo raccogliendo migliaia di firme per avanzare un progetto di legge di iniziativa popolare che rilanci con forza il ruolo della sanità pubblica, che deve tornare ad essere gratuita e garantita a tutti. Cosa che oggi, nonostante l’impegno dei lavoratori, non si verifica. Innanzitutto abbiamo milioni di persone che, non avendo i soldi, non si possono curare. In secondo luogo i cittadini che non hanno difficoltà economica devono pagare due volte per potersi curare. Oltre ai contributi che ognuno di noi versa sul proprio reddito, come dipendente o pensionato, per il servizio sanitario nazionale, bisogna pagare per rivolgersi a strutture private a causa delle liste di attesa troppo lunghe. Esiste un numero che illustra la gravità della situazione: ogni anno i cittadini italiani, oltre ai contributi versati, sono arrivati a pagare 40 miliardi per curarsi. Una cifra da tenere a mente. Per quale motivo? Perché quando chiediamo, nella legge, che la spesa sanitaria dovrebbe arrivare almeno alla media europea, pari al 7,5% del Pil (rispetto al 6% attuale), intendiamo che arrivi, in numeri, a 40 miliardi (rispetto ai 30 attuali). Se ci pensate un attimo le due cifre parlano e dicono con precisione cosa bisogna fare”.

Il segretario ha poi ricordato l’importanza di investire nella sanità pubblica. “Significa anche potenziare i servizi socio-sanitari sul territorio, tutte le strutture che teoricamente, nei PNRR, erano scritte, ma che poi rischiano di rimanere non funzionanti, perché in molti casi, anche laddove sono state realizzate le strutture, non sono satti messi da parte i soldi per fare le assunzioni”. 

Ma il tema cui voglio arrivare, che è anche la ragione dello sciopero che abbiamo proclamato per il 20 novembre, parte da un punto fondamentale. Molto spesso, quando si dice che bisogna aumentare la spesa per la sanità pubblica, la riposta è che non ci sono i soldi. In realtà le risorse ci sarebbero, a patto di attuare una vera riforma fiscale e una vera lotta all’evasione fiscale. In un Paese in cui continuano ad essere dichiarati 113 miliardi di evasione fiscale ogni anno, e dove l’economia sommersa (lavoro nero e precario), secondo l’Istat, arriva a quasi 240 miliardi, si possono trovare le risorse per gli investimenti necessari per la scuola, sanità, le politiche industriali e per aumentare salari e pensioni, l’altro tema con cui dobbiamo fare i conti dato che ormai c’è una difficoltà concreta a vivere con dignità con il lavoro o la pensione.

La questione salariale è importante perché il sistema fiscale va cambiato. Faccio due esempi, che coincidono con le richieste che facciamo al Governo Meloni, come avevamo fatto ai Governi precedenti. Col sistema attuale, anche quando si aumenta lo stipendio o si rivalutano le pensioni, quando aumenta il lordo non è detto che aumenti il netto, e comunque si pagano più tasse di prima (drenaggio fiscale), perché non vengono rivalutati detrazioni e scaglioni. Questa è una tassa occulta. Dal 2022 al 2025 il drenaggio fiscale per 38 milioni di pensionati e dipendenti ammonta a 30 miliardi di tasse, tasse che non dovevano pagare. Non è la prima volta che il sindacato lo chiede. Tutte le volte che aumenta l’inflazione, se non c’è questo meccanismo, il potere d’acquisto non viene tutelato. Meccanismo che è stato introdotto una volta sola, su richiesta di Cgil, Cisl e Uil, da un governo non particolarmente di sinistra, considerando che il presidente del Consiglio era Ciriaco De Mita, quindi stiamo chiedendo una cosa da democristiani. Questa rivendicazione la avanziamo già in questa legge di bilancio: l’abbiamo chiesta al Governo Meloni, ma per la verità l’avevamo chiesta anche al Governo Draghi e al Governo Conte, ma nessuno l’ha voluta fare”.

Altro tema affrontato, la tassazione progressiva. “Formalmente – ha continuato – la Costituzione dice che il sistema fiscale deve essere progressivo su tutta la capacità contributiva. In realtà quello che è avvenuto in questi anni è che l’Irpef, invece che diventare la tassazione di tutti i redditi, si è ridotta ad essere solo la tassazione di lavoratori dipendenti e pensionati, e questo sta determinando una ingiustizia. Vuole infatti dire che l’unico sistema progressivo è l’Irpef e tutte le altre forme di tassazione sono piatte (rendite finanziarie, immobiliari). Se non si affronta questo tema, siamo di fronte ad una disparità di trattamento. Facciamo un esempio: se sono un lavoratore dipendente e guadagno 30mila euro lordi come reddito da lavoro, con i sistemi che ci sono adesso arrivo a pagare dal 35 al 40% di tasse e contributi sul mio stipendio. Perché un’altra persona che prende 30mila euro di reddito sotto forma di rendita finanziaria, immobiliare o di profitto paga il 20%? Perché due redditi uguali devono avere due tassazioni diverse?”. 

Da qui un’altra richiesta. “In questi anni – ha sottolineato – c’è stata una concentrazione di ricchezze in mano a pochi che non ha precedenti. E anche nel nostro Paese, in base ai dati di Banca d’Italia, ci sono 500mila persone che dichiarano un reddito netto annuo di 2 milioni di euro. Non avrebbe un senso, a queste 500mila persone, chiedere un contributo di solidarietà? Basterebbe un 1% della loro ricchezza per mettere a disposizione di tutti, in modo da investirla nei servizi pubblici, 25 miliardi”. 

Landini ha poi spiegato come mai la data scelta per lo sciopero è il 20 novembre: “Quel giorno – ha spiegato – gli studenti in tutta Europa hanno deciso di scendere in piazza per una scuola che funzioni e un futuro senza precarietà“. 

Il tema delle proteste dei più giovani in atto in Italia e in Europa, insieme a quelli dell’energia, della guerra e della critica al Governo per la spesa destinata agli armamenti, sono poi stati gli altri temi toccati durante l’intervento. “Abbiamo tutti il dovere di scendere in piazza, con i ragazzi, e chiedere i cambiamenti di cui abbiamo bisogno. Io penso, e lo dico chiaramente, che coloro che spaccano le vetrine e rubano commettono un reato. Ma la colpa non deve essere data a noi. Io dico che bisogna scendere in piazza, pacificamente e a volto scoperto, per garantire un futuro a questi ragazzi, riguardo al cui disagio vorrei capire di più. Di sicuro penso che sia compito nostro lasciare loro un futuro non precario. Quando ho cominciato a lavorare, negli anni Settanta, potuto contare su uno stipendio dignitoso, un contratto nazionale e sul diritto di scioperare: tutti diritti che mi sono ritrovato, conquistati da altri che ne erano privi. Ora tocca noi, per cui invito tutti a scendere in piazza il 20 novembre”.  




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