Sempre più imprese italiane alla scoperta dell’AI


Nel giro di un solo anno, la quota di imprese italiane che dichiara di utilizzare l’intelligenza artificiale è passata dal 13,1% al 19,46%, con un balzo di oltre sei punti percentuali. È la fotografia di una crescita importante quella scattata dall’analisi di Unioncamere in collaborazione con Dintec, basata su oltre 20mila rilevazioni realizzate negli ultimi due anni con il SELFI4.0, lo strumento di assessment dei Punti Impresa Digitale (PID) delle Camere di commercio. L’obiettivo, ambizioso, è quello di misurare la maturità digitale delle aziende lungo più dimensioni: organizzazione dei processi, gestione dei dati, sicurezza informatica, competenze interne, attività di ricerca e sviluppo.

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«L’intelligenza artificiale in Italia è in una fase di prima applicazione nelle aziende», commenta il segretario generale di Unioncamere, Giuseppe Tripoli. «Per questo vanno accompagnate, soprattutto le imprese più piccole. Il sistema camerale ha messo a disposizione incentivi economici e voucher, strumenti operativi come i laboratori per sperimentare l’AI e specifici percorsi di formazione. Inoltre, sono state attivate una serie di collaborazioni, come quella con l’Istituto italiano di intelligenza artificiale (AI4I), per realizzare una rete ampia di consulenze specialistiche adeguate».

Un elemento cruciale emerge quando si scompone il dato per settore, per struttura organizzativa e per apertura ai mercati esteri: l’AI, più che una tecnologia trasversale che avanza a velocità uniforme, si conferma come uno specchio della maturità digitale e delle capacità organizzative già acquisita dalle imprese, e ha un ritmo di adozione fortemente differenziato a seconda dei diversi ambiti. A trainare la crescita sono i servizi, dove le imprese utilizzatrici passano dal 19,1% al 25,9%, confermando il vantaggio dei comparti con maggiore disponibilità di dati digitali e processi più facilmente automatizzabili. Ma il segnale più significativo arriva dalla manifattura, che pur partendo da una base più bassa registra l’incremento assoluto più marcato, più che raddoppiando la sua diffusione in un solo anno: dal 6,2% al 13,6%. Un’accelerazione che indica un utilizzo crescente di applicazioni legate al controllo dei processi produttivi e alla gestione dei dati industriali.

Bene anche il commercio (dall’8,8% al 13%), mentre l’agricoltura, pur restando il settore meno digitalizzato in assoluto, mostra comunque un progresso, passando dal 5,2% all’8,1%. Anche i comparti tradizionalmente più lenti, insomma, iniziano a muoversi.

Il legame tra intelligenza artificiale e maturità digitale complessiva è uno dei dati più evidenti dell’analisi. Misurando il livello di maturità su una scala da 0 a 4, le imprese che non adottano l’AI si fermano a un punteggio medio di 2,17, contro il 2,81 di quelle che la utilizzano: un differenziale di 0,64 punti che conferma come l’IA tenda ad attecchire dove esistono già processi digitali strutturati, sistemi di gestione dei dati e competenze tecnologiche adeguate. Non un fenomeno isolato, dunque, ma l’ultimo tassello di un percorso di trasformazione digitale già avviato.

Lo stesso schema si ripete nell’analisi delle attività di ricerca e sviluppo. Tra le imprese che adottano l’AI, il 39,3% gestisce queste attività in modo automatizzato e integrato, contro appena il 24,1% di chi non la utilizza. E il legame si rafforza ulteriormente quando si incrocia il dato con la capacità brevettuale: le aziende che combinano brevetti e AI raggiungono il 41,1% di gestione digitale integrata delle attività di R&S, quasi il doppio rispetto alle imprese prive sia di brevetti sia di intelligenza artificiale, ferme al 24%.

Anche l’apertura ai mercati esteri risulta un fattore discriminante: le imprese esportatrici utilizzano l’AI nell’11,9% dei casi, contro il 7,1% di quelle attive solo sul mercato interno. Operare a livello internazionale richiede una capacità di gestione delle informazioni, di monitoraggio dei mercati e di supporto alle decisioni che sembra favorire naturalmente l’adozione di strumenti avanzati, e viceversa: un’ulteriore conferma che l’AI cresce dove le organizzazioni sono già abituate a misurarsi con la complessità.

Il capitolo più significativo per l’industria italiana riguarda però le filiere del Made in Italy, comparti storicamente meno digitalizzati ma in cui l’adozione dell’AI è quasi quadruplicata in tre anni: dal 3% del 2023 al 6,3% del 2024, fino all’11% del 2025. Un’accelerazione che segnala come la tecnologia stia progressivamente uscendo dal perimetro delle imprese nativamente digitali per raggiungere anche i settori più legati alla tradizione manifatturiera del Paese, pur restando ancora lontana dai livelli dei comparti più avanzati.

A completare il quadro c’è l’ecosistema delle start-up specializzate: al 31 dicembre 2025 risultano 572 le start-up innovative iscritte al Registro delle Imprese nel settore “Artificial Intelligence & Machine Learning”, pari a circa il 4,8% del totale nazionale. Si tratta per lo più di micro-organizzazioni a forte investimento in ricerca e sviluppo, concentrate in Lombardia e Lazio, seguite da Piemonte ed Emilia-Romagna, sbilanciate nettamente verso i servizi di informazione e comunicazione — oltre l’85% del totale — a fronte di una presenza ancora marginale nel manifatturiero. Un segnale che l’innovazione nativa in ambito AI viaggia oggi su un binario largamente separato da quello dell’industria tradizionale, che assorbe la tecnologia più per integrazione progressiva che per creazione ex novo.

Il quadro complessivo che emerge dai dati del sistema camerale racconta quindi una duplice velocità. Da un lato le imprese tradizionali, la cui adozione dell’AI resta fortemente condizionata dal grado di maturità digitale, dalla capacità di organizzare ricerca e sviluppo e dall’apertura verso i mercati esteri. Dall’altro un ecosistema di start-up che concentra competenze avanzate e specializzazione, ma che interagisce ancora in modo limitato con il resto del tessuto produttivo.

Più che una rivoluzione uniforme, dunque, per l’analisi di Unioncamere l’intelligenza artificiale si conferma oggi un moltiplicatore di vantaggi competitivi già esistenti: le imprese più organizzate, innovative e internazionalizzate la adottano più velocemente, ampliando potenzialmente il divario con chi è rimasto indietro nel percorso di digitalizzazione. La vera sfida per il sistema produttivo italiano, nei prossimi anni, non sarà quindi soltanto convincere le imprese a usare l’AI, ma accompagnarle a costruire prima le fondamenta digitali senza le quali la tecnologia rischia di restare fuori portata.


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