Fatevene una ragione: non fermerete il vento!
«Non siamo terrorist3
Non siamo come i media cercano di dipingerci.
Siamo student3, lavorator3, disoccupat3: siamo persone comuni che si stanno ribellando a questo marcio sistema.
Siamo una comunità che da 30 anni a questa parte mette da parte i propri impegni e la propria vita privata per difendere la propria terra e il futuro di tutt3, spesso anche rischiando di compromettere il proprio.
Nessuno ci paga per partecipare alla lotta e soprattutto nessuno di noi si diverte a farsi picchiare e a rischiare l’arresto ogni volta che partecipa a una manifestazione o parla a un megafono…».
Questo postavo sulla mia pagina Facebook il 16 aprile 2021 per denunciare ciò che era successo solo qualche ora prima nella piana di San Didero, non lontano da dove sono nato e cresciuto. Quell’unico polmone verde rimasto in bassa Val di Susa, che da settimane cercavamo di difendere, era stato requisito con la forza dalle FFOO: in piena notte, a colpi di lacrimogeni e manganelli, impressionante sfilata di plotoni armati contro una cittadinanza inerme, l’ennesima (e tutt’altro che ultima) violenza contro una Valle che da trent’anni sta cercando in tutti i modi possibili di difendersi, motivando in tutti i modi possibili il proprio dissenso nei confronti di un’opera da tutti definita totalmente inutile oltre che dannosa.
Sono passati più di cinque anni da quella mia riflessione/sfogo, ma alla luce dei fatti di sabato 25 luglio (gli scontri al cantiere di Chiomonte, in occasione della 10ma Edizione del Festival dell’Alta Felicita – ndr) le motivazioni rimangono le stesse.
E normale che queste genere di azioni, diciamo “più eclatanti”, non vengano capite: in uno Stato “di diritto”, nessuno si sognerebbe di metterle in pratica.
Purtroppo, però, diventano necessarie.
Oggi non ci sono più i 5 Stelle al governo del Paese come a Torino, o i Verdi a Lione. Echiunque abbia millantato in passato di prendere le nostre parti, quando ha avuto la possibilità di cambiare le cose, non lo ha fatto. E ora, che ancor più di ieri abbiamo tutti contro, il potere si dispera perché, anziché protestare con le mani alzate e la testa bassa, quella testa continuiamo a rialzarla con coraggio, mossi dalla consapevolezza di avere ragione.
Se pensate che il milione di euro di danni di cui parlano i giornali sia una cifra così enorme, considerate che l’opera costerebbe 15.000 volte di più: quando mai potrà considerarsi “finita” perché il tunnel non è ancora nemmeno iniziato, come ha recentemente confermato un sopraluogo di parlamentari francesi oltre che italiani.
Pensate a cosa significhi vivere in una valle alpina, in cui prima c’erano solo prati e boschi e che adesso è invasa da ben quattro cantieri giganteschi.
Pensate, per chi soffre di malattie polmonari o ha perso persone care a causa di un tumore, cosa significhi vivere con l’ansia costante che le polveri sottili liberate dai lavori possano portare via qualcun altro dalla propria vita.
E pensate a cosa significhi essere cacciati dalla casa in cui si è vissuti per tutta la vita, o guardare dalla propria centinaia di militari e forze dell’ordine ogni giorno, per giunta “difesi”dalle concertine israeliane.
Pensate a cosa significhi provare a esprimere la propria legittima opinione senza essere mai ascoltati e, ogni volta, essere picchiati, arrestati o gasati.
Di studi scientifici sull’opera ne sono stati fatti a centinaia. Di manifestazioni e presidi “pacifici” ne abbiamo organizzati migliaia. E di comunicati stampa e prese di parola ancora di più. Eppure nessun media tradizionale ha mai parlato di noi e delle nostre motivazioni, se non quando ci siamo trovati costretti a difenderci, nei confronti di uno Stato che festeggia, mentre la nostra valle muore ogni giorno di più attorno a noi.
In Val di Susa non si sta combattendo solo contro un’opera, ma soprattutto contro unamafia che è onnipresente, che muove miliardi e guadagna dagli appalti che le ruotano attorno. Una mafia che è la spina dorsale di un sistema economico che deturpa i territori, distrugge la sanità e la scuola, abbassa gli stipendi e aumenta il costo della vita a spese degli ultimi, concentrando la ricchezza nelle mani di pochi.
La verità è che siamo esasperati sì, e giustamente incazzati! E ciò che è successo l’altro giorno era probabilmente l’unico modo per dimostrarlo. E mentre si cerca ancora una volta di dividere l’opinione pubblica tra i 500 incappucciati “cattivi”, che hanno compiuto quelle “azioni”, e gli altri 20.000 “buoni”, che si sono limitati a marciare, la verità, che chi era lì conosce, è che non c’è alcuna differenza. Perché anche chi non era fisicamente dentro al cantiere tifava per chi lo era, ma, per inesperienza, per paura della repressione o per età, ha deciso di non prenderne parte.
Grazie a chi, dal Festival dell’Alta Felicità, ha partecipato al corteo e grazie a chi è stato o è stata in prima linea: mettendosi a rischio, per sostenere la nostra causa ed essere parte attiva del cambiamento che auspichiamo in questo mondo malato.
Come scrivevo cinque anni, “siamo la natura che si sta ribellando e che non si sta solo opponendo ad un treno o ad uno stato sordo, ma contro un intero sistema economico che sfrutta mari, montagne, foreste e persone per trarne profitto.
In questa valle ci siamo nat*, ci siamo cresciut* e ci rifiutiamo di vederla soccombere sotto il cemento un metro alla volta, come del resto tutto il mondo che ci circonda. (…) Difendere una valle non significa solo esprimere attaccamento per il territorio che ti è caro e cui appartieni, vuol dire tenere accesa la speranza per un futuro più giusto in cui un albero vale più di un nuovo centro commerciale, o qualsiasi “grande opera”. Un futuro in cui la vita e la salute delle persone valgono più della devastazione e delle mazzette passate sottobanco.”
Dedico queste parole a Chimi, a Carlo Giuliani, a Sole e Baleno, a tutti coloro che negli anni hanno contribuito a questo straordinario movimento… e magari ora non ci sono più ma continuano a indicarci la via da lassù.
Fatevene una ragione: non fermerete il vento!
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