Ad agitare le notti del presidente “mance” e nomine di sottogoverno. Coi franchi tiratori sempre in agguato

Alla ripresa dei lavori Renato Schifani avrà tre problemi insieme: le richieste dei partiti sulle nomine, l’assalto alle risorse della nuova variazione di bilancio e i franchi tiratori che all’Ars hanno già dimostrato di potere mettere in difficoltà il governo. È la tripla tenaglia dentro cui rischia di finire il presidente proprio mentre prova ad accreditare come naturale la propria ricandidatura nel 2027. Perché il bis, prima ancora di essere discusso al tavolo nazionale del centrodestra, passa dalla capacità di arrivare alla fine della legislatura senza finire al tappeto.

La prima questione riguarda i soldi. La giunta ha approvato il 6 agosto il ddl “Coesione e crescita”, che vale 221 milioni e finanzia interventi per famiglie, imprese, sanità, infrastrutture e territorio. Questo è il dato ufficiale. Ma la partita politica sarà assai più larga. Le ricostruzioni sulla disponibilità complessiva parlano di ulteriori risorse da affidare alla discussione parlamentare: una prima stima indicava circa 130 milioni per gli emendamenti, ai quali aggiungere 50 milioni destinati al fondo territoriale (Fit); successivamente il margine per le proposte dei partiti è stato quantificato fino a 200 milioni e la dotazione del fondo potrebbe essere portata da 50 a 80 o perfino 100 milioni.

È su quel fondo che si concentrerà buona parte delle attenzioni dei deputati. Dopo i rilievi del ministero dell’Economia sui vecchi finanziamenti territoriali assegnati con eccessiva discrezionalità, la Regione sta cercando un meccanismo meno esposto alle contestazioni. Il Fit dovrebbe finanziare opere pubbliche e iniziative di Comuni e soggetti ecclesiastici attraverso indicazioni formulate dai parlamentari, riservando una parte delle risorse anche alle opposizioni. Il vestito cambia, l’esigenza molto meno: consentire ai deputati di portare finanziamenti nei rispettivi territori a pochi mesi dall’ingresso nell’ultimo anno della legislatura.

Per Schifani il problema non è soltanto contenere l’uso spregiudicato delle “mance”, ma evitare che il confronto sulla manovra diventi un’altra occasione per regolare i conti dentro la maggioranza. All’Ars il governo ha già sperimentato quanto possa diventare fragile una coalizione quando si arriva al voto segreto. E Luca Sbardella, commissario regionale di Fratelli d’Italia, ha riconosciuto apertamente il problema: «L’uso del voto segreto in Sicilia è di gran lunga superiore a quello che si fa a Roma. Bisogna pensare a una riforma». Se a settembre torneranno i malumori, il presidente avrà bisogno di una maggioranza disciplinata proprio mentre dovrà dire molti sì e qualche no.

E qui comincia la seconda partita, quella del sottogoverno. Sul tavolo ci sono alcune delle caselle più appetibili della Regione e i partiti hanno già iniziato a muoversi. L’Irfis è la partita economicamentepiù rilevante. Attraverso la finanziaria regionale transitano alcune delle principali misure di sostegno alle imprese e alle famiglie. Oggi il consiglio d’amministrazione è composto da Ignazio Tozzo, presidente, e dai consiglieri Giovanni Bologna e Vitalba Vaccaro. La gestione attuale è stata insediata il 22 giugno, dopo la mancata conferma di Iolanda Riolo, ma nel centrodestra si ragiona già sul futuro. L’ipotesi circolata è quella di portare il Cda da tre a cinque componenti, aprendo così nuovi spazi alle indicazioni politiche. Per la presidenza viene fatto il nome di Salvatore Nicotra, commercialista acese, considerato vicino al forzista Nicola D’Agostino. È, al momento, un’indiscrezione e come tale va considerata. Irfis, peraltro, non è uno dei carrozzoni in affanno. Nel piano regionale sulle partecipate figura tra le società che possono continuare a operare e il bilancio 2024 si era chiuso con un risultato positivo di 3,7 milioni. Proprio per questo la poltrona pesa.

Fratelli d’Italia guarda invece con particolare attenzione alla Seus. La società che gestisce il 118 è presieduta da Riccardo Castro, considerato espressione dei meloniani. FdI punta a conservare la presidenza e tra le ipotesi c’è anche la sua riconferma, nonostante circoli contemporaneamente la prospettiva di una candidatura alle prossime regionali. Gli altri due componenti del Cda sono Maria Stella Marino, indicata in quota Lega, e Pietro Marchetta, FdI, sui quali viene invece dato per possibile un cambio.

La terza casella calda è la Cts. Il mandato di Gaetano Armao alla guida della Commissione tecnico-specialistica per le autorizzazioni ambientali è terminato ad agosto e la sua eventuale conferma è diventata materia di trattativa. Qui Sbardella ha fornito la chiave più esplicita per capire come FdI intenda affrontare la stagione delle nomine: «Non siamo contrari alla riconferma di Armao, ma tutto va discusso in un pacchetto complessivo che riguarda le nomine che rimangono da fare». Al momento l’assessore Savarino ha designato al suo posto Chiara Tomasino, docente universitaria già in forza allo stesso organismo, mentre Confindustria invita la politica a mettere “giù le mani dalla Cts”.

Il tutto avviene mentre la Regione prova ufficialmente a ridurre il peso dei carrozzoni. Il piano di riordino approvato dalla giunta a fine giugno ne esamina 22 e disegna un quadro tutt’altro che rassicurante: otto sono destinate alla dismissione, altre quattro devono correggere pesantemente la propria gestione e solo dieci superano il vaglio, spesso accompagnate da prescrizioni. A vigilare sulla galassia delle partecipate c’è l’assessore all’Economia Alessandro Dagnino, da cui dipende l’Ufficio speciale chiamato a gestirle e, quando serve, liquidarle: un presidio che dovrebbe servire proprio a evitare sprechi, inefficienze e sopravvivenze ingiustificate. Il sistema che continua a offrire posti preziosi alla politica è dunque lo stesso sul quale gli uffici regionali chiedono di intervenire con liquidazioni, cessioni e piani di risanamento.

Tra le situazioni più delicate c’è quella dell’Ast, dove il piano industriale deve essere rivisto a causa di un disallineamento dei conti di circa dieci milioni. Sicilia Digitale è chiamata a comprimere i costi; Airgest, pur avendo un bilancio positivo, continua a richiedere interventi regionali per sostenere lo sviluppo dell’aeroporto di Trapani. Anche la Sas – che dopo lo scandalo sull’assumificio clientelare ha visto le dimissioni di Pantò (appena salito sul carro di Cateno De Luca) – viene mantenuta, ma il piano segnala che l’organico è cresciuto del 67 per cento e richiama la società a una gestione più rigorosa sul fronte dell’efficienza e dei costi.

Sullo sfondo rimane il terzo braccio della tenaglia: i franchi tiratori. Il voto segreto ha già trasformato dissensi interni in sconfitte parlamentari e nessuno può garantire che a settembre non accada di nuovo. In una maggioranza attraversata da competizioni territoriali e rivalità interne, possono bastare pochi deputati insoddisfatti per rendere incerto un voto e complicare il cammino della manovra.

Schifani dovrà quindi decidere fino a dove resistere. Se proverà a frenare la distribuzione delle risorse territoriali rischierà di scontentare i deputati. Se metterà argini alle richieste sulle nomine dovrà fare i conti con i partiti. Se lascerà crescere quei malumori, ritroverà i franchi tiratori a Sala d’Ercole. Il prezzo del secondo mandato potrebbe essere stabilito molto prima che il centrodestra si sieda attorno a un tavolo per scegliere il candidato.




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Costantino Muscarà

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