Ci avevano raccontato che Genova era un incidente della storia. Venticinque anni dopo, tra crisi sociali, riarmo, genocidio e politiche sicuritarie, appare sempre più come l’anticipazione del presente.
A Genova avevamo provato a dirvelo che quel modello economico avrebbe prodotto disuguaglianze sempre più profonde. Che la globalizzazione non stava universalizzando i diritti ma lo sfruttamento. Che il mercato globale non avrebbe unito il mondo, ma lo avrebbe gerarchizzato. E che la ricchezza si sarebbe concentrata sempre più in poche mani mentre la precarietà sarebbe diventata la condizione normale per milioni di persone.
Avevamo provato a dirvelo che il problema non erano i migranti ma le guerre, il saccheggio delle risorse, il debito, le multinazionali, la finanziarizzazione dell’economia, la privatizzazione dei beni comuni, che il mercato senza limiti non avrebbe prodotto libertà ma nuove forme di dominio.
Ma voi avete guardato l’estintore.
Per venticinque anni il racconto di Genova è stato ridotto a poche immagini isolate. Un estintore. Una camionetta. Una vetrina rotta. Un passamontagna. Come se centinaia di migliaia di persone provenienti da tutto il mondo fossero scese in piazza per quello. Come se il cuore di quella mobilitazione fosse la cronaca di uno scontro e non la critica radicale di un modello economico e politico che oggi mostra tutta la sua devastante attualità.
Foto di Ares Ferrari – Immagine messa a disposizione da w:it:Camillo, CC BY 2.5, Collegamento
A distanza di un quarto di secolo possiamo dirlo senza esitazioni: avevamo ragione.
Avevamo ragione quando denunciavamo la crescita delle disuguaglianze. Oggi poche decine di miliardari possiedono ricchezze superiori a quelle di miliardi di esseri umani.
Avevamo ragione quando parlavamo di precarizzazione del lavoro. Intere generazioni vivono tra salari insufficienti, contratti temporanei, indebitamento e impossibilità di progettare il futuro.
Avevamo ragione quando denunciavamo la distruzione ambientale. Oggi la crisi climatica non è più una previsione ma una realtà quotidiana fatta di alluvioni, incendi, siccità e migrazioni forzate.
Avevamo ragione quando denunciavamo il dominio della finanza sull’economia reale. Oggi le guerre, il cibo, l’energia, l’acqua e perfino le abitazioni sono diventati oggetti di speculazione.
Avevamo ragione quando mettevamo in guardia contro la trasformazione della sicurezza in strumento di governo. Oggi viviamo dentro società attraversate da sorveglianza digitale, riconoscimento biometrico, algoritmi predittivi, zone rosse, criminalizzazione del dissenso e stato di emergenza permanente.
Avevamo ragione persino quando denunciavamo la guerra come strumento di organizzazione del mondo.
Foto di Ares Ferrari – Immagine messa a disposizione da w:it:Camillo, CC BY 2.5, Collegamento
Il nuovo secolo si è aperto con Genova e con l’11 settembre. Da allora abbiamo assistito a una successione quasi ininterrotta di conflitti: Afghanistan, Iraq, Libia, Siria, Ucraina, Palestina. Guerre presentate ogni volta come inevitabili, umanitarie, difensive o necessarie. Guerre che hanno prodotto milioni di morti, profughi, distruzione e nuovi autoritarismi.
Oggi assistiamo persino a un genocidio trasmesso in diretta. Migliaia di palestinesi vengono uccisi, affamati, deportati sotto gli occhi del mondo. E mentre tutto questo accade, chi manifesta solidarietà è criminalizzato, schedato, perseguito.
Anche questo era scritto nelle logiche della globalizzazione neoliberale.
Perché quel sistema non aveva bisogno soltanto di merci che attraversassero le frontiere. Aveva bisogno di confini sempre più violenti per le persone. Aveva bisogno di eserciti, polizie, muri, centri di detenzione, deportazioni e dispositivi di controllo per governare le conseguenze delle proprie disuguaglianze.
Ma avevamo ragione anche su un altro punto, forse il più scomodo da ammettere. Genova non fu soltanto la prova generale della globalizzazione neoliberale. Fu anche un laboratorio repressivo.
Molti pensarono che la Diaz, Bolzaneto, le torture, i falsi verbali, le prove costruite, le violenze indiscriminate e l’uccisione di Carlo Giuliani rappresentassero una parentesi destinata a chiudersi con le sentenze. Non è andata così.
Da Genova a oggi esiste una linea di continuità che attraversa la storia italiana degli ultimi venticinque anni. La ritroviamo nelle torture di Santa Maria Capua Vetere, nei pestaggi nelle carceri di Asti, San Gemignano, Torino e Foggia, nelle vicende di Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Riccardo Magherini, Hasib Omerovic, nelle violenze contro detenuti, migranti e soggetti marginalizzati, nelle pratiche di profilazione razziale, nelle cariche contro studenti, lavoratori, movimenti ambientalisti e manifestanti per la Palestina.
La ritroviamo nell’espansione dei poteri di polizia, nelle zone rosse, nei Daspo urbani, nella sorveglianza digitale, nella criminalizzazione del dissenso e nei decreti sicurezza che negli ultimi anni hanno progressivamente ristretto gli spazi di agibilità democratica.
Per anni ci è stato detto che si trattava di episodi isolati, di mele marce, di errori individuali. Ma osservando questi venticinque anni nel loro insieme emerge un’altra storia: quella di un progressivo rafforzamento dello Stato penale e di una crescente tolleranza istituzionale verso pratiche che comprimono diritti e libertà fondamentali in nome della sicurezza.
Foto di Michele Ferraris – Opera propria, CC BY-SA 4.0, Collegamento
Anche su questo avevamo provato a mettere in guardia. Perché a Genova non era in gioco soltanto il diritto di manifestare. Era già visibile una trasformazione più profonda: il passaggio dalla gestione politica dei conflitti sociali alla loro amministrazione poliziesca. Una trasformazione che oggi appare sotto gli occhi di tutti. Guardatevi attorno.
Il pesce che mangiamo arriva da oceani lontani. I vestiti che indossiamo sono prodotti da lavoratori sottopagati dall’altra parte del pianeta. I nostri telefoni contengono minerali estratti in condizioni spesso disumane. L’energia che consumiamo alimenta guerre e conflitti geopolitici.
Le merci possono attraversare il mondo senza ostacoli. Gli esseri umani no.
Eppure continuano a raccontarci che il problema sono i migranti. Che il problema è chi fugge dalla fame, dalle guerre, dalle dittature o dalla devastazione climatica. Ci invitano a guardare verso il basso, contro chi sta peggio di noi, mentre la concentrazione della ricchezza e del potere raggiunge livelli senza precedenti.
È la stessa logica che venticinque anni fa metteva in competizione lavoratori italiani e stranieri. La stessa che oggi alimenta nazionalismi, razzismo, remigrazione e guerre tra poveri.
Perché il vero capolavoro del neoliberismo è stato proprio questo: convincere gli sfruttati che il loro nemico fosse un altro sfruttato.
A Genova avevamo provato a dirvelo. Avevamo indicato la luna di un sistema che stava globalizzando il profitto, privatizzando i diritti e socializzando i costi delle proprie crisi. Ma avete preferito guardare il dito. Anzi, l’estintore.
Oggi quell’estintore continua a essere agitato ogni volta che si vuole evitare di discutere delle ragioni profonde di quel movimento. Serve ancora a rimuovere la domanda fondamentale che Genova poneva allora e continua a porre oggi: chi governa davvero il mondo e nell’interesse di chi?
È una domanda che riguarda il lavoro, la guerra, la crisi climatica, il genocidio in Palestina, la repressione del dissenso, la concentrazione della ricchezza e la progressiva erosione della democrazia.
Per questo Genova non appartiene al passato. Genova è il presente.
E forse il modo migliore per ricordare Carlo Giuliani, la Diaz, Bolzaneto e le centinaia di migliaia di persone che attraversarono quelle giornate non è difendere una memoria. È riprendere quella domanda interrotta e tornare a guardare, finalmente, la luna.
(3 – continua)
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