Elon Musk, SpaceX, e il dogma dei diritti di proprietà



Elon Musk, cui già ci si riferiva come al “miliardario Elon Musk”, è ora trilionario. La settimana scorsa la sua azienda dominante di servizi aerospaziali e spaziali SpaceX ha offerto agli investitori l’occasione di comprare azioni dell’azienda al prezzo di 135 dollari l’una. L’Offerta Pubblica d’Acquisto Iniziale (OPAi), la maggiora della storia finora, ha procurato – si stima – 87,5 miliardi di dollari, che significa che il valore totale d’impresa, almeno sulla carta, è oltre 2 trilioni di dollari. Dato che Musk possiede circa 85% del capitale azionario di SpaceX, ciò lo rende il primo trilionario al mondo.

Le reazioni pubbliche a questi avvenimenti sono state fragorose. Secondo alcuni commentator, l’OPAi rappresenta l’incoraggiante inizio di una nuova “economia d’era spaziale”. Altri li denunciano come uno “schema di Ponzi” che manderà presto in rovina gli acquirenti che hanno strapagato le azioni. Come si valuti l’OPAi pare dipendere dalla propria ammirazione o avversione in generale per Musk. i suoi partigiani lo dipingono come un genio tecno-megaziendale le cui creature (fra cui Tesla, Twitter/X, Starlink, SpaceX, e xAI) combinano la creatività di un Leonardo con le mazzate organizzative di un John D. Rockefeller. i suoi nemici lo considerano un oligarca con una tendenza fascistoide che ha versato una fortuna nelle campagne elettorali di Trump, diventando il secondo maggior appaltatore pubblico e dirigendo poi il meschino programma di taglio a raso di sforzi umanitari e scientifici di agenzie federali come U.S.A.I.D.

Il chiacchiericcio continua su ogni versante del dilemma se SpaceX sia un pozzo di San Patrizio o una bolla speculativa; se Musk sia un Thomas Edison o un dottor Stranamore. Ma tace stranamente riguardo a un aspetto ben più ampio e significativo: il tema proprietà azionaria e diritti di proprietà.

La detenzione azionaria di Musk in Space X, come nella sua piattaforma mediatica Twitter/X, gli dà “super-diritti di voto”, ossia il potere di decidere da solo come la/le sue aziende e le loro articolazioni debba/no agire – cioè, quali attività perseguire, dove situate, quali prezzi da praticare per i propri servizi, quanto pagare i dipendenti, come distribuire o reinvestire i profitti, come rapportarsi col governo USA, e altro ancora. Il neo-trilionario avrà pertanto poteri pressoché dittatoriali su un impero economico esteso dai media ai razzi riutilizzabili, ai veicoli spaziali, ai satelliti di internet, ai centri dati orbitali di IA, e magari alle risorse richieste per colonizzare Marte. Ma qui è appunto dove cessa il rumore dell’obiezione. Va bene criticare le azioni sopravvalutate di SpaceX e le connessioni politiche di Musk – ma non i suoi diritti e poteri di proprietario di una delle più ricche megaziende [azionarie] al mondo.

Dove siano in ballo diritti proprietari, il silenzio nelle società capitaliste è assordante. Le dimensioni, come recita il detto, non sono tutto. Che un imprenditore possegga un piccolo negozio d’angolo o una megazienda trilionaria, il dogma capitalista stabilisce due principi considerati indiscutibili:

  • Primo – la proprietà di un’impresa è una giusta e adeguata remunerazione dell’abilità imprenditoriale e dell’investimento monetario.
  • Secondo – la proprietà conferisce al proprietario i diritti esclusivi di determinarne gli obiettivi, le strutture, il personale, la sede, e l’operatività quotidiana.

In teoria, tali diritti e poteri possono essere modificati in qualche misura da fattori esterni quali forze di mercato e regolamentazioni governative. Ma oligarchi come Elon Musk controllano ampiamente sia mercato che governo, il che significa che esercitano potere quasi-dittatoriale su vaste imprese.

“la democrazia va bene al proprio posto”, sostengono. Ma il proprio poso non è l’azienda azionaria capitalista.

Perché questo non è argomento di discussione vivace, rabbiosa, specialmente fra soloni e politici all’opposizione del macchinario politico di Donald Trump e dei suoi sostenitori MAGA? La risposta, penso, è che mettere in discussione i diritti proprietari e l’autorità decisionale degli imprenditori come Musk sfida dogmi considerati sacri anche dai “progressisti”. Ecco perché si considera regolare parlare di tassare i miliardari o regolamentare le megaziende di IA ma non le strutture di proprietà e di controllo che rendono quasi certamente impossibile o senza mordente attuare una tele riforma. Sollevare il tema delle alternative al sistema tardo-capitalista di proprietà evoca immagini da guerra fredda di comunismo che pongono fine alla discussione. La tremebonda esclusione di alternative è come funzionano i tabù in politica come in religione.

Nina Simone canta “Vorrei poter sapere come ci si sente da liberi”. Come sarebbe se fossimo liberi di sfidare i dogmi capitalisti – chiedere, per esempio, se gli imprenditori creativi meritino di essere ricompensati con la proprietà delle imprese che contribuiscono a creare. Supponendoci d’accordo, almeno a scopo di argomentazione, che sognare un modo di fabbricare razzi riutilizzabili e investire denaro in quell’impresa valga una ricompensa sostanziosa, anche se sia il sogno che l’investimento erano molto sostenuti da lavoro e risorse di altri. La ricompensa dovrebbe comprendere la proprietà e il controllo permanenti di un’azienda il cui valore ora eccede il PIL di gran parte delle nazioni al mondo?

E quel controllo dovrebbe conferire non solo il diritto di mietere i profitti aziendali per sempre (o fino alla liquidazione dell’azienda), ma anche il potere di prendere tutte le decisioni operative basilari ivi compreso se e come investire quei profitti, con quali governi o altre aziende azionarie collaborare o competere, quanto “investire” in contributi politici e quali candidati sostenere, se produrre beni e servizi per usi pacifici o militari … e così via?

Se facessimo tale discussione in un ambiente neutrale, non strutturato, potremmo decider che a un imprenditore innovative come Musk si dovrebbe garantire un o splendido reddito e un ruolo nel successivo sviluppo dell’impresa – ma potremmo altrettanto imporre limiti rigorosi di reddito e di termini alla sua partecipazione. Potremmo negargli il diritto di prendere decisioni aziendali con effetto diretto sull’interesse pubblico e la cosa dovrebbe avvenire democraticamente. Potremmo fare ogni sorta di accordi – ma il sistema tardo-capitalista che struttura il nostro ambiente sociale fa sembrare la discussione irrimediabilmente utopica.

Il motore di base di questo sistema, riflesso nella sua definizione dei diritti di proprietà, è privatizzare la produzione – cioè disabilitare il pubblico dal giocare un ruolo determinante nel processo decisionale economico. Le nazioni capitaliste praticano la democrazia fintanto che non sfida il potere quasi-dittatoriale dei grandi proprietari. Come scrisse un tempo Karl Marx, “Agli oppressi si permette di decidere una volta ogni qualche anno quali rappresentanti particolari della classe opprimente debbano rappresentarli e reprimerli in parlamento” (“Critica del Programma Gotha”, 1875).

Per grossa che sia, la OPAi su SpaceX di Musk è solo la prima di una serie di enormi offerte azionarie in emissione quest’anno. Devono seguire le offerte dei giganti dell’Intelligenza Artificiale Open AI e Anthropic. Avvenimenti che dovrebbero provocare un’eruzione di dibattiti sul potere oligarchico, la proprietà aziendale azionaria, e il bisogno di vera democrazia. Invece, ci vengono offerte ragioni per starcene quieti da guru degli investimenti come Zachary Karabell, che consiglia ai lettori del Washington Post che “L’OPAi di SpaceX ha un lato incoraggiante”:

“Col crescere della ricchezza smodata di Musk, le azioni di SpaceX verranno distribuite per tutto il mercato in cambio di [quote di] fondi – alla pari e mutui – posseduti da più di metà degli americani … Cosa non rischiosa come pare. Gran parte degli investitori individuali avrà solo una piccola esposizione verso SpaceX … Ma entro un mese milioni di persone e migliaia di enti possiederanno il capitale aziendale. La democratizzazione dei mercati azionari è una mutazione importante dell’economia USA. Più persone che mai sono legate al successo dell’intero mercato”.

L’autore è evidentemente inconscio che “la democratizzazione dei mercati azionari” è un mito ingannevole accettato da virtualmente nessun serio analista. Proprietà democratica? L’un percento di vertice della popolazione USA misurata in base ai redditi possiede più del 50% di tutte le azioni trattate nelle borse USA. IL 10% superiore ne possiede intorno al 90%, mentre il 50% più in basso della popolazione ne possiede solo l’1%. Se la “democrazia” è definite in base alla proprietà azionaria, il trend è chiaramente anti-democratico. La quota del 10% superiore è cresciuta via via dal 81.7% nel 1989 al 87–93% oggi e continua a crescere.

Inoltre, la distribuzione delle azioni SpaceX “indicizzate” ai fondi mutui che contribuisce a finanziare le pensioni di anzianità e altri benefici per milioni di americani non ha nulla a che fare con la democrazia. Di fatto, inverte il principio fondamentale che la democrazia significhi partecipazione di massa al processo decisionale. Nell’accordo (“schema di convenienti interazioni” descritto da Karabell, i pensionati riceveranno pagamenti (assolutamente non garantiti) collegati al prezzo delle azioni SpaceX stock in cambio dell’accettazione il completo controllo di un oligarca su una delle aziende azionarie più ricche e politicizzate al mondo.   Che è lo stesso accordo che tutti i lavoratori e pensionati della società tardo-capitalista sono tenuti a ratificare. Essi e i loro rappresentanti politici devono sommettersi all’effettiva dittatura dei proprietari azionari in cambio di un modesto prezzo per il loro atto.

Possono parlare della ricchezza e influenza politica eccessive di Elon Musk e delle due sue abitudini personali raccapriccianti quanto par loro. Possono perfino patrocinare la regolamentazione degli eccessi societari e la tassazione dei ricchi! Ma porre in discussione il sacro dogma dei diritti di proprietà è considerato blasfemia  – un tabù che induce la gran parte dei “sinistrorsi” come pure dei “centristi” a mantenersi in silenzio.

È una specie d’inibizione, basata su vecchi stereotipi e paure da guerra fredda, che ci trattiene perfino da immaginare alternative all’attuale sistema di governo oligarchico.

Ma, chissà, forse l’OPAi di SpaceX e i suoi imminenti successor ci shockeranno al punto d’indurci a considerare tali argomenti tabù come proprietà pubblica, produzione controllata dai [suoi] lavoratori, e democrazia partecipata. Ci sono tempi – e questo è uno di quelli – quando tale blasfemia è l’unica strada per la salvezza sociale.


EDITORIAL, 22 Jun 2026

#956 | Richard E. Rubenstein – TRANSCEND Media Service

Traduzione di Miki Lanza per il Centro Studi Sereno Regis


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