Finita l’ordalia ferragostana tornano i problemi che per qualche giorno abbiamo accantonato. Tra questi, anche per il consueto confronto estivo tra chi è rimasto al Sud e chi è emigrato al Nord, l’autonomia differenziata. È  uno di quei temi che mi irritano al punto che invece di argomentare vorrei solo lanciarmi in una lunga sequenza di insulti. Questo non tanto per le posizioni di Calderoli e della Lega, la cui statura intellettuale è nota, ma per tutto il contorno di azzeccagarbugli bipartisan che ruota intorno a questa idiozia. LEP, materie o funzioni trasferibili, intese con le Regioni, procedure parlamentari, come se fossimo davanti a una complicata ma necessaria riforma amministrativa e non a una questione che investe l’idea stessa di appartenenza a una unica comunità politica: il Veneto e la Basilicata ne fanno entrambe parte?

Il nodo fondamentale da sciogliere è in realtà molto semplice: può il rapporto tra un cittadino e uno Stato unitario cambiare in funzione della Regione nella quale quel cittadino vive? Ma prima ancora in quale substrato culturale può nascere l’idea stessa, fuori da ogni logica e da ogni Grazia di Dio, che questo sia possibile?

Il Nord ha mantenuto il Sud?

Dalla Unità d’Italia ad oggi la pubblicistica mainstream ha costruito l’immagine di un Nord produttivo che produce ricchezza, paga le tasse e mantiene un Mezzogiorno assistito, inefficiente e incapace di utilizzare le risorse ricevute.

Persino la Cassa per il Mezzogiorno viene normalmente inserita nel conto dei grandi trasferimenti dal Nord al Sud. Ma qui bisognerebbe distinguere tra ciò che è intervento straordinario e cosa è intervento ordinario. Quello straordinario in termini logici si aggiunge a quello ordinario.

Se al Nord con la spesa ordinaria si costruiva un’autostrada a due corsie per senso di marcia, un intervento davvero straordinario al Sud avrebbe dovuto significare due corsie finanziate dalla normale politica fiscale e una terza per recuperare il divario. Vi risulta sia andata così? Vogliamo confrontare strade, ferrovie porti e aeroporti al Sud e al Nord o parlare di imprenditoria assistita al Nord e al Sud a partire dalla FIAT?

Non è un problema nuovo. Proprio per conoscere quanto e dove lo Stato effettivamente spendesse che nacquero i Conti Pubblici Territoriali, voluti da Carlo Azeglio Ciampi. Nel 2023 la spesa pubblica corrente pro capite del Settore Pubblico Allargato è stata di 21.609 euro nel Nord-Ovest, 20.220 euro nel Nord-Est, 22.298 euro nel Centro, 14.927 euro nel Sud e 16.875 euro nelle Isole. C’è altro da aggiungere?

I CPT hanno avuto un merito fondamentale: costringerci a passare dalla propaganda ai conti. E non basta sommare i fondi formalmente destinati al Mezzogiorno. Bisogna vedere dove finiscono complessivamente spesa corrente, investimenti, infrastrutture e attività delle imprese pubbliche.

Perché esiste un fenomeno che nella discussione italiana viene sempre dimenticato: la ricchezza tende a concentrarsi dove la ricchezza è già concentrata.

Infrastrutture, università, grandi imprese, sedi finanziarie, amministrazioni, centri decisionali e capitale umano producono economie di agglomerazione. Un territorio centrale attira altri investimenti proprio perché è già centrale. Le imprese trovano fornitori, competenze, servizi e mercati più facilmente. Le sedi direzionali si concentrano dove esistono altre sedi direzionali. Il maggiore reddito produce maggiore gettito, che consente nuovi investimenti e ulteriore centralità.

Il processo è cumulativo:

centralità → investimenti → produttività → redditi → gettito → nuovi investimenti → ulteriore centralità.

Nelle periferie funziona esattamente al contrario.

Non si tratta dunque soltanto di redistribuire ricchezza. Si tratta di redistribuire centralità.

Il residuo fiscale non appartiene alle Regioni

Su questa costruzione culturale si innesta l’altro grande argomento: il residuo fiscale.

La Lombardia versa allo Stato più di quanto riceve, dunque avrebbe un credito. Il Veneto pure. E da qui discenderebbe una sorta di diritto morale a trattenere una quota maggiore delle risorse prodotte sul proprio territorio.

Ma c’è un problema elementare: le Regioni non pagano l’IRPEF. La pagano i cittadini.

Il residuo fiscale territoriale è un dato statistico ottenuto sommando posizioni individuali diverse. Per quello che ho scritto prima alcune regioni hanno più individui con capacità fiscale maggiore. Trasformarlo in un diritto della Regione significa cambiare soggetto senza dirlo: si passa dal contribuente al territorio.

James Buchanan, uno dei grandi teorici del federalismo fiscale e certamente non un economista sospettabile di simpatie stataliste, pose il problema in termini molto più rigorosi: l’equità fiscale riguarda gli individui.

Il principio può essere espresso in maniera semplice:

a parità di capacità contributiva e di bisogni, il saldo tra contribuzione fiscale e prestazioni pubbliche non dovrebbe dipendere dalla Regione nella quale il cittadino risiede.

Un cittadino ricco deve contribuire più di uno povero. Un anziano può avere bisogni sanitari maggiori di un giovane. Una persona con disabilità può ricevere più servizi di un’altra. Ma non si vede per quale ragione due cittadini nelle medesime condizioni reddituali dovrebbero avere diritti diversi perché uno abita a Milano e l’altro a Matera. Un pensionato che decidesse di trasferirsi da Milano a Potenza mantiene la stessa pensione: in base a quale principio dovrebbe invece perdere, a parità di bisogno, qualità nell’assistenza sanitaria o nell’accesso agli altri diritti fondamentali? Se accettiamo invece il principio che il gettito appartenga al territorio nel quale viene prodotto, non c’è alcuna ragione logica per fermarsi alle Regioni. Milano potrebbe rivendicare il proprio residuo nei confronti del resto della Lombardia; il quartiere più ricco nei confronti di quello più povero.

È precisamente per questo che una comunità politica esiste: perché la fiscalità mette in relazione persone, non territori proprietari delle imposte riscosse entro i propri confini.

Eppure intellettuali stimati dai media di sistema dicono scemenza senza contrasto.

Luca Ricolfi arrivò persino a parlare di un Sacco del Nord, costruendo una contabilità nella quale il maggior tempo libero del Mezzogiorno veniva valorizzato come componente del benessere, con il paradosso di attribuire valore anche al tempo reso disponibile dalla maggiore disoccupazione.

Emanuele Felice ha invece insistito sulla debolezza delle classi dirigenti meridionali e sulla responsabilità interna del Sud nel proprio ritardo assumendo implicitamente che le classi politiche settentrionali con Bossi, Borghezio e Calderoli siano più performanti dei suoi compagni di partito come Emiliano o De Luca. Magnifico! Felice è stato responsabile economico del PD. È così che il PD vuole vincere le elezioni?

Due costruzioni diverse, ma accomunate dalla volontà di giustificare la diversa distribuzione nel tempo di investimenti, infrastrutture, funzioni pubbliche e centralità economica, come se quella distribuzione non fosse una delle cause del divario Nord-Sud ma la conseguenza di una diversa antropologia del Nord e del Sud. Chiaro perché poi mi scappa l’insulto?

Il problema non è soltanto la Lega

Sarebbe comodo attribuire tutto questo alla Lega e sarebbe anche falso.

L’autonomia differenziata è entrata nella Costituzione con la riforma del Titolo V approvata dal centrosinistra nel 2001. Nel 2018 il governo Gentiloni sottoscrisse gli accordi preliminari con Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna. Il percorso continuò con il governo Draghi e con Mariastella Gelmini ministra per gli Affari regionali.

È quindi esistita una continuità che attraversa schieramenti diversi.

Ed è questo che rende interessante interrogarsi sul ruolo di quella componente riformista e centrista del PD che per decenni ha rappresentato una sorta di garante politico del sistema economico e istituzionale esistente, soprattutto nel rapporto con il Nord produttivo e con le classi dirigenti europee.

Persino il presidente Mattarella ha in più occasioni trattato l’autonomia differenziata come un percorso costituzionale possibile. Un atteggiamento che ha contribuito alla sensazione che il problema riguardasse soprattutto il come, più che il perché.

È su quel “perché” che invece bisognerebbe tornare.

Una sola comunità politica

La Corte costituzionale, con la sentenza n. 192 del 2024, ha fortemente ridimensionato la legge Calderoli. Ha chiarito che non possono essere trasferite indiscriminatamente intere materie, che occorre ragionare sulle singole funzioni e che autonomia, sussidiarietà e differenziazione devono essere lette dentro i principi di unità, solidarietà e uguaglianza della Repubblica.

Ma prima ancora della Corte esiste un principio politico elementare. Una comunità politica è tale se i suoi cittadini accettano di contribuire secondo le proprie possibilità a bisogni che possono manifestarsi in qualunque punto geografico della comunità.

Io pago le imposte non perché vengano necessariamente spese nel quartiere nel quale vivo. Le pago perché appartengo a una comunità politica che ha deciso di garantire sanità, istruzione, sicurezza, infrastrutture e diritti uguali ai propri membri.

Se cominciamo invece a stabilire che ciò che viene riscosso in Lombardia appartiene alla Lombardia e ciò che viene riscosso in Basilicata appartiene alla Basilicata, abbiamo già demolito la natura unitaria della Repubblica. Non saremmo più cittadini della stessa comunità che contribuiscono secondo capacità e ricevono secondo diritti e bisogni. Saremmo territori che contrattano tra loro quanto dare e quanto trattenere.

E questa, molto più dei tecnicismi sui LEP, è la questione che l’autonomia differenziata pone al Paese. Se siamo o no una unica Nazione, termine che piace molto all’attuale maggioranza?


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Redazione Basilicata24

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