La dottoressa Maria Rita Marchi dell’Ulss 6 Euganea spiega cosa succede al corpo quando tratteniamo il respiro sott’acqua e perché l’apnea può diventare pericolosa. Dal blackout ipossico all’iperventilazione, ecco quali sono i rischi da conoscere
La tragedia di un ragazzo di 19 anni, morto i primi di agosto in una piscina privata a Montecchio Precalcino, nel Vicentino, ha riportato l’attenzione su un rischio che spesso viene sottovalutato: l’apnea praticata in piscina come gioco o sfida tra amici.
Secondo le prime ricostruzioni, ancora al vaglio degli inquirenti, il giovane potrebbe essere morto durante una gara di apnea con un amico, una sfida a chi riusciva a rimanere più a lungo sott’acqua. Il ragazzo si sarebbe immerso senza poi tornare in superficie. I soccorsi sono intervenuti rapidamente, ma per lui non c’è stato nulla da fare. La Procura di Vicenza sta indagando sulla dinamica e dovrà chiarire se si sia trattato di un blackout provocato dalla carenza di ossigeno o di un malore.
Al di là della vicenda specifica, l’episodio richiama l’attenzione su un pericolo ben preciso. Come spiega l’Ulss 6 Euganea in un post su Facebook curato dalla dottoressa Maria Rita Marchi, direttore dell’UOC Pneumologia dell’Ospedale di Cittadella, trattenere il respiro sott’acqua troppo a lungo può portare a una perdita improvvisa di coscienza, con conseguenze potenzialmente drammatiche.
I rischi dell’apnea
Quando tratteniamo il respiro, l’organismo continua naturalmente a consumare ossigeno. Con il passare del tempo, quindi, la quantità di ossigeno disponibile diminuisce mentre aumenta quella di anidride carbonica. È proprio l’aumento della CO₂ a generare il crescente bisogno di respirare. Ma questo meccanismo può essere alterato, creando una situazione particolarmente pericolosa.
Uno degli errori più comuni consiste nel fare respiri molto profondi e rapidi prima di immergersi, nella convinzione di poter così “fare scorta d’aria” e rimanere più a lungo sott’acqua.
In realtà, spiega l’Ulss 6 Euganea, l’iperventilazione non permette di immagazzinare una quantità significativamente maggiore di ossigeno. Riduce invece rapidamente la concentrazione di anidride carbonica nel sangue. Il risultato è ingannevole: lo stimolo a respirare arriva più tardi, ma nel frattempo l’ossigeno continua a diminuire.
Una persona può quindi arrivare a livelli di ossigenazione incompatibili con la normale attività cerebrale senza avvertire in tempo il bisogno di riemergere. Può verificarsi così il cosiddetto blackout ipossico, cioè una perdita improvvisa di coscienza provocata dalla carenza di ossigeno.
Il problema è particolarmente grave in acqua: chi perde conoscenza sott’acqua non può chiedere aiuto e può annegare rapidamente. Inoltre, lo svenimento può avvenire senza movimenti evidenti, rendendo difficile per chi si trova nelle vicinanze accorgersi immediatamente di ciò che sta accadendo.
L’apnea non diventa sicura semplicemente perché viene praticata da una persona giovane, allenata o capace di nuotare bene. Anzi, secondo l’esperta, gli episodi di blackout ipossico riguardano in particolare uomini sotto i 40 anni e in buona forma fisica.
Essere allenati può infatti contribuire a far percepire l’apnea come più facile e a spingere inconsapevolmente oltre il proprio limite. Anche l’ambiente della piscina può creare una falsa sensazione di sicurezza: l’acqua è bassa, ci sono altre persone e sembra di avere tutto sotto controllo.
Ma una perdita improvvisa di coscienza sott’acqua cambia completamente la situazione.
Un altro elemento da considerare è il cosiddetto riflesso di immersione. Il contatto dell’acqua, soprattutto se fredda, con il viso e le narici attiva una risposta automatica dell’organismo che porta, tra le altre cose, a un rallentamento della frequenza cardiaca e a una redistribuzione del flusso sanguigno verso organi essenziali come cuore e cervello.
Questa risposta può modificare la percezione dello sforzo durante l’immersione. In alcune persone, soprattutto in presenza di patologie cardiache, possono inoltre verificarsi aritmie o altri problemi cardiovascolari.
Le sfide tra amici
“Chi riesce a stare più a lungo sott’acqua?”. Può sembrare un gioco innocuo, soprattutto tra ragazzi e giovani adulti. In realtà, proprio la competizione può spingere a ignorare i segnali del corpo e a continuare l’apnea quando sarebbe già necessario respirare. Il rischio aumenta ulteriormente se, prima dell’immersione, si ricorre all’iperventilazione per cercare di resistere più a lungo.
Per questo l’Ulss 6 Euganea invita a non trasformare l’apnea in una gara e a non incoraggiare giochi basati sulla resistenza sott’acqua.
Particolare attenzione va riservata a bambini e ragazzi, ai quali è importante spiegare che una gara a chi rimane più a lungo sott’acqua non è un gioco sicuro.
Le regole fondamentali per evitare incidenti
Il messaggio degli esperti è molto chiaro: l’apnea non dovrebbe essere improvvisata in piscina né altrove.
È importante soprattutto:
- non iperventilare mai prima di trattenere il respiro
- non praticare mai l’apnea da soli: deve esserci una persona in grado di osservare continuamente chi è sott’acqua e intervenire rapidamente
- non trasformare l’apnea in una gara o in una sfida
- non praticare apnea dopo aver consumato alcolici
- in presenza di problemi cardiaci noti, parlarne prima con il proprio medico
- se si vuole praticare l’apnea come disciplina sportiva, affidarsi a corsi strutturati e istruttori qualificati
Fonte: Ulss 6 Euganea
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Francesca Biagioli
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