Più di 18mila carichi utili in orbita (di cui oltre 10mila satelliti di SpaceX), costellazioni commerciali in rapida crescita e programmi militari in espansione: lo spazio è ormai un’infrastruttura critica per l’economia e per la sicurezza. Il 25 giugno 2025 la Commissione europea ha proposto l’EU Space Act, un regolamento che punta a dare regole comuni a sicurezza, resilienza e sostenibilità delle attività spaziali nell’Unione. Vediamo i passaggi storici e lo stato attuale di questo nuovo iter europeo.
L’Unione Europea svolge un ruolo nel settore spaziale da qualche decennio, concentrandosi principalmente sulle applicazioni commerciali e sui servizi ai cittadini. Ma, negli ultimi anni, è diventato sempre più importante anche il tema dell’autonomia strategica.
Le prime forme di cooperazione europea risalgono agli anni Settanta, con la nascita dell’European Space Agency (ESA) nel 1975, un’organizzazione intergovernativa distinta dalle istituzioni comunitarie. All’inizio degli anni Duemila, la Commissione avvia una collaborazione strutturata con l’ESA, sviluppando una strategia spaziale congiunta nel 2000 e una politica spaziale nel 2007, a sostegno di programmi come Galileo e Copernicus.
Nel 2004 l’UE istituisce l’Autorità di vigilanza europea GNSS (GSA), incaricata dei programmi europei di navigazione satellitare. Nel 2009, il Trattato di Lisbona amplia il ruolo dell’Unione: l’articolo 189 del TFUE riconosce la competenza a sviluppare una «politica spaziale europea», anche attraverso un programma dedicato, ma esclude l’armonizzazione delle legislazioni nazionali.
Nel 2021 la GSA diventa EUSPA, l’Agenzia dell’Unione europea per il Programma spaziale, cui spetta oggi la gestione operativa e la sicurezza di programmi come Galileo ed EGNOS.
La svolta politica arriva nel 2022, quando i leader europei riconoscono lo spazio come «dominio strategico» conteso nell’ambito della Bussola strategica. Nel marzo 2023, la prima comunicazione congiunta della Commissione e dell’Alto rappresentante dedicata al settore introduce la Strategia spaziale dell’UE per la sicurezza e la difesa, con l’obiettivo di proteggere gli interessi europei, scoraggiare attività ostili e rafforzare l’autonomia strategica. È qui che compare, ancora in forma preliminare, l’ipotesi di una legge spaziale europea.
Il 14 novembre 2023 il Consiglio ribadisce la necessità di norme e principi comuni per le attività spaziali, riconoscendo il ruolo strategico dell’Unione come potenza globale.
Nell’ottobre 2023, il programma di lavoro della Commissione per il 2024 inserisce formalmente una «EU Space Law», prevista per il primo trimestre del 2024, con una doppia base giuridica: gli articoli 114 e 191 TFUE, relativi rispettivamente al mercato interno e all’ambiente. La proposta, tuttavia, non arriva nei tempi previsti, probabilmente anche a causa delle elezioni europee e dell’insediamento della seconda Commissione von der Leyen.
Le raccomandazioni dei rapporti Draghi e Letta del 2024 e gli orientamenti politici 2024-2029 contribuiscono a rilanciare il progetto. Nel giugno 2025 la Commissione presenta infine l’EU Space Act. La proposta si fonda sull’articolo 114 TFUE, relativo al mercato interno: viene eliminato il riferimento all’articolo 191 e non è citato l’articolo 189, che esclude l’armonizzazione delle leggi nazionali in materia spaziale. La Commissione sceglie così la strada del mercato interno per intervenire sulle regole di autorizzazione.
Una scelta giuridicamente motivata, ma politicamente sensibile.
La proposta della Commissione: tre pilastri
L’obiettivo dell’EU Space Act è superare il mosaico normativo europeo: tredici Stati membri dispongono già di una legislazione nazionale sullo spazio, con procedure autorizzative differenti. Per gli operatori transfrontalieri questo può tradursi nella necessità di ottenere più autorizzazioni in diversi Paesi.
Il regolamento, articolato in 119 articoli, punta a un’armonizzazione mirata su tre ambiti.
Sicurezza. Obblighi per garantire la tracciabilità degli oggetti spaziali, gestire il fine vita dei satelliti, ridurre i detriti e prevenire le collisioni. Come nell’AI Act, il rigore degli obblighi varia in base al rischio: per le missioni in orbita molto bassa è previsto un regime meno stringente, grazie al rientro più rapido dei satelliti.
Resilienza. Un quadro di valutazione dei rischi informatici specifico per le infrastrutture spaziali, con obblighi proporzionati alle dimensioni dell’operatore, alla criticità della missione e alla propulsione utilizzata.
Sostenibilità. Una metodologia comune e obbligatoria per calcolare l’impatto ambientale delle attività spaziali, basata sul ciclo di vita, insieme alla promozione delle tecnologie di manutenzione in orbita e a un database condiviso per ridurre costi e inefficienze.
Il regolamento si applicherebbe sia agli operatori europei sia a quelli di Paesi terzi che offrono servizi nell’Unione. Per questi ultimi è prevista la vigilanza dell’EUSPA.
Sul fronte delle autorizzazioni, gli Stati membri riconoscerebbero i titoli rilasciati dagli altri Paesi per le materie disciplinate, mantenendo la possibilità di imporre requisiti più severi quando oggettivamente necessario. Per le costellazioni sarebbe prevista un’unica autorizzazione per l’intera costellazione, anziché una per ciascun satellite.
Gli obblighi aumenterebbero in funzione delle dimensioni: la proposta distingue costellazioni, da 10 a 99 veicoli, mega-costellazioni, da 100 a 999, e giga-costellazioni, con almeno 1.000 satelliti.
L’entrata in applicazione è prevista dal 1° gennaio 2030, con un regime transitorio fino al 2032 per alcune autorizzazioni. Il testo è ora all’esame del Parlamento europeo e del Consiglio, in un confronto che coinvolge anche gli interessi nazionali.
Le implicazioni per imprese e Stati membri
Le conseguenze dell’EU Space Act non saranno soltanto tecniche. La proposta ha già alimentato un dibattito a livello europeo, nazionale e con i partner spaziali esterni.
Se l’iter legislativo confermerà l’impianto attuale, le imprese europee, comprese le start-up, potrebbero beneficiare di maggiore certezza del diritto e di autorizzazioni utilizzabili in tutta l’Unione. Per gli Stati con programmi spaziali consolidati, secondo la Commissione, l’adeguamento comporterebbe oneri amministrativi limitati, introducendo un quadro complementare alle legislazioni nazionali.
L’obiettivo è ridurre i costi e aumentare la competitività nel lungo periodo, ma l’impatto nel breve e medio termine resta da valutare. Secondo le stime della stessa Commissione, i costi di produzione delle aziende potrebbero aumentare fino al 10%. La scelta di un regolamento, anziché di una direttiva, comporterebbe inoltre minore flessibilità nell’applicazione delle norme.
Anche la base giuridica è controversa. Il ricorso all’articolo 114 TFUE viene giustificato con le disparità tra le legislazioni nazionali, considerate potenzialmente incompatibili con il funzionamento del mercato interno. La scelta ha tuttavia suscitato obiezioni da parte di alcuni Stati membri, tra cui l’Italia, che hanno chiesto un parere al servizio giuridico del Consiglio dell’UE.
Resta da chiarire anche il rapporto con l’European Space Agency, che sembra indirizzata a svolgere un ruolo tecnico e operativo senza un ruolo sostanziale di policy, mentre l’EUSPA si vedrebbe riconosciuto un ruolo chiave, insieme e a supporto della Commissione.
Così come resta la domanda di fondo su quanto questo atto possa aiutare l’Europa a colmare il gap tecnologico con gli altri grandi attori internazionali. Può essere un primo passo, fortemente richiesto, per armonizzare e sostenere un quadro comune europeo, che però deve fare ancora i conti con i limiti dei trattati istitutivi dell’Unione, enti e agenzie concorrenti e legislazioni e interessi nazionali.
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