Intervista ad Arthur Laffer: “L’Europa tassa la prosperità. Se guidassi l’Ue la cancellerei”


Parla l’economista che fece da consigliere a Reagan: “Trump? L’economia americana continuerà a crescere”

«Altro che patrimoniali o tasse sui milionari, quando si tassa la ricchezza se ne ottiene inevitabilmente di meno». È questa la convinzione di Arthur Laffer, uno dei padri della supply-side economics e inventore dell’omonima curva, già consigliere economico di Ronald Reagan e Thatcher, tra gli economisti che più hanno influenzato la rivoluzione fiscale degli anni Ottanta.

Professor Laffer, come valuta la crisi del welfare?

«Il principio è semplice: se tassi il lavoro, il reddito e l’impresa, ne avrai di meno. Il grande errore europeo è pensare che il problema siano i milionari. È falso. Il problema sono i poveri. L’obiettivo dovrebbe essere rendere ricchi i poveri, non rendere poveri i ricchi. Certo serve una rete di sicurezza per chi non può lavorare, ma non un sistema che renda più conveniente vivere di sussidi.

Purtroppo l’attuale cultura dello stato sociale ha creduto che un assegno possa sostituire un lavoro, e le conseguenze sono state meno lavoro e meno ricchezza. Il punto è che l’aumento delle tasse, come ho scritto nel mio ultimo libro “Taxes Have Consequences”, ha sempre conseguenze e queste sono quasi sempre negative…».

Dai dazi al fisco, qual è il suo giudizio sul programma economico di Trump?

«Molto positivo. Abbiamo ridotto l’aliquota sulle società dal 34 al 21%, abbassato quella personale massima dal 39,6 al 37%, introdotto la deduzione immediata degli investimenti e ridotto fortemente la tassazione sulle successioni. Poi c’è stata la deregolamentazione, soprattutto nell’energia.

Sul commercio vorrei vedere più apertura, perché considero il libero scambio essenziale, ma valuto positivamente gli accordi fatti in questi anni. Ma nel complesso occupazione, profitti, sicurezza, mercati finanziari e crescita mostrano una grande forza. Sono ottimista sui prossimi due anni. Posso sbagliare, ma questa è la mia valutazione. Oggi l’America è di nuovo forte».

Lei fu uno degli uomini della rivoluzione reaganiana. Quanto del suo Gop c’è in quello di Trump?

«Reagan fu Reagan. Non bisogna confonderlo con tutto il Partito Repubblicano di allora e di oggi. George H.W. Bush, ad esempio, aumentò le tasse e io non considero positivamente la sua presidenza sul piano economico.

Al contrario Bill Clinton fece diverse cose che considero eccellenti: ridusse la spesa pubblica in rapporto al Pil, intervenne sulle plusvalenze delle abitazioni e introdusse il workfare. Non mi interessa l’etichetta Repubblicano o Democratico. Il mio criterio è semplice: se vuoi ridurre le aliquote fiscali, hai un posto al mio tavolo.

La grande eredità di Reagan è avere cambiato il modo in cui il mondo guarda alla tassazione. Quando arrivò alla Casa Bianca l’aliquota massima era al 70%. La portò al 28%, ridusse gli scaglioni e abbassò anche l’imposta sulle società. Da allora nessuno negli Stati Uniti è seriamente tornato alle aliquote al 90%. Fu una trasformazione strutturale e globale unica. Pertanto oggi valuto positivamente che l’attuale presidenza, pur nelle differenze evidenti, segua la stessa direzione».

E dell’Unione Europea cosa pensa?

«Il libero mercato vive di concorrenza e questo principio dovrebbe valere soprattutto per i governi. Quando gli Stati competono su tasse, regole e condizioni offerte alle imprese, sono costretti a essere più efficienti.

Il problema dell’Unione Europea è che consente ai governi di coordinarsi e ridurre questa concorrenza, colpendo inoltre gli Stati con regolamenti che bloccano la crescita. Se fossi io a guidare l’Ue, la prima cosa che farei sarebbe cancellarla e restituire molta più autonomia ai singoli Paesi.

Lasciate che Italia, Francia, Germania, Irlanda e gli altri competano sul fisco e sulle regolamentazioni. È proprio tra i governi che la concorrenza è più importante. Oggi gli europei possono risvegliarsi solo puntando su maggiore deregolamentazione e concorrenza».

Quali sono allora le regole di un’economia che vuole crescere?

«Cinque stelle polari: flat tax con aliquota bassa e base imponibile ampia, contenimento della spesa pubblica, moneta stabile, regolamentazioni minime e libero commercio. Più l’aliquota è bassa e la base ampia, minore è l’incentivo a cercare deduzioni, esenzioni e scappatoie. Poi bisogna frenare la spesa. Qualsiasi governo che segue queste indicazioni va nella direzione giusta. Se un esecutivo, invece, salva chi perde e tassa chi vince, interrompe quella dinamica di distruzione creatrice che Schumpeter aveva descritto. Occorre premiare chi crea ricchezza e favorirne la diffusione e creazione. Un buon lavoro è del resto la migliore rete sociale per ogni cittadino».

La Cina è il grande rivale strategico dell’Occidente. Va contenuta o bisogna continuare a commerciare con Pechino?

«Bisogna fare entrambe le cose. La risposta è quella di Reagan: la pace attraverso la forza. La migliore spesa militare è quella che non sei mai costretto a usare: se devi usare le armi significa che la deterrenza non ha funzionato. Con la Cina dobbiamo avere capacità militari abbastanza forti da impedirle di intimidirci.

Ma contemporaneamente dobbiamo attirarla dentro un sistema di libero commercio e interessi economici condivisi. Non userei barriere commerciali soltanto per favorire le imprese americane. Certo esistono limiti sui settori strategici. Non venderei mai armi nucleari a Kim Jong-un. Ma, tutelate le vere questioni di sicurezza, il commercio resta uno dei più potenti strumenti di prosperità e pace. Se la Cina investe enormemente negli Stati Uniti, perché dovrebbe voler bombardare i propri investimenti? I cinesi hanno moltissimo da offrirci. Dobbiamo avere una difesa fortissima, ma commerciare con loro».

In Italia e in Europa tornano patrimoniali, nuove tasse sulle imprese e più redistribuzione. Come valuta questo (eterno) ritorno dello statalismo?

«Si tratta di un errore. La disuguaglianza è un problema quando significa povertà. Se la riduci rendendo più ricche le persone che hanno meno, va benissimo. Ma se la riduci rendendo più poveri quelli che hanno di più e nel processo danneggi anche i poveri, non hai risolto nulla.

Anzi. Se tassi il reddito, rendi meno conveniente produrre reddito. Se tassi i profitti, riduci l’incentivo a realizzare profitti. Se tassi l’occupazione, rendi più costoso assumere.

Perché dovremmo tassare la prosperità e pagare la povertà? E perché dovremmo stupirci se otteniamo poi solo altra povertà? Consiglierei agli europei quindi di osservare gli ottimi risultati dell’Argentina di Milei, del Cile di Kast e di altri Stati che hanno riscoperto l’importanza delle politiche dell’offerta che a mio avviso sono l’unica panacea contro le sfide delle nostre economie».

E allora quale deve essere il limite dello Stato?

«Il governo deve garantire che il gioco sia corretto. Certo servono istituzioni essenziali come magistratura, polizia, difesa, ma poi deve lasciare alle persone la libertà di vivere le proprie vite.

Teddy Roosevelt spiegava il fair deal con una partita a carte: qualcuno riceve una buona mano, qualcuno una cattiva, qualcuno non sa giocare bene quella che ha ricevuto o viceversa. Il compito del governo non è decidere chi deve vincere, ma assicurarsi che nessuno bari.

Se cerchi di eliminare tutte le perdite elimini anche la possibilità dei profitti. E senza profitti e perdite non hai innovazione, produttività e progresso».


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