La benzina e il mantra europeo della concorrenza


L’ENI ha deciso che per 30 giorni, forse prorogabili, applicherà il cosiddetto price cap alla pompa. In sintesi, venderà il carburante a prezzi inferiori a quelli attualmente praticati sul mercato finale.

Non è chiaro se questa iniziativa indurrà le altre compagnie petrolifere e i rivenditori privati ad adeguarsi. Forse potrebbero farlo, considerato il carico speculativo che contribuisce a determinare gli inauditi prezzi di oggi. Ma non sembra essere questo l’orientamento, dal momento che si tratta di un’iniziativa che rompe gli equilibri del mercato con un atto che Assopetroli (la Confindustria dei petrolieri) ha già bollato come pratica distorsiva.

Si potrebbero fare anche alcune considerazioni sul piano del diritto. Gli azionisti dell’ENI, che costituiscono una minoranza assai frammentata (oltre 230.000, mentre circa il 32% delle azioni è detenuto dallo Stato), potrebbero promuovere un’azione di responsabilità nei confronti degli amministratori ai sensi dell’art. 2392 e seguenti del codice civile per i mancati introiti dovuti alla riduzione del prezzo, sia pure al netto di un probabile incremento delle vendite. Si tratta, infatti, di una riduzione del prezzo di vendita dettata da finalità del tutto estranee a quella che gli esperti, e anche la Cassazione, definiscono business judgment rule, vale a dire il principio secondo cui non sono sindacabili le scelte degli amministratori per il solo fatto di avere prodotto conseguenze dannose che non erano inizialmente prevedibili come tali. Qui, ovviamente, il discorso è diverso, in quanto le conseguenze sono previste e volute.

Al di là di questi improbabili scenari, va però detto chiaramente che non è questa la strada per affrontare il problema dei costi ormai insostenibili dei carburanti. Questa vicenda dimostra ancora una volta, ammesso che ce ne fosse bisogno, l’inadeguatezza, se non la meschineria, del nostro Governo, che preferisce accordi sottobanco come questo a una presa di posizione chiara erga omnes. E autorizza anche a chiedersi quale sarà il prezzo da pagare in favore degli amministratori dell’ENI o della stessa società.

Per una sorta di comica – o tragica – coincidenza, questa vicenda, del tutto anticoncorrenziale, si materializza proprio mentre l’UE sta per regalarci un’altra delle sue importanti novità: il cosiddetto 28° regime, EU Inc., la cosiddetta «società europea».

Un nome scelto non a caso, quasi a voler indicare la costituzione di un soggetto ulteriore rispetto a quelli già presenti nei 27 Stati dell’Unione.

L’evidenza ideologica di tale scelta si commenta da sé.

Si tratta di un regolamento per la costituzione di una società commerciale, composta anche da una sola persona e a responsabilità limitata perché dotata di personalità giuridica, la cui costituzione sarebbe automaticamente valida in tutta l’UE, a costi minimi e attraverso procedure interamente digitalizzate.

A Bruxelles si pensa, con questo nuovo strumento, di rilanciare la competitività e la concorrenzialità delle imprese europee, puntando in particolare sulle cosiddette start-up innovative e costruendo una regolamentazione – come al solito oscura e tecnicamente non inappuntabile, con ben 107 articoli – che consenta agli investitori di muoversi senza «lacci e lacciuoli», cercando di imitare la regolamentazione del mitico Stato americano del Delaware.

La concorrenza, come è arcinoto, è il mantra fondamentale dell’UE.

La signora von der Leyen, nel suo ultimo discorso sullo stato dell’Unione, ha detto che saranno stanziati, per il fine sopra indicato, cinque miliardi di euro, di cui uno solo pubblico. Gli altri quattro dovranno provenire da banche, assicurazioni e investitori privati. Quanto alle prime, ha testualmente affermato che in esse si deve risvegliare «l’appetito per il rischio e non per la stabilità».

La tragedia del 2008 dimenticata con una sola frase.

Ma la cosa più strabiliante è la modestia della cifra che si intende mettere a disposizione per il rilancio della competitività europea, soprattutto se confrontata con le somme impegnate da altri Paesi, come la Cina e gli Stati Uniti. La prima dispone di un fondo per i semiconduttori, istituito nel 2014 e che quest’anno ha ricevuto una terza tranche di 44 miliardi di euro. I secondi impegnano 52 miliardi di dollari in sussidi attraverso il CHIPS Act e centinaia di miliardi in crediti fiscali, senza contare i dazi contro coloro – Unione Europea compresa – che cercano di regolamentare il commercio digitale, intelligenza artificiale compresa.

La situazione, per noi italiani, è drammatica: siamo bloccati in un guado apparentemente insuperabile. Da un lato, un’organizzazione, l’UE, che, dimentica di essere fondata su trattati tra Stati, pretende di regolare minuziosamente attività e aspetti della vita quotidiana, dalle dimensioni delle uova in su, quasi fosse uno Stato unitario, ma dalla quale, complice anche il nostro enorme debito pubblico, è praticamente impossibile uscire senza conseguenze sociali devastanti.

Dall’altro lato, ci troviamo in una situazione di crisi economica derivante, oltre che da limiti nostri, anche da una condizione di dumping economico-fiscale voluta da Bruxelles, il cui Parlamento, unico al mondo privo di iniziativa legislativa, ha il grande lusso di poter traslocare frequentemente tra Strasburgo e Bruxelles, così da non disturbare le ridicole pretese di grandeur della Francia.

Rimane, quindi, una sola strada: quella che recentemente è stata indicata con chiarezza come la «necessità della politica»[1]. Politica con la P maiuscola. Un lavoro enorme, considerati i vuoti balbettii del cosiddetto «campo largo», che dà l’impressione di avere come unico obiettivo quello di perdere le prossime elezioni.

Un lavoro che punti soprattutto sui giovani e sul forte desiderio di pace e di giustizia sociale.

Un lavoro da seminatori, improbo e oscuro.

Ma questo è il tempo che ci è dato da vivere.


[1] Carlo Galli, Necessità della politica, Raffaello Cortina Editore, 2026.


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