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Secondo un nuovo studio di Amundi, gli italiani sono convinti che il 38% del reddito pensionistico proverrà da risparmi e investimenti. Ma faticano a tradurre le intenzioni in azioni. Il consulente resta centrale, limitato il ruolo di AI e influencer
Il futuro post lavorativo è al centro delle preoccupazioni degli italiani, ma la maggior parte non ha le necessarie competenze né sufficiente fiducia per trasformare i propri risparmi in piani di investimento di lungo periodo. Il risultato è un Paese che si dichiara meno ‘esperto’ sulle questioni finanziarie e meno convinto di raggiungere i propri obiettivi pensionistici rispetto alla media europea, nonostante un accesso alla consulenza professionale più diffuso. È quanto emerge dalla terza edizione dello studio ‘Decoding Investors’ di Amundi, secondo cui i nostri connazionali continuano a preferire i consigli di un professionista, anche se interrogano l’intelligenza artificiale e seguono gli influencer. Secondo la ricerca, proprio questo divario tra consapevolezza e azione, tra accesso alla consulenza e sicurezza percepita, rappresenta la sfida principale per il settore del risparmio gestito. Non solo in Italia ma in tutto il Vecchio Continente, dove la previdenza complementare resta un tema più dichiarato che pianificato.
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Pensione pubblica ancora centrale
L’indagine, che ha coinvolto 18mila persone in 26 Paesi, mostra come gli italiani siano convinti che il 38% del proprio reddito pensionistico arriverà da fonti pubbliche, un dato leggermente superiore alla media europea (34%) e più marcato tra gli over 51. Un altro 38%, in linea con il 37% dell’UE, dovrebbe provenire da risparmi e investimenti personali (soprattutto secondo i più giovani), mentre le forme pensionistiche complementari offerte in ambito lavorativo (fondi negoziali, fondi aperti collettivi, fondi preesistenti) dovrebbero rappresentare il 24%, sotto il 30% del resto del Continente.
Previdenza al centro, ma prevale la sfiducia
Quasi un italiano su tre (30%) cita la necessità di predisporre risorse finanziarie per il pensionamento o la garanzia di una sicurezza finanziaria nel lungo periodo come uno dei propri principali obiettivi di investimento. Una quota leggermente inferiore alla media europea (34%). Tuttavia è sul fronte della fiducia che il quadro peggiora: solo il 69% di chi si pone questo obiettivo si dichiara molto o abbastanza fiducioso di poterlo raggiungere, contro il 78% del resto del Continente. “In Italia c’è ancora un divario significativo tra la consapevolezza circa l’importanza della previdenza complementare e la capacità di tradurla in azioni concrete”, sintetizza Paolo Proli, co-general manager di Amundi SGR. Per questo, rimarca, la consulenza professionale è fondamentale: “Offre ascolto, orientamento, la serenità necessaria per prendere decisioni informate e, allo stesso tempo, è essenziale rafforzare la cultura finanziaria e promuovere soluzioni di investimento diversificate, accessibili e trasparenti”.
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Gli italiani si sottovalutano. A ragione
Proprio sul tema delle competenze finanziarie, il quadro appare particolarmente grigio. Solo il 30% si definisce un investitore ‘sicuro’ o ‘esperto’, contro il 37% europeo, mentre il 34% si considera ‘principiante’, una quota superiore sia alla media globale (25%) sia a quella UE (27%). Il test contenuto nell’indagine conferma questa percezione: solo il 43% degli italiani risponde correttamente a tutte e tre le domande base di alfabetizzazione finanziaria, contro il 47% europeo.
Consulenti centrali, per AI e influencer ruolo limitato
Consapevoli di non sapere, gli italiani chiedono aiuto a chi è più competente. Oltre due terzi (68%, sopra il 62% europeo) hanno infatti accesso a una forma di consulenza finanziaria professionale, con il 26% che vi ricorre regolarmente e il 42% occasionalmente. La ragione principale è la tranquillità di potersi confrontare con una persona fidata e validare le proprie decisioni (30%, in linea con il 32% UE). Quanto alle fonti di informazione, consigli e indicazioni utilizzate per supportare il proprio processo decisionale, i nostri connazionali si muovono più lentamente rispetto al resto del Continente: solo il 9% cita assistenti AI come ChatGPT o Gemini, contro il 15% europeo. Chi li usa lo fa soprattutto per generare idee o strategie di investimento (29%), per farsi spiegare termini e concetti finanziari (28%) o per verificare la validità di un’opinione (26%). Anche gli influencer pesano meno da noi: il 33% degli italiani ha cercato informazioni, consigli o indicazioni sugli investimenti su questo fronte, contro il 39% europeo, e solo il 41% di questi ha poi effettivamente preso una decisione sulla base di suggerimenti ottenuti (contro il 49% UE e il 56% globale). I tre principali ambiti d’uso di queste fonti sono l’approfondimento delle conoscenze in materia (37%), la comprensione di come iniziare (29%) e l’aggiornamento sui mercati finanziari (28%).
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Il quadro globale
A livello internazionale, lo studio di Amundi conferma che risparmi e investimenti personali sono la principale fonte attesa di reddito pensionistico. Gli investitori puntano a coprire in questo modo il 42% del reddito da pensionati (quota che sale oltre il 50% in Asia) e la parte rimanente con l’assegno pubblico e la previdenza complementare. Eppure, appena il 36% cita il pensionamento come motivazione chiave per investire, e tra questi appena il 23% si dice molto fiducioso di riuscire a garantirsi una sicurezza finanziaria nel lungo periodo, in calo rispetto al 26% del 2025. A fare la differenza è sempre la consulenza professionale: la metà di chi la riceve si sente molto fiducioso, contro appena il 14% di chi non vi ha mai fatto ricorso. Questo divario di fiducia si traduce spesso in eccesso di liquidità: il 43% dei risparmiatori a livello globale prevede di iniziare a investire nei prossimi dodici mesi (62% tra i 21-30enni), mentre il 39% è frenato dalla paura di perdere denaro. Danimarca (79%) e Singapore (73%) guidano la classifica dei più propensi a investire, mentre la maglia nera va a Belgio e Germania (24%).
Anche a livello globale l’alfabetizzazione finanziaria percepita non corrisponde a quella reale: il 70% di chi si dice ‘esperto’ sbaglia almeno una dei tre quesiti base e il divario è ancora più ampio tra gli investitori facoltosi, i più fiduciosi ma anche i meno preparati (solo il 36% risponde correttamente a tutte e tre le domande). Questi sono però i più inclini a rivolgersi a un consulente (87% contro 58% degli investitori retail). L’uso regolare dell’AI come fonte di idee di investimento è quadruplicato in un anno, arrivando al 19%, e sette su dieci hanno già usato l’intelligenza artificiale come supporto nelle proprie decisioni. Oltre la metà (59%) ne poi ha seguito le indicazioni e ben il 90% è soddisfatto del risultato. Infine, gli influencer restano un riferimento per quasi un investitore su due (46%), con picchi in India (68%) e Brasile (65%), mentre i Paesi europei, come Francia (28%), Spagna (37%) e Germania (40%), restano più indietro. Tuttavia, queste nuove fonti di informazione non sostituiscono la consulenza professionale, ma la affiancano: oltre il 60% degli investitori dichiara di avere accesso ad almeno una forma di aiuto professionale. E questo viene erogato sempre più spesso in modalità digitale: il 59% riceve infatti tutto o parte del servizio online.
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