Roma, 17 settembre 2026 – Il rendimento del Btp decennale torna sopra il 4% e riaccende l’interesse dei risparmiatori. Il dato, però, non può essere letto senza considerare la scadenza. Più a lungo si presta denaro allo Stato, infatti, e maggiore è generalmente il rendimento richiesto dal mercato e più forte può essere l’oscillazione del prezzo.
Il 15 settembre 2026 il nuovo Btp con scadenza nell’ottobre 2036, tasso cedolare annuo del 4%, pagato in rate semestrali, presentava un rendimento effettivo a scadenza del 4,43% lordo e del 3,91% netto, con un prezzo di riferimento di 96,87. l Btp con scadenza il 1° settembre 2044 e cedola del 4,75% raggiungeva invece il 4,80% lordo e il 4,19% netto. Per il Btp con scadenza il 1° luglio 2029 e cedola del 3,35% il rendimento si fermava al 3,61% lordo e al 3,18% netto.
La cedola indica l’interesse calcolato sul valore nominale del titolo. Il rendimento effettivo tiene conto anche del prezzo pagato e della differenza tra questo valore e il capitale rimborsato alla scadenza. Un Btp con cedola al 4% comprato sotto quota 100 può quindi offrire un rendimento superiore al 4%. Acquistandolo sopra 100 accadrebbe il contrario.
Il rendimento indicato presuppone che il titolo venga mantenuto fino alla scadenza. Il risultato effettivamente ottenuto può dipendere anche dal reinvestimento delle cedole. Chi deve vendere prima il titolo incasserà invece il prezzo disponibile in quel momento, che potrebbe essere superiore o inferiore a quello di acquisto. La relazione tra prezzi e tassi è inversa: quando i rendimenti di mercato salgono, i vecchi titoli diventano meno appetibili e il loro prezzo scende. Invece, quando i rendimenti calano, il prezzo tende a salire. Come ricorda la Banca d’Italia, queste variazioni sono generalmente più marcate per le obbligazioni a tasso fisso con scadenze lontane.
Btp, titoli di stato (foto Istock)
Il recente aumento dei rendimenti non dipende soltanto dall’inflazione e dalle tensioni sui prezzi dell’energia. Sulle scadenze lunghe pesa anche la quantità crescente di debito che i mercati devono assorbire, insieme all’incertezza sui conti pubblici delle maggiori economie. Rendimenti più alti possono rappresentare un’opportunità per chi cerca entrate periodiche, ma sono anche il segnale di una maggiore remunerazione richiesta dagli investitori per immobilizzare il denaro a lungo.
Uno dei punti a favore dei Btp è la tassazione. Cedole e plusvalenze dei titoli di Stato sono soggette all’aliquota del 12,5%, mentre per gli interessi dei conti deposito e per i rendimenti delle obbligazioni societarie l’aliquota ordinaria è del 26%. Il prelievo del 26% si applica sia alle cedole sia alle eventuali plusvalenze delle obbligazioni private.
In un calcolo puramente indicativo, un rendimento lordo del 4% su 10mila euro equivale a 400 euro: dopo l’imposta del 12,5% ne resterebbero 350 nel caso di un titolo di Stato, mentre con il 26% il risultato scenderebbe a 296 euro. Il confronto non comprende l’imposta di bollo, le commissioni e gli eventuali costi del deposito titoli. Inoltre, il rendimento effettivo di un Btp non coincide necessariamente con la somma delle cedole incassate durante l’anno.
Resta poi l’incognita dell’inflazione. Se il costo della vita cresce più del rendimento netto, il capitale conserva il proprio valore nominale, ma perde potere d’acquisto. Per questo esistono anche titoli indicizzati all’inflazione, con meccanismi diversi rispetto ai Btp tradizionali a tasso fisso.
Il conto deposito non ha un prezzo che varia ogni giorno. Il risparmiatore conosce il tasso offerto dalla banca e, se rispetta le condizioni previste, recupera la somma depositata con gli interessi. Bisogna però distinguere fra conti liberi e vincolati. Nei secondi il tasso può essere più elevato, ma il ritiro anticipato può comportare la perdita degli interessi o può non essere consentito.
Un’altra differenza riguarda la tutela del capitale. I depositi delle banche aderenti sono coperti fino a 100mila euro per depositante e per banca dal Fondo interbancario di tutela dei depositi, con il cumulo dei rapporti intestati alla stessa persona presso il medesimo istituto. Il Fitd indica in sette giorni lavorativi il termine previsto per il rimborso in caso di liquidazione della banca. I Btp non rientrano in questa garanzia: il loro rimborso dipende dalla capacità dello Stato emittente di onorare il debito.
Nel confronto occorre quindi guardare al rendimento netto, alla durata del vincolo, alla possibilità di recuperare anticipatamente il denaro e all’imposta di bollo, normalmente pari allo 0,20% delle somme depositate, salvo che la banca decida di farsene carico.
Acquistare un’obbligazione societaria significa prestare denaro ad un’impresa. La società si impegna a pagare gli interessi e a restituire il capitale, ma la sicurezza dell’investimento dipende dalla sua solidità finanziaria. Un rendimento superiore a quello dei titoli di Stato può compensare un rischio di insolvenza più elevato, una minore possibilità di vendere rapidamente il titolo o una struttura più complessa.
È importante distinguere anche tra obbligazioni senior e subordinate. In caso di crisi dell’emittente, le seconde vengono rimborsate dopo gli altri creditori e sono quindi più rischiose. Tassazione al 26%, rating, scadenza, liquidità e dimensione minima acquistabile possono rendere il confronto con i Btp meno immediato di quanto suggerisca la sola cedola.
Azioni e Btp rispondono ad esigenze differenti. Un’obbligazione promette interessi e rimborso del valore nominale ad una determinata scadenza, salvo l’insolvenza dell’emittente. Un’azione rappresenta invece una quota di un’impresa e non garantisce né la restituzione del capitale né un rendimento prestabilito. Il guadagno può arrivare dai dividendi e dall’aumento del prezzo, ma le perdite possono essere rilevanti.
Storicamente l’investimento azionario viene associato a orizzonti più lunghi e ad una maggiore capacità di sopportare le oscillazioni. Gli Etf consentono di distribuire il capitale fra molti titoli, ma non eliminano il rischio del mercato seguito. Per azioni ed Etf plusvalenze e proventi sono generalmente tassati al 26%. Per gli Etf che investono in titoli di Stato soggetti all’aliquota agevolata, la relativa quota di rendimento beneficia invece della tassazione al 12,5%.
Non esiste dunque un investimento più conveniente in assoluto. Un Btp che offre oltre il 4% può essere coerente con chi è in grado di mantenerlo fino alla scadenza, ma può diventare problematico se il denaro serve prima e il prezzo del titolo è sceso. Un conto deposito offre maggiore semplicità, ma può imporre vincoli e presenta una tassazione più alta. Le obbligazioni societarie aggiungono il rischio dell’impresa emittente, mentre le azioni richiedono una maggiore disponibilità ad accettare oscillazioni e perdite.
Il confronto corretto non si ferma quindi al tasso pubblicizzato. Deve considerare rendimento netto, inflazione, durata, liquidità, costi, trattamento fiscale e rischio di concentrare tutti i risparmi in un solo emittente o strumento. Il ritorno dei Btp sopra il 4% amplia le possibilità, ma non cancella la regola fondamentale: a rendimenti potenzialmente più elevati corrispondono generalmente rischi maggiori.
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