I soldi fermi sul conto perdono valore ogni mese, e gli strumenti che promettono sicurezza rendono meno del carovita: la matematica non lascia molte uscite.
Chi tiene ventimila euro sul conto corrente in attesa di decidere cosa farne li vede uguali sull’estratto, mese dopo mese. Quel numero però racconta metà della storia: con l’inflazione tendenziale al 3,3% registrata ad agosto, la stessa cifra compra meno di quanto comprava un anno prima. Di qui la domanda: con il conto corrente, come difendere i risparmi dall’inflazione? La risposta è meno confortante di quanto si vorrebbe. I rendimenti sui conti sono prossimi allo zero, i conti deposito al netto della tassazione scivolano sotto il carovita, e anche i titoli di Stato a breve offrono un rendimento reale risicato. Qui di seguito ci occuperemo di spiegare perché la liquidità perde valore, quanto rendono davvero i conti deposito, come si calcola il rendimento reale al netto di imposte e bollo, quali rischi si assumono cercando di fare meglio e come funzionano i titoli indicizzati all’inflazione.
Perché i soldi fermi sul conto perdono valore?
Il meccanismo è semplice e non dipende da alcuna scelta di investimento: se i prezzi salgono e il capitale resta invariato, il potere d’acquisto si riduce.
L’inflazione non è affatto prevedibile, e il 3,3% tendenziale registrato ad agosto potrebbe rientrare nei prossimi mesi. Intanto, però, produce un danno concreto soprattutto sulla liquidità nei conti correnti, dove i rendimenti sono prossimi allo zero.
Il dato che conviene tenere presente riguarda il medio periodo. La media dell’inflazione in Italia negli ultimi cinque anni è stata ampiamente sopra il 3%, e questo ha determinato una distruzione di valore della liquidità non protetta da rendimenti sufficienti.
Il problema potrebbe proseguire se l’inflazione, tra alti e bassi, fosse davvero entrata in un trend di fondo strutturalmente al rialzo, dopo il decennio 2010-2020 in cui era rimasta ampiamente sotto controllo e al di sotto degli obiettivi della Banca centrale europea.
La posizione di chi ha una strategia di investimento di medio e lungo termine, con strumenti coerenti, è diversa: il tempo consente di assorbire la volatilità e di cercare rendimenti reali positivi. Proteggere la liquidità, cioè le somme che devono restare disponibili entro uno o due anni, è invece un’impresa.
I conti deposito bastano a coprire il carovita?
È lo strumento più utilizzato per parcheggiare le disponibilità in un’ottica di uno o due anni, e i numeri dicono che oggi non basta.
Secondo l’osservatorio di Facile.it sui conti di deposito, per una somma di diecimila euro vincolata per un anno, solo un paio di prodotti arrivano sopra l’ultimo dato dell’inflazione.
Il punto è che si tratta di rendimento lordo. Sugli interessi dei conti deposito si applica la ritenuta del 26%, e al netto il risultato scivola sotto il carovita anche per quei pochi prodotti che lordo lo superavano.
Se l’inflazione persiste sopra il 3%, il problema diventa rilevante. L’adeguamento alle scelte della Bce può migliorare l’offerta, ma sarà difficile costruire rendimenti superiori alla crescita dei prezzi su scadenze brevi.
Un conto deposito vincolato che offre il 3,4% lordo su diecimila euro produce 340 euro di interessi. Tolto il 26% di imposta restano circa 252 euro, cioè il 2,52% netto: sotto il 3,3% dell’inflazione rilevata.
Come si calcola il rendimento reale di un investimento?
Il conto da fare è sempre lo stesso e va compiuto in tre passaggi, perché il rendimento nominale dice poco.
Davide Ravera, amministratore di Futura Scf, lo riassume così: un Etf monetario che segue il tasso Bce o un titolo di Stato a un anno rendono già meno dell’inflazione attuale. A quel rendimento vanno poi tolti la tassazione, pari al 12,5% sui titoli di Stato e al 26% sui corporate, e lo 0,20% di imposta di bollo.
I tre passaggi sono quindi: partire dal rendimento lordo, sottrarre l’imposta sostitutiva applicabile, sottrarre il bollo sul deposito titoli, e confrontare il risultato con il tasso di inflazione.
Il quadro che ne esce è severo. Anche se l’inflazione rientrasse al 2%, obiettivo dichiarato della Bce, il rendimento reale netto di un Btp con scadenza a un anno resterebbe intorno al mezzo punto percentuale.
Va segnalata la differenza di trattamento fiscale tra le due categorie. I titoli di Stato e quelli emessi da organismi sovranazionali scontano il 12,5%, mentre le obbligazioni societarie e i depositi bancari il 26%: uno scarto che su rendimenti bassi pesa in modo sproporzionato.
Si può ottenere di più senza correre rischi?
La risposta è negativa, e la spiegazione è tecnica prima che prudenziale.
Per ottenere di più su scadenze a uno o due anni bisogna accettare altri rischi. Il rischio emittente, scegliendo Stati o aziende meno solidi. Oppure il rischio valuta, comprando titoli denominati in divise con tassi più alti.
In entrambi i casi si esce dal perimetro a basso rischio che la gestione della liquidità impone. E la liquidità, per definizione, è quella parte di patrimonio che deve restare disponibile e integra: assumere rischi su quel comparto significa snaturarne la funzione.
Il rischio valuta merita un’annotazione, perché è quello che i risparmiatori sottovalutano più spesso. Un titolo in una divisa che offre il 6% può produrre una perdita complessiva se quella divisa si deprezza del 10% rispetto all’euro nel periodo di detenzione. Il rendimento più alto è, in larga parte, il prezzo che il mercato attribuisce proprio a quel rischio.
Quali errori conviene evitare nella gestione della liquidità?
Ravera ne indica due, ed entrambi sono frequenti nella pratica.
Il primo è concentrare tutto su un solo Paese, quando diversificare tra emittenti costa poco. È un errore che nasce dall’abitudine, perché il risparmiatore italiano tende a comprare titoli italiani, ma che espone l’intera liquidità a un unico rischio sovrano.
Il secondo è inseguire rendimento nel breve con obbligazioni societarie o strumenti subordinati, dove il 26% di tassazione erode l’extra rendimento e la correlazione con l’azionario è più alta.
Quest’ultimo punto merita attenzione. Un titolo subordinato bancario si comporta, nei momenti di tensione dei mercati, più come un’azione che come un’obbligazione: perde valore proprio quando serve liquidare, cioè quando il resto del portafoglio è già in difficoltà. La funzione protettiva della liquidità viene meno esattamente nel momento in cui servirebbe.
Come funzionano i titoli indicizzati all’inflazione?
Chi punta a risultati reali positivi anche su un orizzonte di uno o due anni non può escludere dalla propria strategia i bond indicizzati con scadenze brevi.
Il vantaggio di un orizzonte ravvicinato è che riduce il rischio di dover smobilizzare improvvisamente in perdita: meno tempo significa meno oscillazioni di prezzo da attraversare.
Sul mercato esistono a questo scopo i BTp Italia con scadenza 2028, che offrono circa lo 0,8% reale più l’inflazione. Il meccanismo è quello della rivalutazione del capitale sulla base dell’indice dei prezzi al consumo, con la cedola calcolata sul capitale rivalutato.
Il confronto con un titolo a tasso fisso di pari scadenza consente di calcolare il punto di pareggio. Un Btp non indicizzato a due anni rende circa il 3,1%: da qui si ricava un’inflazione breakeven del 2,3%, cioè un punto percentuale più bassa dell’ultima lettura puntuale.
La domanda che il risparmiatore deve porsi è quindi se nei prossimi due anni l’inflazione si attesterà almeno al 2,3%, valore che giustificherebbe l’acquisto del titolo indicizzato rispetto a quello ordinario. Nessuno può saperlo.
C’è però un elemento che rende la scelta meno azzardata di quanto sembri: anche se l’inflazione dovesse frenare, un rendimento reale resta garantito, con il solo effetto che lo strumento diventa meno competitivo rispetto ai titoli a tasso fisso di pari scadenza.
Per chi deve decidere adesso, l’approccio più coerente con la funzione della liquidità è quello di frazionare: una quota su strumenti a tasso fisso di breve durata, che offrono certezza del risultato nominale, e una quota su titoli indicizzati, che coprono lo scenario in cui i prezzi continuano a correre. È una scelta che rinuncia al rendimento massimo in entrambi gli scenari, ma che evita di scommettere l’intera riserva su una previsione che nessuno è in grado di fare.
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