Invecchiamento
11 Settembre 2026
Il rapporto lancia l’allarme sulla sostenibilità del welfare a fronte di una popolazione sempre più anziana. Le soluzioni lavorative e fiscali per arginare la crisi dei sistemi sanitari
L’invecchiamento della popolazione e la parallela contrazione della forza lavoro rischiano di scardinare gli equilibri di bilancio dei sistemi sanitari nazionali: i modelli di finanziamento tradizionali non sono più sostenibili. È quanto emerge dal recente rapporto dell’OCSE intitolato “Financing of Social Protection“, pubblicato nell’ambito del programma “Future of Social Protection”.
Nel 2024 la spesa sociale complessiva – pubblica e privata – ha raggiunto il 23% del PIL in media tra i Paesi Ocse e Ue, trainata principalmente dalla spesa pensionistica e da quella per salute e disabilità, che insieme sfiorano il 18-19% del Pil nei principali Paesi avanzati. All’interno di questa dinamica, la componente privata è leggermente aumentata negli ultimi due decenni rispetto alla media UE, passando dal 5,4% del 2000 al 6,6% della spesa totale per la protezione sociale nel 2021.
Analizzando isolatamente la spesa sanitaria nei Paesi dell’area OCSE, si registra un trend che ha visto la spesa totale salire dall’8,8% del PIL nel 2019 fino a un picco del 9,7% nel biennio pandemico 2020-2021, per poi stabilizzarsi al 9,3% nel 2024 (con la sola componente pubblica attestata al 7,1%). Questa evoluzione nasconde una forte forbice territoriale sulla spesa complessiva: il picco massimo è registrato dagli Stati Uniti (al 17,2% del PIL, di cui circa la metà è spesa privata), seguiti da Germania (12%) e Francia (11,9%), mentre l’Italia resta molto al di sotto della media generale: la spesa totale si ferma all’8,4% del Pil, con una quota pubblica bloccata al 6,3%; i valori minimi dell’area, inferiori al 6%, si registrano invece in Paesi come Messico e Turchia.
Le previsioni indicano che in futuro i sistemi di welfare dovranno assorbire un incremento di spesa vicino ai tre punti percentuali di PIL nei prossimi vent’anni, a fronte di una trasformazione demografica senza precedenti. Nello specifico dell’Unione Europea, la spesa pubblica per sanità e lungo degenze è destinata ad aumentare di 0,7 punti percentuali tra il 2023 e il 2045, mentre i costi previdenziali cresceranno dell’1% del PIL. Una dinamica interamente guidata dal tasso di dipendenza degli anziani, destinato ad aumentare dal 37% al 56% entro il 2060.
In questo scenario globale, l’Italia deve fare i conti con peculiarità specifiche. Il nostro Servizio Sanitario Nazionale, finanziato prevalentemente dalla fiscalità generale, deve fare i conti con una delle pressioni demografiche più acute al mondo, caratterizzata da un indice di dipendenza degli anziani che aveva già toccato quota 40 nel 2020. A questo sbilanciamento si somma un’elevata spesa pensionistica nazionale che supera il 14% del PIL nel 2024 e che ha registrato un deficit contributivo di bilancio pari al 4,7% del PIL nel 2022, limitando drasticamente i margini di manovra e la flessibilità della finanza pubblica del Paese.
Il vero nodo strategico si sposta dunque dal quanto si spende al come si finanzia, poiché la base economica che si sta deteriorando. L’OCSE stima infatti che, a parità di tassi di occupazione e ore lavorate per addetto, il volume totale delle ore lavorate subirà un crollo di quasi il 20% nell’Unione Europea entro il 2060. Poiché i redditi da lavoro finanziano attualmente circa la metà delle entrate fiscali complessive, la loro contrazione, a meno di un aumento della produttività, genererà un ciclo negativo sui bilanci pubblici proprio nel momento di massima domanda assistenziale.
Per arginare il problema, il rapporto propone la valorizzazione della silver economy e l’integrazione dei lavoratori over 55. Nelle aziende sanitarie, dove l’età media di medici e infermieri avanza rapidamente, l’Ocse suggerisce di ridisegnare i turni e i carichi di lavoro, introducendo modelli di flessibilità oraria e carriere differenziate. Per i medici e gli infermieri senior, l’alleggerimento dei compiti più gravosi, come turni notturni o le urgenze, può essere compensato da un ricollocamento in telemedicina, attività ambulatoriale territoriale e tutoraggio per gli specializzandi, capitalizzando l’esperienza accumulata.
Dal punto di vista strutturale, l’OCSE dimostra infine che i sistemi che investono nell’integrazione sociosanitaria e nelle cure domiciliari potrebbero contenere le spese per la disabilità fino al 13% entro il 2050, decongestionando gli ospedali e offrendo al contempo contesti assistenziali più flessibili e resilienti.
Queste leve devono essere accompagnate da politiche fiscali adeguate che spostino i finanziamenti pubblici attingendo maggiormente dalla fiscalità generale, come la tassazione su patrimoni ed eredità, previste in forte crescita dal calo della natalità, come strumenti di riequilibrio fiscale e non solo dai redditi da lavoro.
In sintesi, il rapporto sottolinea come gli attuali sistemi di finanziamento in futuro non potranno più sostenere un welfare che invecchia, lanciando il chiaro messaggio che solo ridefinendo l’architettura fiscale, valorizzando e modernizzando la forza lavoro si potrà salvaguardare l’universalità del diritto alla salute.
Matteo Vian
POTREBBERO INTERESSARTI ANCHE
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link








