Ci sono i morti che non vogliono restare morti. E poi c’è la Lega Nord, che dal 2017 giace in una bara con l’etichetta bad company, incaricata di una sola mansione: restituire allo Stato i 49 milioni che il Carroccio del Senatùr aveva lasciato in eredità ai posteri. Un cadavere utile, insomma. Se non fosse che nella lunga estate di Matteo Salvini — già affollata di governatori con il muso lungo — il cadavere ha cominciato a bussare dall’interno del coperchio.

I nonni del Carroccio si sono svegliati

(Foto: Benvegnu’ Guaitoli © Imagoeconomica)

A bussare è un Comitato di ex parlamentari ed ex segretari provinciali, gente che la Lega l’ha vista nascere quando ancora si andava a Pontida con l’ampolla e non con le felpe. Chiedono una cosa semplice e insieme micidiale: la convocazione del Congresso Federale. Non quello della Lega Salvini Premier, il Partito nuovo di zecca fondato nel 2017 per lasciarsi alle spalle debiti e reduci. Quello della vecchia Lega Nord, la scatola vuota. Vuota, appunto: ma con dentro un simbolo. E in politica il simbolo è come il nome sul citofono: chi ce l’ha, decide chi entra.

Il capofila è Gianluca Pini, romagnolo, per tanti anni segretario della Lega Nord Romagna, che sul simbolo aveva già ingaggiato una battaglia legale, finita (a suo dire) in una lunga «melina». Adesso rilancia: «Vogliamo la convocazione del Congresso e scongelare il vecchio Partito». Parla di «centinaia» di «semplici militanti» già arruolati, accusa qualcuno di aver «calpestato il regolamento e lo statuto della Lega Nord», annuncia carte bollate.

Il commissario e lo scongelamento

Igor Iezzi (Foto: Sergio Oliverio © Imagoeconomica)

Il bersaglio grosso ha un nome e cognome: Igor Iezzi, deputato, commissario della vecchia Lega per volontà di Salvini. Il custode del freezer, verrebbe da dire. L’atto d’accusa di Pini è un elenco: «Ha impedito il Congresso, ha fuso tutte le sezioni e ha stoppato di fatto il tesseramento, tutto per spianare la strada al piano sovranista e fallimentare di Salvini». Tradotto dal leghese: avete tenuto in vita il vecchio Partito quanto bastava a farlo pagare, e non un giorno di più.

La replica dal quartier generale salviniano arriva in tempo reale, e non è di quelle che si sussurrano. Fonti dell’entourage del Segretario parlano di «sorpresa», che nel gergo dei Partiti è la parola che precede il ceffone: «Coloro che hanno rischiato di uccidere la Lega ora si rifanno vivi in cerca di una poltrona. Chi ha patteggiato per corruzione è disposto anche a farsi interamente carico dei 49 milioni di debiti che la Lega per Salvini Premier ha trovato in eredità e che sta tuttora pagando?». Volete la scatola? Bene, portatevi via anche il conto.

Il Lazio dice no

Nicola Ottaviani (Foto: Sara Minelli © Imagoeconomica)

Ad alzare le barricate è il Lazio, una delle punte avanzate della Lega, la dimostrazione plastica che il progetto di espansione nazionale voluta da Salvini ha senso. Il Lazio esprime senatori, deputati, assessori e consiglieri regionali, sindaci di capoluogo: tutti sotto la bandiera della Lega nata con l’arrivo di Salvini. Niente a che vedere con la bad company messa nella cassa insieme ai diamanti, i debiti del Trota ed una massa di debiti da onorare.

«Ogni mese – rivela Nicola Ottaviani, deputato del Carroccio eletto nel profondo Sud di Cassino nel nome di Salvini – noi parlamentari ci autotassiamo e tiriamo fuori tremila euro per ripagare i 49 milioni della vecchia Lega. È una questione di coerenza: sarebbe troppo comodo dire che noi non c’entriamo, che siamo la Lega Nazionale e non riconosciamo quel debito. Al contrario: noi ce ne facciamo carico. Ma se c’è qualcuno che intende riaprire la questione, ben venga. Si riprenda la vecchia società e ci restituisca ciò che fino ad oggi abbiamo coerentemente tirato fuori mese per mese».

Mario Abbruzzese

C’è poi chi ci vede del torbido. Come Mario Abbruzzese, riserva di lusso con la valigia sempre pronta per Bruxelles caso mai dovesse liberarsi un seggio al Parlamento Europeo. È il primo in elenco nell’Italia Centrale ed anche lui viene dalla provincia di Frosinone. «Qui si cerca di fare confusione. Da un lato c’è la questione di chi vorrebbe riesumare la bad company messa nella cassa per dare vita ad una Lega nazionale ed europea. Che nulla ha a che vedere con il dibattito per la leadership del Partito. Sono due binari del tutto scollegati ma la narrazione di certa stampa di sinistra vorrebbe sostenere che invece sono in relazione. Il tutto nel tentativo di seminare zizzania»

I ribelli veri non vogliono i ribelli finti

E qui la storia diventa interessante, perché la Lega di questa estate 2026 ha già i suoi rivoltosi, e non sono questi. Sono i governatori del Nord, quelli che da dentro il Partito hanno chiesto a Salvini un passo di lato, se non indietro, una guida più collegiale e meno Roma nella minestra. Il capogruppo al Senato Massimiliano Romeo, segretario della Lega lombarda, ci ha scritto pure un libro, per raccontare il «desiderio di rinnovamento» che salirebbe «dalla base».

Attilio Fontana (Foto: Clemente Marmorino © Imagoeconomica)

Ebbene, davanti al Comitato di Pini, i ribelli con la tessera storcono il naso e confermano la linea Abbruzzese. La loro battaglia, dicono, si combatte dentro il partito, non riesumando l’altro. Attilio Fontana, governatore della Lombardia, è netto: il comitato «non c’entra assolutamente niente con il discorso che stiamo portando avanti con Salvini».

Un discorso, quello, che dovrebbe sfociare nel famoso faccia a faccia tra governatori e vicepremier, annunciato da tempo e mai celebrato. Le segreterie, spiega Fontana, lavorano per «far combaciare le agende». Che in politica è la formula più elegante per dire che nessuno ha voglia di sedersi per primo.

Pontida, la sbornia e il pratone

Il Segretario, a parole, si è detto pronto a «rafforzare la squadra». Il resto della narrazione salviniana non si sposta di un millimetro: il Nord «chiede soluzioni, risposte e concretezza». E il governo, gli va dato atto — dicono le fonti — le sta dando «anche grazie alla spinta della Lega e dei suoi cinque ministri lombardi». Cinque ministri lombardi: contateli, sembra suggerire il quartier generale, prima di dire che il Nord è orfano.

Claudio Borghi (Foto: Sara Minelli / Imagoeconomica)

Poi c’è Claudio Borghi, senatore e fedelissimo, che sceglie il registro del padre di famiglia al mattino dopo: si rivolge a «chi ha fatto casino quest’estate», augura che «si riprenda dalla sbornia estiva» e che a Pontida «rinasca la Lega», con una leadership che «dovrà essere confermata».

Rinasca, dice. Ma è proprio questo il punto: nel Carroccio, oggi, sono in tre a voler far rinascere la Lega. I governatori, che la vogliono più nordista. I salviniani come Ottaviani ed Abbruzzese, che la vogliono uguale a se stessa. E i nonni di Pini, che la vogliono com’era prima.

Sul pratone di Pontida, a settembre, si saprà almeno quale delle tre ha portato l’ampolla.


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